In mezzo a questa ormai infinita e lunghissima trattativa sulla riforma delle pensioni ci sono due cose che mi infastidiscono più di tutte: la clamorosa miopia dei sindacati e della sinistra radicale, e il fatto che tanto i primi quanto la seconda mostrino i muscoli fregandosene di demolire il futuro previdenziale di noi giovani.
E così la nostra generazione, che conosce soprattutto il lavoro precario e sottopagato, che non beneficerà della liquidazione e che percepirà una pensione insufficiente, assiste senza voce in capitolo alle battaglie ideologiche per evitare due o tre anni di lavoro in più a chi in pensione ci va a 57 anni, con un assegno pari all’80% dell’ultima retribuzione e con il Tfr da intascare e mettere in cassaforte.
Al contrario di quello che scrive Isabella nel commento al post precedente del blog, io non sogno che i 120 mila pensionandi interessati alla riforma dello scalone si alzino in piedi per gridare: “preferisco lavorare tre anni in più piuttosto che accumulare altri debiti sulle spalle di mio figlio”.
Sogno invece che saremo noi giovani, milioni di noi giovani, ad alzarci in piedi per combattere il conservatorismo dilagante nella società e nella politica italiana. Sogno che riusciremo a farlo attraverso iniziative come questa di Punto Democratico, con associazioni di ispirazione riformista che si moltiplichino in tutto il Paese e che, federandosi e collaborando, assumano una forza travolgente.
Sogno che sia poi tale immensa realtà associativa a salvarci dal populismo imperante, portando “cinque milioni” di ragazzi e ragazze in piazza ma non per far cadere governi, bensì per dare un segnale inequivocabile che ci siamo pure noi, noi “under 30″ e “under 40″. Dimostrando che siamo tantissimi e tutti consapevoli, e che quindi vogliamo partecipare da protagonisti alle scelte in grado di condizionarci la vita e stravolgerci il futuro.
Sogno infine l’impegno di molti giovani all’interno degli stessi sindacati e delle stesse forze politiche, per far arrivare sui tavoli e mettere all’ordine del giorno le esigenze e le legittime aspettative della nostra generazione. Facendo valere il peso di una forza numerica che dentro certi organismi non abbiamo mai avuto.
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Pieno rispetto per chi la pensa in maniera diversa dalla mia, ma… Sono d’accordo con te quando dici che il vero problema per i giovani è il lavoro precario e sottopagato, ma aumentando l’età pensionabile (perchè senza giri di parole qui di questo si sta parlando), con una facile equazione diminuiscono i posti di lavoro a disposizione, aumentano i non occupati, e il prezzo del lavoro cala ulteriormente… Per questo credo nelle resistenze dei sindacati e della sinistra radicale; credo che sia un pò ingeneroso da parte tua ridurle a battaglie esclusivamente “ideologiche” per evitare che alcune persone lavorino 2 o 3 anni in più… Poi non si può dimenticare di dire che la proposta della Sinistra prevede che chi vuole continuare a lavorare può farlo con incentivi…
Totale apprezzamento, invece, per la seconda parte del tuo intervento…
Caro Cnat,
sognare da soli è farsi un’illusione,
ma sognare insieme agli altri è fare politica.
E a coltivare il sogno che hai descritto siamo quantomeno in due!
WE have a dream…
Osservazione senza dubbio pertinente.
Ma non si può pretermettere il problema della sostenibilità dei costi per la previdenza, oggi e soprattutto in futuro. Non è un caso, che nel resto d’Europa l’età pensionabile è decisamente più alta della nostra: guardiamo alla Germania. All’allungarsi dell’aspettativa di vita media non può non corrispondere un ritocco dell’età pensionabile.
Con questo non voglio difendere sic et simpliciter lo scalone, che rappresenta una misura troppo draconiana e, soprattutto, con la sua entrata in vigore differita si è rivelato un astuto “trappolone” ai danni del centro sinistra.
La controproposta di aumentare l’età pensinabile di un solo anno e di puntare sul meccanismo degli incentivi (che non ha dato buona prova di sè), mi sembra poco rispondente alle esigenze contabili del Paese.
Sono sicuro, però, che tra le due proposte uno spazio per una mediazione attenta ad entrambe le esigenze ci sia, magari attraverso un aumento più graduale.
E proprio qui si parrà la nobilitate del Governo Prodi.
Grazie per l’osservazione (pubblicata con un giorno di ritardo per motivi tecnici: ce ne scusiamo…).
Continua ad osservarci!
Caro Francesco,
ti ringrazio per la tua interessante risposta al mio intervento.
Sono felice del fatto che ho l’impressione di riuscire a colloquiare con te su argomenti in cui ci troviamo in posizioni molto distanti, sicuramente di più di quanto riescano a farlo i Partiti che molto probabilmnte ognuno di noi due rappresenta in questa discussione.
Devo dire però che non mi trovo d’accordo con te su un paio di aspetti.
Prima cosa non credo nella facile equazione aumento dell’età media-aumento dell’età pensionabile, poichè un operaio che dopo 30 anni di cantieri andava in pensione con la schiena spezzata dieci anni fa, è ridotto con la schiena spezzata anche oggi dopo 30 anni di lavoro. E ti prego non dirmi che questa è solo facile Retorica. Tu parli della Germania, ma in realtà nella maggior parte dei paesi con cui ci confrontiamo nella Comunità Eurpea è ben difficile trovare operai ed impiegati alla soglia dei 60 anni ancora impegnati in attività lavorative nelle fabbriche o negli uffici. In realtà i nostri colleghi dell’Europa lasciano il lavoro, come avviene in Italia, attorno ai 55 anni di età spesso su sollecitazione delle aziende da cui dipendono, probabilmente perchè per certi lavori a quell’età si diventa scarsamente produttivi. Da quel momento i lavoratori ricevono una pensione “privata” maturata grazie alle contribuzioni che loro stessi e le aziende per cui hanno lavorato hanno versato nel corso degli anni ad enti assicurativi previdenziali privati. Il trattamento pensionistico privato “accompagna” il lavoratore fino al raggiungimento dell’età prevista (diversa da paese a paese, 60 o 65 anni) per l’accesso alla pensione pubblica.
Sono daccordo con te nel venirsi incontro, ma il punto di mediazione io a differenza tua lo trovo proprio nella proposta che chi vuole può continuare a lavorare con degli incentivi, non essendoci in Italia un sistema pensionistico gestito dalle aziende come succede nel resto d’Europa. Non penso che questa sia una proposta fallimentare, perchè sono sicuro che dei 120.000 lavoratori interessati, saranno molti a scegliere di continuare a lavorare per un paio di anni, anche perchè non tutti i lavoratori possono permettersi di andare in pensione avendo uno stipendio di 1200 euro con una conseguente pensione inferiore ai 1000 euro.
Inoltre cosa fondamentale è che non possiamo dimenticare che sullo Scalone il programma elettorale della coalizione di centro-sinistra era chiaro…
Raccolgo il tuo invito e se continuerete così proseguirò volentieri ad “osservarvi”, soprattutto perchè leggo reale passione nelle vostre parole…
Premesso che condivido, in linea di principio, buona parte delle vostre osservazioni, volevo aggiungere che si deve tener presente dei margini di mediazione possibili, soprattutto se si parla di incentivi. Venire incontro alle esigenze dei pensionandi, in linea di principio, è giusto, ma non dimentichiamo che questo significa continuare ad impiegare risorse solo in un senso, cioè verso la generazione più anziana.
Fermo restando che si deve difendere a tutti i costi il diritto di chi esercita lavori usuranti ad andare in pensione un pò prima rispetto ad un normale impiegato, non dimentichiamo che le risorse sono poche… e lo sono perchè abbiamo il 106 per cento del Pil di debito pubblico, che è un dato di fatto e non un’invenzione del Berlusca, che non ci permette sprechi ed esige che tutti (anche chi ha già 30 anni di lavoro alle spalle) tirino la cinghia e facciano qualche sacrificio.
E non dimentichiamoci, tra l’altro, che quel debito pubblico è stato in gran parte accumulato proprio a causa dei baby pensionamenti che, soprattutto negli anni ‘80, hanno permesso a moltissime persone di andare in pensione con soli 20 anni di contributi.
Sinceramente, se dovessi pensare ad un modo più utile di investire le risorse del cosiddetto “tesoretto”, potenzierei l’inesistente rete degli asili nido per permettere alle donne di non lasciare il lavoro dopo aver avuto un bambino.
Un’ultima cosa, caro Cnat: sono d’accordissimo con te, siamo noi a doverci alzare in piedi e difendere i nostri diritti ma sarebbe tanto meglio se anche la generazione dei nostri genitori si rendesse conto che è necessario puntare sul nostro futuro almeno tanto quanto sul loro. Io sogno un incontro piuttosto che uno scontro.
Grazie a tutti, comunque, per le osservazioni, è bello avere finalmente un…punto di sfogo!
Innanzitutto devo dire che è davvero positivo e stimolante verificare come il semplice strumento che utilizziamo (il blog) riesca a produrre un dibattito molto puntuale e a spingerci inoltre a ragionare su argomenti che ci interessano da vicino, confrontandoci in maniera franca e proponendo idee e spunti sempre nuovi.
Riguardo all’ultimo intervento di Isabella sono non d’accordo, ma strad’accordo, che buona parte del tesoretto andrebbe speso per la conciliazione lavoro-famiglia a favore delle donne-mamme. Investendo,peraltro, non solo sugli asili nido, ma anche su forme di assistenza ulteriore (vedi attività extrascolastiche al di fuori dell’orario delle normali lezioni) nelle scuole materne ed elementari, e sull’agevolazione concreta del ricorso all’occupazione part-time (utilizzando la leva fiscale, o forme mirate di sostegno al reddito per ridurre il divario nella busta paga rispetto al full-time).
Aggiungo in ultimo che Isabella ha ragione quando dice che sarebbe meglio un incontro e non uno scontro con la generazione dei nostri genitori. Ho però l’impressione che da parte di chi ci precede anagraficamente ci sia, da questo punto di vista, un palese e preoccupante disinteresse. Magari non sempre dettato dalla mala fede o dall’egoismo, quanto piuttosto dall’incapacità di guardare con occhiali diversi l’evidenza di una realtà che negli ultimi anni, soprattutto per i giovani, è radicalmente cambiata. Ritengo insomma che dotarci di forme di organizzazione massicce e incisive sia il passo necessario per abbattere il “corporativismo generazionale” di cui paghiamo le conseguenze. Solo dopo aver realizzato tale operazione avremo la forza per un “incontro”, che a quel punto sarà finalmente “tra pari”.
Aggiungo solo un’amara riflessione, dato che a mio avviso avete sviscerato approfonditamente tutte le componenti del “pensioni gate” riguardo l’ultimo scambio isabella – cnat.
Credo che la parte più diabolica del “corporativismo generazionale” consista nel fatto che per assurdo sta tenendo a galla in qualche modo la famiglia italiana. Mi spiego meglio: quante famiglie hanno un nonno, un genitore pensionato (magari però esercitante un’attività) che, condividendo la stessa casa, contribuisce sia economicamente in maniera diretta, sia fornendo in forma privata dei servizi essenziali per i figli precari o per i nuovi nuclei familiari in difficoltà?
Ed in più al di là del muro contro muro generazionale la difficoltà anche nei confronti di persone molto vicine di far comprendere a fondo la differenza di “mondi” previdenziali (i questo caso) esistenti sotto uno stesso tetto.
Una cosa però forse è importante enfatizzare nella nostra attività di confronto: non lasciamo che il dibattito riguardi solo i 120mila pensionandi, perché è questo che nella confusione mediatica rassegnati under 40, già coscienziosamente avviati su pilastri pensionistici e assicurativi privati e non su scalini e scaloni, percepiscono!