La via maestra per le riforma elettorale è senz’altro il Parlamento. Su questo credo che ci sia accordo pressoché unanime, condiviso anche dagli stessi promotori del referendum.

Il punto però è che la storia ha ripetutamente dimostrato come sia veramente difficile per le forze politiche in campo intervenire sulle leggi elettorali: metaforicamente, è come decidere le regole del gioco a carte in mano (nella specie, previa visione di sufficientemente precisi sondaggi elettorali), in assenza di quel “velo di ignoranza” che i costituzionalisti americani hanno evidenziato come la migliore condizione storica per la scrittura dei meccanismi equilibrati di funzionamento del sistema politico. Così è stato in Italia ai tempi della Costituente: nessuno realmente sapeva, nel momento della scrittura delle regole del gioco, chi avrebbe governato e chi sarebbe stato opposizione. Ergo: nessuno poteva pensare di  “fregare”, l’altro per avvantaggiare se stesso e tutti, piuttosto, avevano interesse a creare un meccanismo di pesi e contrappesi che tutelasse tutte le parti e il sistema nella sua interezza.

Oggi sarebbe mai credibile pensare di chiedere al Parlamento italiano di introdurre una soglia di sbarramento decisiva, ad esempio? Sempre per restare in ambiente americano, qualcuno ha scritto che è molto difficile chiedere ad un tacchino di fissare la data del Natale…

Ovviamente, per come è disegnato nel nostro ordinamento costituzionale, il referendum abrogativo è un succedaneo e “un’arma spuntata” rispetto al potere legislativo creativo delle Camere: al massimo da abrogativo, può diventare manipolativo (togliendo alcune parole delle disposizioni di una legge, tento di modificarne il contenuto). Ma è proprio in questo modo e con il suo limite “negativo” che può essere utile.

Quando all’inizio degli anni ‘90 il sistema politico era in piena crisi, completamente avvitato su se stesso dopo 40 anni di pentapartito, e le istituzioni rappresentative apparivano del tutto delegittimate, la crisi è stata tamponata dal capo dello Stato, organo costituzionale di garanzia, “reggitore dello Stato nei momenti di crisi del sistema” (secondo la teoria di Esposito). Ma si è usciti definitivamente dalla crisi proprio grazie all’intervento del corpo elettorale che, “manipolando” l’allora vigente legge elettorale del Senato, ha di fatto introdotto il sistema elettorale maggioritario. Le imperfezioni dell’intervento demolitore sono state poi “limate”  da un successivo intervento del legislatore che però non ha potuto disattendere la volontà popolare chiaramente espressa.

Mi sembra che l’episodio dimostri come il referendum, quale correttivo “minimo”  di democrazia diretta al sistema parlamentare-rappresentativo, funzioni efficacemente come puntello e stimolo per tutti i casi in cui sia necessario superare un conflitto di interessi del tutto fisiologico. 

Il Parlamento dovrà intervenire sulla legge elettorale prima o poi (e a maggior ragione prima o dopo il referendum). Meglio che intervenga rapidamente e nella direzione autorevolmente indicata da una bussola più interessata al funzionamento del sistema che ai sondaggi.

6 Risposte a “Referendum, Parlamento e legge elettorale”
  1. cnat scrive:

    Personalmente sono d’accordo: la via maestra per le riforma elettorale è senz’altro il Parlamento.

    Allo stesso modo condivido la concezione del referendum come forte elemento di stimolo per i parlamentari, chiamati a legiferare su una materia ormai non più differibile (come dimostra lo scarsissimo tasso di governabilità lasciato in eredità dal “porcellum”).

    Per quando mi riguarda sono convinto che una buona riforma elettorale non possa prescindere da un accordo tra il nascente Partito Democratico e le due principali formazioni politiche del centro-destra, Forza Italia e AN.
    Soltanto così si potrebbe infatti superare la resistenza di alcuni partitini che vedono come fumo negli occhi le soglie di sbarramento e i sistemi maggioritari di qualsiasi tipo.

    Non si tratterebbe, a mio avviso, di un inciucio, quanto invece di una presa di coscienza e di un atto di responsabilità da parte delle principali forze che rappresentano l’elettorato. Purtroppo si ha però la netta impressione che non ci siano le condizioni storiche necessarie per un accordo del genere: un po’ per la mancanza di quel “velo di ignoranza” evidenziato dai costituzionalisti americani e citato da Angela, un po’ perchè, nell’attuale stagione di veleni e di continuo scontro all’arma bianca, è davvero difficile immaginare una “stretta di mano” tra DS e Margherita da una parte, AN e FI dall’altra.

    Per cui, anche se non è certo la panacea di tutti i mali, ben venga il referendum. Sarebbe quantomeno uno schiaffo sonoro per chi sta tentando di far rimanere tutto com’è.

  2. gregorio scrive:

    va bene, io rispetto le vostre argomentate posizioni. ma allora firmerete i quesiti o farete come ponzio veltroni?

  3. Francesco scrive:

    Il terzo lo firmo ad occhi chiusi dopo aver visto lo show di Bobba…

    Sui primi due quesiti condivido il fatto di puntare la pistola alla tempia, ma mi spaventa la possibile formazione dei due super – listoni contrapposti, che per il PD sarebbe una iattura. Quindi non credo che li firmerò, anche se confesso un po’ di indecisione al riguardo…

    PS Guarda che se ci rifletti bene, Pilato era un tipo favorevole ai referendum… ;-)

  4. gregorio scrive:

    è vero.e poi il processo a gesù è il paradigma della democrazia…

  5. d.lombardini scrive:

    Mi trovo assolutamente in linea con il “cnat pensiero” e per questo ho già firmato i quesiti.
    Pur apprezzando qualsiasi strumento di partecipazione diretta alle scelte (addirittura anche in sola ottica consultiva), credo che “La via maestra per le riforma elettorale” – come peraltro per moltre altre tematiche – sia senz’altro il Parlamento. Ma attualmente non vedo ahimè una rappresentanza istituzionale negli scranni ed una classe politica in senso lato capace di convergenze ed intenti progettuali che superino il ciclo di vita di una legislatura e degli interessi di parte.

  6. Osservazione scrive:

    Gli italiani sono il popolo che legge meno quotidiani tra i paesi cosiddetti occidentali; nelle classifiche per libri venduti l’Italia è dietro a paesi di cui faccio difficoltà anche a ricordare il nome; il tasso di analfabetismo italiano è secondo solo a quello dei paesi del “terzo mondo”; in questo contesto ho serie difficoltà a capire perché si vuol far decidere alle urne un tema importante e delicato come la riforma elettorale.
    Detto questo rivesto la mia solita veste di “voce fuori dal coro” in questo sito e vi spiego perché sono contrario a questo referendum.
    I primi due quesiti del Referendum mettono in atto un tentativo di sistema bipartitico (attenzione non bipolare) che sicuramente diminuirà la rappresentatività (ricordiamo che in questo momento i due partiti più grandi ovvero PD e FI a stento raggiungono il 50 per cento dei elettori), ma non è detto che aumenti in governabilità. Basti pensare che ieri il Governo è stato battuto con 2 voti contrari di esponenti della Margherita e, quindi, del Partito Democratico; questa volta non si può dare la colpa ai soliti ricattatori dei piccoli partiti come RC o UDEUR… Inoltre nel referendum non si parla minimamente del premio di maggioranza al Senato che da solo basterebbe ad aumentare di molto la governabilità.
    Inoltre bisogna ricordare che un sistema elettorale che funziona in paesi come il Regno Unito e gli Stati Uniti non è detto che funzioni anche negli altri paesi. Non si può tralasciare il fatto che in Italia la componente cattolica è predominante; in un sistema bipartitico la corsa elettorale si giocherebbe solo nel cercare il voto dei cattolici; non ho difficoltà a pensare che se la legge elettorale che si cerca adesso di introdurre ci fosse già da 30 anni, non avremmo ora neanche leggi come divorzio o aborto che sono state possibili grazie anche e soprattutto all’impegno dei partitini piccoli (vedi Radicali o Verdi) che non avevano bisogno di strizzare l’occhio alla Chiesa… Vediamo tutti che cosa sta succedendo per i Pacs…
    Mi chiedo perché oggi si vuole fare una riforma così radicale; da anni si parla di un proporzionale con la soglia di sbarramento più alta e non è mai stato fatto un tentativo in questa direzione; un proporzionale con la soglia al 5 per cento, premio di maggioranza al senato e la possibilità di poter votare nuovamente i candidati, senza farli scegliere dal partito. Questa sì mi sembra una legge elettorale “democratica”.
    Niente in contrario, invece, sul terzo referendum.

  7.  
Scrivi un Commento

XHTML: You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>