Se sostengo firmo, se non sostengo non firmo. E viceversa.
Scritto da Il Partito democratico non è un pranzo di gala in Senza categoria
Facciamo finta che alle prossime elezioni politiche si debba andare a votare con una nuova legge elettorale, quella che uscirebbe se vincesse il si al referendum (nell’ipotesi, ovviamente, che ce la faccia a raggiungere le 500.000 firme necessarie). Una legge che anziché attribuire il premio di maggioranza alla coalizione di liste con più voti, lo attribuisca alla lista elettorale che abbia ottenuto più voti (quesito 1 e quesito 2).
Si dice che sarebbe favorita l’aggregazione, la tendenza al bipartitismo e finirebbe drasticamente frammentazione.
Illustri costituzionalisti ne sono convinti. Io che non sono né illustre né costituzionalista non ne sono convinto, ecco perché.
Trovo che la differenza fra l’attuale situazione e quella auspicata dai referendari sia meramente nominalistica. Banalizzando sembra una legge diversa ma un sistema identico. E’ vero non troveremmo sulla scheda una miriade di partiti e partitini ma solo due simboli (io non credo come Panebianco che sarebbero di più).
Questi simboli sarebbero quelli dell’Unione (o chissà quale altro nome) e quello della Casa delle Libertà (sull’immutabilità della quale invece non ho dubbi). All’interno dei listoni troveremmo candidati che si rifarebbero a diversi partiti, più o meno organizzati territorialmente, in competizione in sede di formalizzazione delle candidature per il posto nella lista bloccata e pronti a formare gruppi parlamentari e a dare vita ad una frammentazione analoga a quella attuale all’indomani dell’insediamento delle nuove Camere. Tutto all’interno di una stessa lista o cartello elettorale o calderone elettorale (chiamiamolo come ci pare).
Sarebbe un grave colpo per il Partito Democratico. Non potrebbe presentarsi con il proprio nome, con il proprio simbolo, con il proprio progetto. O meglio potrebbe farlo, molto coraggiosamente, ma con il rischio che dall’altro lato della barricata basterebbe l’unità degli avversari per essere spazzati via.
E trovo debole l’argomento di chi sostiene che è solo un modo per mettere la pistola alla tempia di chi auspica una migliore legge elettorale ma non si adopera abbastanza per farla. Non si fanno battaglie a metà.
Sul terzo quesito invece non ho dubbi. La prassi di candidarsi in più di un collegio è schifosa. Gli ultimi avvenimenti ne sono una prova.
Per questo io non sostengo i primi due quesiti e non li firmo, mentre sostengo il terzo e l’ho firmato. Si tratta di chiarezza.
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Stavo prorpio riflettendo sulle parole di Veltroni “non firmo ma vi sostengo”… quando sul blog è apparso il messaggio di Gregorio che condivido pienamente. La chiarezza è fondamentale…io non ho ancora firmato per il referendum perchè fondamentalmente penso che della riforma elettorale se ne debba occupare il Governo…purtroppo però sembra che quella del referendum sia l’unica via possibile.
Chiarezza!
La parola magica!
Condivido al cento per cento!
Gregorio, quando prospetti un bipoliarismo di facciata che poi si frammenta sul territorio dici una bella verità. Anche modificando la legge elettorale in senso bipolare/bipartitico, rimangono le leggi elettorali territoriali, che garanticono la sopravvivenza delle realtà più piccole. Inoltre, le coalizioni trovano forza proprio distribuendosi le cariche sul territorio: regione, provincia, comune, circoscrizione…
Sono pessimista, non vedo una vera spinta riformista in questo senso. Un Partito Democratico forte è l’unica speranza, spero che riesca a trovare una posizione forte ed efficace.
La posizione di Gregorio è chiara e condivisibile.
Personalmente ho aderito al comitato referendario e ho firmato tutti e tre i quesiti, perché ritengo che in ogni caso favorire la partecipazione popolare su scelte di interesse generale è elemento determinante di una democrazia compiuta. Per lo stesso motivo ho partecipato alle precedenti consultazioni referendarie, esprimendo all’interno della cabina elettorale la mia personale posizione sui quesiti posti.
Quando saremo chiamati a pronunciarci sui quesiti del referendum elettorale, il mio orientamento sarà quello di sostenere con forza il terzo quesito, che tra l’altro riguarda una problematica di portata generale, non connessa solamente alla vigente legge elettorale. Per quanto riguarda gli altri due, confido nella intelligenza, o quanto meno nella decenza della maggioranza degli eletti alla Camera e al Senato. Altrimenti opterò per il male minore.
In generale, non mi sento in grado di sostenere aprioristicamente uno dei tanti metodi elettorali di importazione che la cronaca politica quotidianamente presenta come un grand tour euroasiatico, che di volta in volta coinvolge Francia, Spagna, Germania, Israele, Irlanda…
In ogni caso ritengo essenziale che una opzione verso il maggioritario non possa prescindere dalla definizione di collegi uninominali e dall’esercizio di elezioni primarie di coalizione, mentre una opzione per il proporzionale deve necessariamente essere caratterizzata dalla espressione di preferenza unica in lista aperta, rifuggendo dalla tentazione di perseverare nel pessimo ricorso alle liste bloccate.
Le stesse liste che a mio avviso pregiudicheranno la significatività e la funzionalità delle stesse primarie per il PD e il respiro dell’organizzazione che ne scaturirà, oggettivamente e costitutivamente differente da un partito democratico.
Io, invece, ritengo che un sistema derivante dai quesiti referendari permetterà aggregazione vera. Forse non ci sarà un bipartitismo in parlamento (quando ognuno formerà il proprio gruppo parlamentare) ma nessun partito all’interno degli schieramenti-liste concorrerà contro gli stessi partiti che comporranno la lista, perché ad ogni partito sarà riservata una determinata quota ex ante. Un esempio potrebbe essere la Margherita nel 2001.
Vi confesso che vivo il referendum con un certo disagio: ne capisco e ne condivido lo spirito ma non mi entusiasma il risultato che deriverebbe da una vittoria dei sì.
Ritengo piuttosto che, come sostengono molti dei suoi promotori, il vero obiettivo dei quesiti debba essere quello di forzare la mano alla classe politica per eliminare il porcellum, attraverso la rapida approvazione in Parlamento di una nuova legge elettorale.
Dunque, se il referendum è davvero un’utile pistola puntata alla tempia della classe politica, davvero non capisco chi come Parisi si scandalizza per la mancata firma di Veltroni.
Da Veltroni non mi aspetto che firmi per i quesiti referendari, ma pretendo che da leader autorevole del centrosinistra contribuisca all’elaborazione di una riforma da presentare al Parlamento (per modificare tanto l’orrenda legge elettorale che ci ritroviamo quanto i Regolamenti parlamentari che, allo stato attuale, favoriscono la frammentazione dei Gruppi).
La pistola alla tempia la devono puntare i cittadini.
I leader politici devono creare le condizioni perché la pistola non abbia bisogno di sparare.
No, Francesco, non sono d’accordo.
I leader politici devono indicare che cosa auspicano e conmportarsi di conseguenza. A loro è chiesta chiarezza, coraggio e coerenza.
Anzi, il dire “sostengo ma non firmo”, significa evidentemente vivere la propria candidatura come un peso per il governo e di conseguenza ambire a quello PRIMA (in senso strettamente cronologico) che al Partito Democratico.
E’ vero nonostante quello che i più sostengono che la candidatura di veltroni mette in difficoltà Prodi (a proposito quale sarebbe la sua posizione sul referendum?).
Il punto è che gli attuali quesiti referendari sono sui generis.
Non pretendono infatti di fornire delle risposte realmente praticabili (la tecnica del “ritaglio” non ti permette di fare miracoli se hai come base di partenza il porcellum…) ma, anche a detta di alcuni promotori, sono un modo per sollecitare la classe politica a dare in fretta delle risposte, riformando la legge elettorale.
Ad un leader politico spetta dunque di recepire l’esigenza sacrosanta di governabilità che viene posta (dai cittadini!) attraverso il referendum, preparando (con chiarezza, coraggio e coerenza) un disegno di legge di riforma.
Anzi, è senza dubbio auspicabile iniziare a piantare i primi paletti in materia. A questro proposito sono pienamente d’accordo con Bebbo che il mantenimento delle liste bloccate (previsto purtroppo anche nella bozza Chiti) sarebbe assolutamente scandaloso.
Saluti Greg!