La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo negli ultimi anni ha messo in luce, tra i principali filoni problematici italiani, L’ECCESSIVA DURATA DEI PROCESSI, soprattutto quelli civili, in conseguenza della quale sussiste un deficit grave di tutela dei diritti patrimoniali (ad avviso di molti in grado di incidere significativamente sul sistema economico, sulla competitività del sistema Paese e sulla capacità di attrarre investimenti internazionali).
La durata media dei processi penali appare invece tendenzialmente in linea con quella europea, tanto che il Governo italiano ha chiesto, a suo tempo, al Comitato dei Ministri la sospensione dell’osservazione del fenomeno.
In merito ai tempi lunghi della giustizia civile, la Corte di Strasburgo ha rilevato più volte l’esistenza di lacune strutturali dell’ordinamento nazionale, chiedendo l’adozione di misure risolutive a carattere generale, in grado di “riparare” il diritto retroattivamente e non solo per i ricorrenti.
Il rimedio interno alla lungaggine processuale costituito dalla legge Pinto n. 89/2001 è di tipo meramente indennitario, non interviene sul piano strutturale ed è giudicato insuffiente a garantire la tutela convenzionale. Secondo la Relazione del Governo sull’esecuzione delle sentenze Cedu 2006 (p. 55-56), a seguito della sentenza della Grande Chambre, Scordino e a. del 29 marzo 2006, la Corte EDU conserva il potere di intervenire in via sussidiaria ove il rimedio interno predisposto non si dimostri effettivo e i dati in proposito sono definiti “allarmanti”: i giudizi pendenti per violazione di durata ragionevole del processo sono infatti 1.100 e l’arretrato della Corte supera i 2.000 ricorsi.
Più o meno dichiaratamente, sono ispirate agli inviti del Consiglio d’Europa anche le numerose riforme del processo civile intervenute negli ultimi decenni, tutte motivate dall’intenzione di rendere il sistema italiano più rapido ed efficiente. Intenzione, dati alla mano, regolarmente delusa.
Se volessimo prospettare soluzioni, che sicuramente non dipendono da modifiche dei termini di decadenza nel codice di rito, a me vengono in mente due terreni (tra quelli “INTOCCABILI”) sui quali si potrebbe lavorare.
1) IL SISTEMA TARIFFARIO FORENSE
Alcuni economisti hanno contestato il sistema tariffario forense italiano, mettendone in luce, con interessanti argomentazioni, gli effetti negativi sul sistema produttivo, soprattutto in conseguenza dei tempi processuali, (V. F. GIAVAZZI, Lobby d’Italia, Bur, 2005, p. 5 ss., che riferisce interessanti comparazioni in materia di giustizia civile: la durata media di un procedimento di recupero credito è di 3-5 anni in Italia, 2-3 mesi in Olanda, 4-6 mesi in Danimarca, meno di un anno in Francia, poco più di un anno in Germania. Più in generale, la durata processuale italiana supera del 70% la media Ue. I tempi della giustizia producono effetti economici rilevanti: l’A. cita, ad esempio, una ricerca che ha dimostrato che nelle province in cui i tempi dei procedimenti sono più lunghi, le banche applicano tassi più elevati. Sugli effetti per il sistema produttivo delle inefficienze della giustizia, v. anche M. BIANCO, S. GIACOMELLI, Se la giustizia non aiuta le imprese, in www.lavoce.info, 26 ottobre 2006: le A. sostengono l’esistenza di relazione tra i dati relativi all’inefficienza del sistema “giustizia” e quelli relativi alla natalità e alla dimensione delle imprese).
Sotto accusa è, in particolare, il meccanismo di calcolo individuato dalla legge per la determinazione degli onorari di avvocato: se la parcella è il risultato della somma di moltissime singole tariffe applicate per altrettante singole prestazioni (memorie, studio della causa, udienze etc.), il sistema incentiva gli avvocati ad utilizzare i poteri di gestione tecnica della pratica per allungare i processi (Così, D. MARCHESI, Litiganti, avvocati e magistrati, Il mulino, 2003. V. anche ID., Professioni, farmaci e concorrenza dopo il decreto Bersani, in www.lavoce.info, 3 luglio 2006, in cui l’A. sostiene che la liberalizzazione Bersani non produrrà gli effetti virtuosi desiderati, se non sarà associata ad una formula di determinazione degli onorari a forfait).
In Germania gli avvocati sono remunerati forfetariamente rispetto alla causa e, a parità di causa, il loro compenso è più elevato di quello dei colleghi italiani: questo evidentemente li incentiva a chiudere le controversie il più rapidamente possibile, anche favorendo transazioni stragiudiziali. Una riforma efficace, prodromica di ogni riforma del processo civile, dovrebbe quindi separare il sistema di compenso degli avvocati dalle caratteristiche di svolgimento delle cause. Ragionando sulla stessa linea, la commissione tecnica per la spesa pubblica era giunta a proporre, accanto all’applicazione rigida della regola della soccombenza per il pagamento delle spese di lite, un meccanismo “ad orologeria” attraverso la definizione di un tempo standard per ciascun tipo di processo, con conseguente abbassamento del compenso per l’avvocato in caso di durata eccedente. Sarebbe stato molto divertente.
Ad avviso dell’Antitrust che si esprime senza mezzi termini, la fissazione di tariffe obbligatorie in deroga al libero mercato è da ritenersi ingiustificata poiché non riconducibile al perseguimento di un interesse generale: non ha infatti riscontro, nella teoria economica, l’idea che la qualità della prestazione sia assicurata da un prezzo predeterminato. Lo svantaggio è particolarmente evidente per i giovani professionisti che incontrano ostacoli nell’accesso al mercato (provvedimento 9 ottobre 1997, Indagine conoscitiva nel settore degli ordini e collegi professionali; e successivamente, pareri del 5 febbraio 1999 su d.d.l. A.C. 5092/XIII legislatura; del 27 aprile 2005 su d.d.l. A.S. 3344/XIV legislatura; del 14 luglio 2005 sul schema di d.lgs., atto n. 543/XIV legislatura; e da ultimo, segnalazione del 16 novembre 2005).
2) USO DEI POTERI DIRETTIVI DA PARTE DEI PRESIDENTI DEI TRIBUNALI
Goodnews: adottando un semplice decalogo comportamentale, il presidente del tribunale di Torino ha aumentato in modo notevole la produttività del suo ufficio giudiziario (riduzione del 33% del carico in 5 anni), senza risorse finanziarie aggiuntive, a parità di organico e a legislazione processuale invariata.
Il decalogo reca una serie di banali norme di comportamento (rivolte a giudici e cancellieri): per rendere più fruttuoso il tempo trascorso in udienza, si sollecitano la trattazione orale (da preferire a quella scritta) e l’esercizio effettivo del potere di direzione del processo che la legge affida al giudice (al quale è richiesto di conoscere approfonditamente il fascicolo, insieme ai legali); si promuove una tendenziale concentrazione di attività per cui tra un’udienza e l’altra non devono passare più di 40-50 giorni e i rinvii richiesti dalle parti devono essere concessi con parsimonia e solo se utili; in materia di istrutturia, si invita all’applicazione rigida delle norme procedurali, normalmente trascurate nella prassi: testimoni sentiti solo se necessario, nel numero minimo, su fatti e circostanze precisamente individuate; consulenti del giudice chiamati al rispetto dei tempi e a fornire documentazione adeguata della attività svolta in contraddittorio. Infine, il giudice deve adoperarsi ogniqualvolta gli paia opportuno per la conciliazione della lite, potere che gli è affidato dalla legge.
Al decalogo, si è aggiunto un sistema di incentivi minimi, con la soddisfazione di tutti: “per i magistrati, la menzione del contributo offerto da ciascun giudice per il conseguimento degli obiettivi nei pareri redatti per la progressione in carriera; per il personale amministrativo, l’inclusione del programma fra i cosiddetti progetti finalizzati concertati con i sindacati e rilevanti ai fini del premio di produttività previsto da Ccnl”.
Sollecitare lo scambio di buone prassi è molto “contemporaneo” ed “europeo”. Forse un po’ troppo per noi.
Siamo giunti quasi alla fine di questo lungo percorso che ci portera’ alla scelta del nuovo segretario del partito. Due mesi fa la candidatura di Ignazio Marino era poco piu’ di una scommessa, ma basta vedere questi due video che allego, per capire quanta strada ha fatto la mozione Marino e quanto sia stato importante il contributo della mozione alla vita del congresso. Continuiamo a rilanciare questa bellisima sfida, andiamo a votare per la mozione Marino domenica 25 ottobre!
E’ con grande piacere che faccio questo post citando i discorsi dei tre candidati alla segreateria del Partito Democratico. Dopo aver riassaporato la politica vera nei congressi di circolo, oggi un altro importante passaggio di politica vera. I tre candidati hanno avanzato proposte importanti e rivitalizzanti per il nostro partito.
Peccato che sia durato solo lo spazio di una mattina…
La mozione Marino e’ caratterizzata da delle novità profonde che rispecchiano in pieno il mondo in cui viviamo. Questo mondo fatto di lavoro precario, meritocrazia inesistente, di giovani che vanno all’estero per far fruttare i propri studi.
Questo mondo dove comunicare e’ immediato, dove le comunità diventano multi-etniche, dove la societa’ si trasforma con una rapidità senza precedenti.
Finalmente il Partito ha una persona che può in pieno incarnare questi tempi, non si tratta di nuovo o nuovismo, si tratta del mondo di oggi, con buona pace di chi guarda al passato.
Marino ha da subito catalizzato le energie migliori di una generazioni che non trovava più punti di riferimento in politica, perché la politica attuale e’ espressione di qualcosa che non c’e’ più. Il mondo cambia rapidamente, ma i nostri uomini politici sono sempre gli stessi, dopo mille sconfitte, dopo poche vittorie e un infinito numero di compromessi, e senza aver generato una nuova nuova classe dirigente, dietro di loro c’e’ il vuoto.
Voglio partecipare a costruire un partito che abbia solide radici nella migliore storia laica, cristiana e social-democratica italiana. Abbiamo la fortuna di poterci ispirare a vite politiche come quelle di Antonio Gramsci, Altiero Spinelli, Giorgio La Pira, Sandro Pertini, Enrico Berlinguer.
Tutti noi dobbiamo avere ben chiaro che i più grandi progressi socio-politici italiani degli ultimi 60 anni li dobbiamo a uomini come loro, e da loro dobbiamo trarre continua ispirazione.
Con la mozione Marino, abbiamo la possibilità di creare una classe dirigente che nasce ispirandosi alla migliore eredita’ della sinistra italiana, e che, allo stesso tempo, sia essa stessa la migliore rappresentante della realta in cui viviamo. Questa e’ la sfida più importante per il nostro Partito. Il Partito Democratico deve cogliere questo momento per rigenerarsi in uomini e donne che siano realmente capaci di rappresentare il mondo di oggi, in uomini e donne che non abbiamo alla spalle mille compromessi, in uomini e donne che abbiamo la freschezza politica per essere un punto di riferimento per un’Italia migliore.
Da molti anni si parla in Italia di “merito” e di “meritocrazia” come di un rimedio in grado di guarire una parte dei mali del paese e di proiettarlo verso il futuro. Esponenti politici e governativi non perdono occasione per proclamare la necessità di valorizzare il merito a tutti i livelli, scarsamente creduti e ascoltati ormai con indifferenza e stanchezza dai cittadini. Intanto lo Stato salva le aziende in difficoltà con i soldi pubblici (Alitalia), predispone condoni fiscali, protegge le corporazioni e le rendite, alimenta una visione clientelare e assistenzialista della cosa pubblica; l’unico merito riconosciuto e premiato non è quello di essere più bravi degli altri, ma quello di essere più furbi degli altri. Perché allora si dovrebbe dare credito a Ignazio Marino, che fa del riconoscimento del merito uno dei pilastri del suo programma? Perché dovrebbe essere diverso dagli altri? Perché dovremmo credere che sia davvero intenzionato a cambiare e che riesca a cambiare ciò che in Italia non è mai cambiato per anni e anni, addirittura per secoli?
Se ci riuscirà ovviamente non è dato saperlo; si può però ritenere che egli abbia, più di altri, l’intenzione di provarci. Prima di farne un punto del suo programma, Marino ha vissuto la meritocrazia in prima persona, l’ha messa in pratica e ne ha fatto lo strumento che lo ha portato ad affermarsi come chirurgo di successo negli Stati Uniti. Ne ha conosciuto e apprezzato il valore e i benefici. Egli inoltre proviene da un campo, quello della medicina e della ricerca scientifica, nel quale gli enormi vantaggi della valorizzazione del merito (per tutta la collettività) sono assolutamente evidenti. Può quindi permettersi più di altri di parlare di questo tema con un minimo di credibilità. È vero che sulla meritocrazia non è forse il caso di farsi troppe illusioni: i grandi cambiamenti di cultura e di mentalità non si verificano da un anno all’altro e non basta una legge a determinarli. Forse dovremmo rassegnarci ad accettare il fatto che la meritocrazia non fa parte del DNA degli italiani (o meglio, della maggior parte degli italiani), per ragioni che affondano le loro radici molto indietro nella storia. I migliori continueranno a lasciare il paese, perché altro non possono fare, e il paese continuerà ad andare avanti come meglio può, collocandosi su una linea di confine tra le nazioni sviluppate e quelle sottosviluppate. Ma i danni di questo stato di cose sono enormi, a livello culturale e soprattutto economico, in un mondo dove la competizione è sempre più spietata. Se si vuole provare a mantenere l’attuale livello di benessere, si deve fare in modo che i migliori restino qui da noi; non si può pensare che tanto, in qualche modo, si riuscirà comunque ad andare avanti. Provare a credere in una pur minima possibilità di cambiamento, aggrapparsi ad una pur tenue speranza, è anzitutto una necessità. Questa possibilità e questa speranza oggi, nelle parole di Ignazio Marino, assumono un significato nuovo e si sostanziano di una concretezza umana ed intellettuale difficili da reperire altrove nell’attuale scenario politico, anche di centrosinistra.
La difesa della laicità è uno dei punti qualificanti del programma di Ignazio Marino. Come egli stesso sottolinea, la laicità è un metodo; non è una risposta ai problemi, ma la via più adatta per trovare delle risposte che sappiano tutelare al meglio gli interessi di ognuno. Essa presuppone una disponibilità serena ed obiettiva al confronto e al dialogo, senza la presunzione di avere ragione a priori, al fine di giungere ad una sintesi che consenta al singolo individuo di godere della massima libertà di scelta possibile nel rispetto delle libertà altrui, evitando ogni abuso o sopraffazione e ogni forma di costrizione. Laicità significa che le scelte e le convinzioni di alcuni, anche se sono in maggioranza, non possono e non devono essere imposte a tutti, a meno che non vi sia un interesse collettivo da tutelare; a maggior ragione non possono essere imposte a tutti le convinzioni di una minoranza, magari nel nome di valori non negoziabili. Il tema della laicità è stato più volte usato per attaccare la candidatura di Ignazio Marino, sia dal fronte cattolico, accusandolo di “laicismo” o addirittura di “deriva laicista”, sia dal fronte laico, rimproverandogli il fatto che non si può guidare un partito portando avanti solo questo tema (e forse rischiando di compromettere un possibile accordo con i cattolici centristi).
In effetti, in una democrazia funzionante la laicità non dovrebbe essere un obiettivo da raggiungere o un tema su cui confrontarsi; dovrebbe essere il presupposto ineliminabile di ogni dibattito, un metodo accettato in partenza da chiunque voglia entrare nell’agone politico. In democrazia non possono trovar posto valori assoluti e non negoziabili, se non quello della democrazia stessa (come insegna Zagrebelsky). Che la situazione in Italia sia molto diversa da quella di una democrazia liberale matura è sotto gli occhi di tutti. Il problema non è tanto quello dell’ingerenza delle gerarchie ecclesiastiche nella vita politica; quest’ingerenza c’è ed è fortissima, ma tuttavia può essere considerata alla stregua di un’attività di lobbying che, per quanto pressante, è pur sempre accettabile nell’ambito delle dinamiche democratiche (né si può negare alla Chiesa il pieno diritto di esprimere liberamente le proprie opinioni). Il problema, oggi, è rappresentato dal comportamento di ampi strati della classe politica italiana, soprattutto di centro e di centrodestra, i quali (per garantirsi il pieno appoggio del Vaticano e magari per farsi perdonare alcuni provvedimenti non graditi, come quelli in materia di sicurezza e di immigrazione) su determinate questioni concernenti i diritti civili individuali sono pronti a far propri i diktat vaticani e a trasformarli in legge dello stato, sono pronti a sposare e a difendere i punti di vista della Chiesa cattolica con cieca assolutezza e senza alcun discernimento critico, ostentando un ossequio prono. Una classe politica che in questo modo si rivela priva di senso dello Stato, estranea ai valori liberali e ai principi democratici, ignara del significato della parola libertà. Di fronte a questo modo di concepire la politica, la difesa della laicità, e quindi delle libertà civili, è un dovere irrinunciabile, un’urgenza pressante e non differibile.
Un altro aspetto della questione è quello che riguarda il dibattito interno al PD. Anche in questo caso non è accettabile che la difesa di determinati valori da parte di una minoranza (in sé assolutamente legittima e fonte di ricchezza per il dibattito politico) si trasformi in un arroccamento su posizioni non negoziabili e pretenda di condizionare il comportamento di tutto il partito. Laddove sia impossibile raggiungere una mediazione soddisfacente, è inevitabile e giusto che la posizione del partito sia quella della maggioranza dei suoi componenti, anche ricorrendo, nei casi più delicati e importanti, ad una consultazione tra tutti i suoi elettori. “Laicità significa che quando si considera chiuso il dibattito, e si è presa una decisione nell’interesse di tutti, si accetta quella decisione sentendosi vincolati e sostenendola con onestà” (Mozione Marino, pag. 16, MozioneMarino.pdf).
Dopo l’annuncio della sua candidatura a segretario del Partito Democratico, la figura di Ignazio Marino è stata lasciata un po’ in ombra sui media e nel dibattito politico nazionale, almeno rispetto agli altri due candidati principali, Franceschini e Bersani. Tutto questo era in fondo prevedibile e conferma il ruolo di outsider di Marino rispetto alle gerarchie e agli equilibri interni al partito. Tuttavia la novità e il significato della sua candidatura meriterebbero di imporsi con più attenzione agli occhi dell’opinione pubblica. In Italia si parla da molti anni della necessità di un rinnovamento e di un ricambio all’interno della classe politica. Ebbene, Marino è, a tutti gli effetti, un uomo nuovo. È vero che il rinnovamento di per sé non è sempre e necessariamente un fatto positivo ed è vero che anche Franceschini e Bersani incarnano un’idea di ricambio, se non altro perché finora non hanno mai ricoperto ruoli di vertice. Tuttavia la “diversità” di Marino è lampante e salta agli occhi. La sua vicenda biografica parla chiaro. In un paese dove la perdita di fiducia dei cittadini nei confronti della politica e dei suoi rappresentanti è uno dei problemi più seri, soprattutto a sinistra (ripeto, soprattutto a sinistra), Marino può rappresentare la risposta giusta e la carta vincente da giocare. La sua faccia, le sue idee, il suo modo di parlare e di proporsi possono costituire una risposta all’antipolitica, una risposta più convincente ed efficace rispetto a quella di persone che, per pensiero e formazione, rinviano a un’idea di politica più tradizionale e quindi richiamano anche quei difetti (autoreferenzialità, distanza dalla società e dai suoi problemi, mancanza di trasparenza, incapacità di innovare e di guardare al futuro) che alla politica, soprattutto da sinistra, vengono rimproverati. Il fenomeno popolare e mediatico di Beppe Grillo (della cui improvvisata proposta di candidatura si è molto parlato sui media, ben più che di Ignazio Marino) rappresenta una risposta sbagliata e poco seria ad un’istanza reale e serissima, che sale da ampi strati della società: la domanda di una classe politica nuova, onesta, preparata, in grado di rispondere alle sfide attuali e future. Su un piano diverso, la stessa improvvisa popolarità di Debora Serracchiani dimostra quanto sia forte il desiderio di volti nuovi all’interno del PD. Ignazio Marino è una persona nuova, “altra” rispetto alla figura del politico tradizionale, ma allo stesso tempo è un uomo serio, convincente, concreto, non populista e non improvvisato, come dimostrano la sua storia personale e i traguardi raggiunti, prima ancora che il suo programma e le sue idee. La sua attività politica, così come i suoi interventi pubblici, sono stati sempre improntati alla massima chiarezza e sorretti da un pensiero lucido e coerente, concentrato soprattutto sulle tematiche di sua diretta competenza (com’era giusto che fosse). Mi rendo conto che, nell’Italia e nel PD di oggi, immaginare Marino segretario del partito e, un domani, a capo del governo del paese possa apparire alquanto idealistico e velleitario, un’illusione senza speranza. Si tratta però di una possibilità così vera e autentica di cambiamento, così densa di significato (nel panorama desolante dell’Italia del 2009), che credo valga la pena di provarci con tutte le forze. “Non vinceremo mai se attaccheremo un po’ di più o un po’ di meno il nostro avversario politico, ma vinceremo quando sapremo convincere gli italiani che siamo radicalmente diversi da lui e che le nostre idee sono più utili per ogni persona e per tutta la comunità” (www.ignaziomarino.it/wp-content/uploads/allegati/mozionemarino.pdf).
Mercoledì 15 luglio la Camera dei deputati ha approvato due mozioni dell’UDC e del PdL che impegnano il governo a promuovere in sede ONU una risoluzione di condanna dell’uso dell’aborto come strumento di controllo demografico, con evidente riferimento a quei paesi in cui l’aborto è imposto alle donne per legge o è indotto con forti incentivazioni al fine di limitare il numero delle nascite. Contestualmente, sono state respinte tre mozioni del PD, dell’Italia dei Valori e dei Radicali, le quali formulavano la medesima richiesta ma sottolineavano anche, in forma e misura diverse, l’importanza della diffusione in tutti i paesi di una corretta informazione sessuale e dell’utilizzo dei metodi contraccettivi. Il PD ha scelto (con alcune eccezioni) di astenersi sulle due mozioni approvate. Francamente mi trovo d’accordo con l’articolo di Adriano Sofri su Repubblica di ieri (16 luglio), secondo cui sarebbe stato comunque preferibile un voto favorevole di PD e IdV sulle due mozioni, nonostante le loro evidenti lacune. In effetti, costringere una donna ad abortire costituisce una palese violazione dei suoi diritti e delle sue libertà e, soprattutto, un’orribile forma di violenza sul suo corpo, al di là di ciò che si può pensare sull’aborto e sul diritto alla vita del nascituro. Tale pratica è ancora più odiosa laddove viene usata in modo selettivo per favorire la nascita solo di bambini di sesso maschile. La battaglia contro ogni forma di costrizione all’aborto (da parte dello stato, della famiglia o di chiunque altro) rappresenta sicuramente una delle istanze migliori e più condivisibili dei movimenti cosiddetti “pro life”; su di essa si può senz’altro convergere. Lo stesso non si può dire, ovviamente, laddove tali movimenti pretendano che la libertà di procreare sia l’unica libertà concessa, negando ogni spazio all’autodeterminazione e alla libertà di scelta della donna (e men che meno laddove, su altro versante, essi pretendano che tutti debbano restare attaccati ad un sondino nasogastrico).
È però fuor di dubbio che, nei paesi a forte crescita demografica, il rifiuto dell’aborto come strumento di controllo delle nascite deve essere accompagnato da vaste campagne di diffusione e di promozione della contraccezione. Un aumento vertiginoso ed incontrollato della popolazione mondiale, come quello in atto, non è accettabile e non è sostenibile per un’ampia serie di ragioni, non ultimo il fatto che la terra non è in grado di produrre risorse illimitate e non è in grado di porre rimedio all’inquinamento generato da miliardi di esseri umani (emblematico è il caso di Cina e India, ma presto o tardi anche l’Africa potrebbe avviarsi sulla strada dello sviluppo). In passato la crescita della popolazione mondiale è stata tenuta a freno da un alto tasso di mortalità (dovuto a malattie, carestie e guerre) e da una minore speranza di vita; tuttavia nell’ultimo secolo, grazie soprattutto al progresso scientifico, queste “forme” di controllo demografico hanno via via diminuito la loro incidenza (e questo è senz’altro un bene). La condizione attuale dell’umanità è paragonabile a quella di una specie animale che, vedendo scomparire i propri predatori, inizia a moltiplicarsi senza limiti: la necessità di sfamarsi la porterà ad alterare e a distruggere il proprio ecosistema e, quindi, a mettere a rischio la propria sopravvivenza. Mi rendo conto che la soluzione di un simile stato di cose è piuttosto complessa e va affrontata con modalità diverse da paese a paese, con il mutare dei contesti economici, sociali, religiosi e culturali; essa tuttavia non può non passare anche attraverso una diffusione capillare della conoscenza e dell’uso dei metodi contraccettivi, pari a quella dei paesi più sviluppati. La via della castità, che alcuni propongono, sembra piuttosto ardua e difficile da percorrere.
Pur ribadendo che è preferibile non tesserarsi on-line, ma è meglio farlo direttamente presso i circoli, segnalo a chi si sia già tesserato on-line e abbia problemi a ritirare la tessera presso il proprio circolo, che è possibile ritirare la tessera presso il coordinamento provinciale, che deve garantire il diritto all’iscrizione.
PROCEDURE A GARANZIA DEL TESSERAMENTO
Delibera n. 5 del 7 luglio 2009
Al fine di garantire a tutti i livelli la corretta attuazione delle procedure per le iscrizioni on line di cui ogni coordinamento provinciale è responsabile nel proprio territorio la Commissione nazionale delibera che tutti coloro che hanno fino ad oggi attivato le procedure – attraverso il sito nazionale PD – per la iscrizione on line – nonché tutti coloro che lo faranno nei prossimi giorni – in caso di difficoltà o impedimenti a ritirare la tessera presso il circolo territoriale o di ambiente, possono recarsi presso il coordinamento provinciale che deve garantire il diritto alla iscrizione, il suo perfezionamento, il rilascio della tessera entro e non oltre il 21 luglio 2009
Dalla discussione sul ddl in materia di sviluppo delle imprese e di energia.
SANGALLI (PD). “Al contrario, avremmo dovuto lavorare per ricostituire il nucleare italiano partendo dalla ricerca, seguendo le traiettorie del nucleare di quarta generazione e cercando di patrimonializzare quel poco o molto che è rimasto all’industria energetica nazionale riguardo alla capacità di progettare e proporre innovazione in materia”.
BUBBICO (PD).”Sul nucleare abbiamo detto parole molto precise, molto chiare, e riconfermiamo quella nostra preoccupazione. Vorremmo che si tornasse a discutere partendo dalle obiezioni che abbiamo formulato in quest’Aula e che non sono contestabili in alcuna misura”.
Quindi il Pd intende lavorare per ricostruire il nucleare italiano, pur di quarta generazione? O quantomeno vorrebbe tornare a discuterne, pur partendo dalle proprie obiezioni?
Ecco un tema su cui si deve discutere al congresso. Quale dovrà essere la politica energetica italiana? Vogliamo investire davvero nella green economy, come stanno facendo gli Stati Uniti, o ci limitiamo agli slogan? Qual’ è la posizione dei candidati segretari sul nucleare? Come ci poniamo di fronte alla volontà espressa da milioni di italiani al referendum?
Mi auguro che al congresso se ne parli in maniera chiara e si prendano delle decisioni, spiegandone i motivi e assumendosene la responsabilità. E che alla fine sia a tutti comprensibile e chiara la posizione del PD su un tema così cruciale.