(Prosegue qui la discussione aperta dall’articolo di Angela: “Quali sono i costi da tagliare?” )

 L’ultimo commento di Francesco sulla questione della riduzione del numero dei parlamentari mi solletica alcune riflessioni sul tema delle riforme costituzionali. Anche se ammetto che ci sono punti perfettibili, sono sempre molto prudente di fronte all’idea di toccare la Carta fondamentale. Mi sembra, infatti, che quasi tutte le riforme che sono state fatte, in particolare negli ultimi anni (forse ad eccezione della riforma del Titolo V) abbiano prodotto parecchi danni, molti più dei vantaggi che miravano a perseguire.
Che dire della modifica dei quorum per l’approvazione delle leggi di amnistia e indulto, decisa nei tempi del rigurgito moralistico dell’epoca di “mani pulite”? Sappiamo bene cosa ha comportato: carceri in sovraffollamento per decenni e la prima legge di indulto senza amnistia della storia italiana, che oltre ad essere un “pasticciaccio” di mediazione politica (rectius: di mediazione di interessi), continuerà a produrre per anni processi inutili, con costi a carico del solito contribuente più o meno ignaro e a carico del già sofferente sistema giustizia (in termini di aggravio di lavoro).
E cosa dire della circoscrizione estero? Mi piacerebbe sapere se esistono altri Stati al mondo che consentono l’elezione di “rappresentanti dedicati” a coloro che, per quanto possano mantenere un legame più o meno stretto con il proprio Paese d’origine, tendenzialmente, in quanto non residenti, non sono soggetti ad imposizione fiscale in Italia e non usufruiscono dei servizi pubblici; su cosa si radica, quindi, il diritto di partecipare alla decisione politica, che è in primo luogo la decisione su come spendere il denaro pubblico? Per converso, chi si occupa dei diritti politici degli immigrati che lavorano in Italia, con regolare permesso di soggiorno, usufruiscono dei servizi resi dalle amministrazioni e partecipano al gettito erariale?
E pensiamo forse che le “quote rosa” saranno davvero utili ai fini dell’incremento della rappresentanza politica femminile? Introdurre incentivi economici ai partiti in ragione delle donne elette – e non meramente candidate -, non sarebbe stato molto più efficace della riforma dell’art. 51? Avrebbe semplicemente reso “conveniente” per i partiti eleggere donne. La cosa non avrebbe intaccato il diritto di elettorato passivo maschile e non avrebbe richiesto alcuna modifica costituzionale. Ove ci fosse stata una reale volontà in questo senso…
Sono tre esempi di riforme costituzionali passate quasi sotto silenzio, accettate dalle maggioranze e dalle opposizioni, per le quali nessuno, a suo tempo, ha chiesto referendum costituzionali o è sceso in piazza.
Meno problematica mi sembra la riforma del Titolo V: le disfunzioni prodotte, soprattutto in termini di contenzioso Stato-Regioni, a mio avviso, sono da imputare più che alla modifica costituzionale, alla politica centralista del governo Berlusconi (sempre pronto ad impugnare le leggi regionali, con buona pace della devolution, tanto sbandierata alle cronache).
Ho come l’impressione che quando la politica non riesca a fare il suo mestiere o non intenda assumersi certe responsabilità, pensi a modificare le regole costituzionali. Ma nella maggior parte dei casi, ove ci fosse una reale volontà di raggiungere certi obiettivi, l’effetto utile perseguito con la riforma costituzionale potrebbe essere raggiunto con modifiche legislative o dei regolamenti parlamentari, come Francesco suggeriva, o addirittura semplicemente applicando differenti comportamenti da parte delle forze politiche.
La Costituzione è molto leggera anche sugli aspetti della forma di governo e si dimostra compatibile con molti sistemi politici differenti.
I parlamentari in Italia sono tanti, è vero. Questo è uno dei punti perfettibili. Ma possiamo considerare una priorità politica ridurre il loro numero? I risparmi prodotti da una riforma del genere quanti sarebbero? Facciamo due conti: la liquidazione di Cimoli sarebbe stata sufficiente per pagare lo stipendio dei nostri parlamentari per quanto tempo?
Inoltre: quante delle disfunzioni di inefficienza del sistema parlamentare dipendono dalla regole e quante dalla politica? Forse ne soffriremmo di meno, se avessimo governi stabili e maggioranze coese, obiettivo raggiungibilissimo, a Costituzione invariata, con una riforma elettorale seria.
L’aspetto relativo all’ordine di priorità delle cose da fare mi sembra importante da considerare.
Questa argomentazione mi è utile anche in riferimento alle fondate argomentazioni sollevate dall’utente “Osservazione” nel suo commento odierno: ovviamente, dal mio punto di vista, sono ben accetti i provvedimenti che limitano abbuffate e telefonini (chi può sparare sulla croce rossa?), ma continuo ad aspettarmi molto di più da un governo riformatore di centro-sinistra. Qualcosa che abbia lo stesso spirito delle “lenzuolate” di Bersani per esempio.
 

3 Risposte a “Quali sono i costi da tagliare (e le riforme da fare)?”
  1. isabella scrive:

    Cara Angela,
    volevo solo dirti, nel caso dovessi decidere di candidarti per il PD, di farmelo sapere: sarò in prima fila per la campagna elettorale!

  2. Luca scrive:

    L’intervento di Angela sollecita tutta una serie di stimolanti spunti di riflessione che meriterebbero, in verità, uno spazio ben più ampio di quello – necessariamente sintetico – proprio di un blog. Mi limito a due ordini di considerazioni. Sulle riforme costituzionali, condivido l’idea che il problema di fondo del nuovo Titolo V, al di là degli opportuni correttivi, sia la mancata implementazione legislativa, unitamente all’atteggiamento del legislatore – soprattutto statale – che ha continuato a legiferare come se quella riforma non fosse mai entrata in vigore. Tuttavia il “peccato originale” del Titolo V è la sua approvazione a maggioranza, che ha rotto la consuetudine consolidata di revisioni costituzionali largamente condivise, aprendo di fatto la strada alla stagione della Costituzione “di una parte contro l’altra”. La qual cosa – almeno sul piano del metodo – dovrebbe forse far leggere le riforme pre 2001 sotto una luce diversa, fermi restando nel merito alcuni margini di opinabibilità, soprattutto rispetto agli interventi più recenti…
    Sui costi della politica dico subito – in netta controtendenza rispetto alla comune vulgata – che mi sembra un falso problema: il vero problema della politica oggi non è che costa, quanto piuttosto che non decide, che non risolve i problemi, che non risponde alle aspettative degli elettori, che non incide sensibilmente in meglio nella vita quotidiana delle persone. Del resto, come potrebbe essere altrimenti se nelle coalizioni che ci governano bisogna mettere d’accordo da Turigliatto a Mastella e dalla Mussolini a Tabacci? Ma non sarà che la politica non decide perchè è questo bipolarismo coatto che glielo impedisce?

  3. d.lombardini scrive:

    <p><p><p>Sottolineo un passaggio a mio avviso fondamentale del post di Angela “l’ordine di priorità delle cose da fare” (che poi è patrimonio comune di quello di Luca, come credo delle nostre riflessioni associative e di blog). Se la capacità di addivenire a dei compromessi sostenibili può essere considerato il sale della politica, certamente la capacità di decidere costituisce il pepe di una sana azione governativa. Potremo dilungarci consistentemente sulle motivazioni per cui il sistema delle regole italiano non lo rende agevole, ma dobbiamo riconoscere che spesso ci si ingarbuglia da soli….Una delle cose che non vorrei più vedere è un programma politico come quello dell’Unione, un tomo senz’anima e nerbo, gonfio di “tutti e nesssuno” e di scarso appeal anche per l’elettore comune più motivato. Già indicativo della capacità di azione di un governo.<br /><br /><br />
    Sono contento poi che proprio da una donna venga una considerazione – credo anche questa condivisa dalla maggior parte di noi, se non dalla totalità – dell’inutilità del meccanismo delle quote (a proposito, l’art.51 riformato potrebbe anche porre fine alla questione generazionale e degli immigrati che vivono da tanto tempo nel nostro paese), fermo restando la necessità di mantenere alta la guardia su tutte quelle precondizioni e servizi che consentono ad una famiglia – non solo alla donna – il più ampio spettro di possibilità di scelta.<br /><br /><br />
    Due considerazioni/rilanci finali:<br /><br /><br />
    1) oltre al “bipolarismo coatto” evidenziato da Luca, quando riparleremo seriamente del superamento del perverso bicameralismo perfetto???<br /><br /><br />
    2) anche io credo che l’onda mediatica che ha creato la comune vulgata sui costi della politica sia eccessiva e sviii il discorso dal nocciolo di alcune questioni da affrontare. Credo parimenti però che (e vi assicuro che quotidianemente, osservando quello che accade in vari livelli della PA, la situazione è patologica!) tutto ciò ci consenta di catalizzare l’attenzione su di un sistema che non va bisogna utilizzarlo, consapevoli che non si tratta DELLA soluzione, ma di un incentivo ad uscire da un cronico stallo.<br /><br /><br />
    Per riconquistare attraverso regole di gioco limpide il giusto spazio alla politica e terreno al dibattito pubblico.</p></p></p>

  4.  
Scrivi un Commento

XHTML: You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>