A proposito di leader e di quello che vorrei sentire…
Scritto da Angela in Senza categoriaHo letto oggi con ritardo i 10 punti programmatici di Veltroni sulle riforme istituzionali apparsi sul Corriere della sera di martedì 24 luglio, reperibili nel sito dei ds – articolo dal significativo (e non troppo felice) titolo: “La democrazia italiana è malata, ecco le 10 riforme per cambiare” (http://www.dsonline.it/gw/producer/dettaglio.aspx?ID_DOC=42748).
Mi permetto di respingere l’accusa: secondo me, non è la democrazia italiana ad essere malata; malata è la politica italiana (scusate, ma non posso proprio fare a meno di citare Nanni: “le parole sono importanti!”). A mio avviso, è una distinzione fondamentale, sulla linea della quale personalmente potrei anche far passare il confine tra “il vecchio” e “il nuovo”.
Quello descritto nell’articolo è un programma che in gran parte (con qualche significativa differenza) ripercorre la linea della riforma costituzionale approvata da Berlusconi, bloccata dal referendum di giugno 2006; un programma di riforme, secondo me, del tutto contestabile sul piano tecnico-costituzionale (potrei spendere pagine ad argomentare sull’inutilità, nella migliore delle ipotesi, di ciascuna delle misure “pensate” e forse appena avrò un po’ di tempo lo farò). Ma la cosa più grave è che è un programma tanto vecchio da sapere di stantio, autoreferenziale, che si occupa dei problemi dei politici e non di quelli del Paese, che sceglie una priorità e dimostra mancanza di fantasia. Che sbaglia comunicazione.
Insomma: possibile che si pensi a modificare le regole del sistema istituzionale, nei giorni in cui si ha in mano la possibilità di creare un nuovo partito, di rifondarne le regole, di sceglierne la forma partendo da zero? A me, e non solo a me, sembra un’occasione storica irripetibile per ricostruire il rapporto tra la politica e la società (v. intervento di Bersani, questo sì musica per le mie orecchie: in http://www.dsonline.it/gw/producer/dettaglio.aspx?ID_DOC=42774).
Proviamo anche a lanciare qualche idea concreta (qualcosa di politico o, addirittura, se vogliamo essere provocanti, “qualcosa di sinistra” – questo è sempre Nanni che rispunta…) su cui si possa discutere, su cui qualcuno possa guadagnarsi la leadership (bello sarebbe un partito in cui la leadership non si assume per plebiscito, ma si guadagnasse sul terreno della discussione!) e attorno a cui si possa costruire consenso (ed anche appassionare gli animi, perché sinceramente io di parlare di riforme istituzionali non ne posso più e temo che con me molti altri!).
Ci sono tante cose da fare (che non richiedono alcuna riforma costituzionale e sono più urgenti delle riforme costituzionali perché non è con le riforme costituzionali che si avrà più governabilità). Lancio alcuni temi, i primi banalissimi che mi vengono in mente:
- l’Italia è un paese spaccato in due, in cui il sistema dei trasporti è allo sfascio (non funzionano le ferrovie, abbiamo strade in condizioni allucinanti, fino al punto che dobbiamo persino sentirci il rimbrotto del Vaticano sulla Salerno-Reggio Calabria!);
- mettiamo le targhe alterne nei centri storici, ma non abbiamo fatto nulla per sviluppare il trasporto pesante su rotaia o, meglio ancora, sulle grandi vie navigabili di cui disponiamo in abbondanza (pensiamo solo all’Adriatico);
- abbiamo la metà meridionale del Paese abbandonato all’illegalità e alla criminalità organizzata, che continua ad avere un giro d’affari impressionante, tanto da essere una delle maggiori imprese del Paese (con tutte le conseguenze che questo produce: dalla arretratezza economica all’immondizia);
- abbiamo un tessuto di piccole e medie imprese che farebbe invidia a qualsiasi nazione, vere eccellenze in molti differenti settori (dalla ricerca, alla sanità, alla cultura, all’imprenditoria) abbandonate a se stesse, il cui successo è rimesso esclusivamente alla buona volontà dei singoli;
- abbiamo un sistema giustizia allucinante, inefficiente, indegno di un Paese del Terzo mondo, che rende i prestiti bancari più cari del necessario, tanto per dire di una conseguenza economica che produce un freno per gli investimenti stranieri (provaci a recuperare un credito in Italia!), con dei margini di intervento molto rilevanti a costo zero (se si volesse…): basti pensare che gli atti non sono ancora gestiti telematicamente dalle cancellerie, nonostante una legge in attesa di normativa di attuazione dal 2000 (con intuibili sprechi di risorse, rischi privacy e quant’altro); basti pensare che nei 15 anni di riforme processuali che abbiamo subito, il livello politico, di qualsiasi colore fosse, non è riuscito ad accorciare di un giorno i tempi medi dei processi, mentre a Torino un intelligente Presidente di Tribunale, evidentemente dotato di senso pratico e buona volontà, ha saputo dimezzare in un anno i tempi processuali a legislazione invariata e senza spese;
- abbiamo relazioni delle Autorità di controllo che elencano ogni anno alla politica le priorità su cui intervenire ma che molto spesso rimangono lettera morta (v. telecom);
- abbiamo un sole che spacca le pietre e, ogni estate, parliamo del rischio black-out (conseguenza ultima della ns. dipendenza energetica) ma restano chiacchiere di secondo piano per la politica le idee di volgerci nella direzione di usare questo sole per produrre energia (ancora una volta, scelta rimessa alla buona volontà dei singoli più evoluti);
- abbiamo acquedotti che perdono oltre la metà dell’acqua e parliamo di piani di emergenza siccità;
- abbiamo una ricchezza territoriale incredibile (praticamente ciascun paesino dispone di beni artistici e naturali di immenso valore che quasi mai fanno sistema, a parte la “banana” lanciata da Rutelli che tutti ovviamente ricordiamo…), con potenzialità di sviluppo turistico che riesco solo ad intravedere e uno dei profili costieri più lunghi d’Europa, con un giro d’affari importante in termini di pesca, di cantieristica, di diporto, di turismo di cui ci si occupa troppo poco.
Questo, veramente, per dire le prime cose che mi vengono in mente; ma sono certa che ciascuno di noi saprebbe individuare molti altri temi interessanti, in parte già emersi nelle discussioni di questo blog. Basta solo un po’ di fantasia.
Conclusione.
Anche questo è banale ma vorrei che il prossimo fosse un governo di centrosinistra che mi rendesse orgogliosa della mia appartenenza politica, che addrizzasse le tante storture di questo Paese, che toccasse l’intoccabile ed intervenisse, con lungimiranza, alle radici delle cose, come nessuna maggioranza ha mai fatto nell’Italia repubblicana (se si eccettuano i provvedimenti necessitati dall’appartenenza all’Unione europea, gli unici veramente “rivoluzionari” che mi sovvengano).
Sono certa che se questo fosse, se si alzasse il profilo, se ci fosse il coraggio dei pensieri di lungo respiro, il consenso verrebbe da sé, senza necessità di acquisirlo con il solito vecchio sistema (miope) della captatio benevolentiae, che lascerei volentieri al patrimonio delle altre parti politiche.
Oggi penso, da sostenitrice del centro-sinistra, che otterrò quello che auspico tra 150 anni.
Vorrei un leader che mi togliesse questo brutto pensiero.
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Le parole sono importanti, hai proprio ragione. Pensa che si sarebbe scatenato se avesse detto: “La politica italiana è malata”… allora forse è meglio: “La democrazione italiana è malata”… sembra più generico, colpisce tutti, e nessuno?!
Giusto spostare l’attenzione sui problemi concreti. Non serve un leader che cerca consensi, ma che si confronta sul nostro paese.
Concordo con molti dei passaggi evidenziati da Angela e sul fatto che tanti altri ne andrebbero aggiunti!
«La parola sinistra non deve essere lasciata incustodita, deve invece essere riempita di cose nuove» (Bersani).
Non voglio disperare però ancora sul fatto che l’occasione andrà sprecata…sta anche a noi vigilare!
Inappuntabile.
Brava Angela!
Basta, c’è troppo accordo su questo blog: quasi non sembriamo di sinistra!
E allora, provo ad alimentare il seme della discordia… Eh eh eh.
intendiamoci, sottoscrivo in pieno l’analisi articolata e ben approfondita sui mali dell’Italia (ma quanti a Terni sono in grado, così su due piedi, di fare un’analisi altrettanto lucida? Ragioniamoci…).
Però questa analisi non mi sembra in contrasto con il decalogo veltroniano. Insomma, se su tante, troppe questioni la politica è incapace di agire può sorgere legittimamente il dubbio che la malattia stia, per lo meno in parte, nel modo in cui funziona il processo decisionale democratico.
Intendiamoci: la nostra Costituzione non va trattata come un ferro vecchio. Essa è preziosa, ma in alcuni punti attempata, come un auto d’epoca. E inoltre il meccanismo, già un po’arrugginito (penso ad esempio all’eccesso di parlamentarismo, inevitabile nel periodo postbellico, ma forse inopportuno alla luce della rapidità decisionale che viene richiesta al giorno d’oggi), è stato del tutto grippato dalla follia dell’attuale legge elettorale.
Insomma, proprio per mettere mano ai tanti temi citati, occorre una riforma che ci curi da quello che è il vero cancro della nostra democrazia: il potere di veto dei piccoli partiti che, è storia di questi giorni, imponendo finanziamenti a pioggia impediscono di risparmiare risorse da investire seriamente nel rinnovamento del nostro tessuto infrastrutturale ed economico.
Sono perfettamente d’accordo con la diagnosi (il problema della governabilità e dei partiti piccoli è il ns. problema. Io dico a tutti di votare solo partiti grandi!), ma non credo che la cura individuata avrebbe sulla questione la benchè minima efficacia.
Capisco bene che il problema della governabilità esiste, ma non capisco in che modo le 10 misure indicate da Veltroni potrebbero migliorare la capacità decisionale del governo e limitare il potere dei partitini (molto concretamente, quale delle 10 avrebbe un’incidenza reale sul problema? Su questo mi piacerebbe aprire un confronto).
Faccio un esempio, indicativo del mio punto di vista: il mito del Premier forte. Molti costituzionalisti ritengono che la Costituzione attualmente vigente non escluda affatto il potere di revoca dei Ministri, sebbene esso non sia espressamente menzionato: infatti, in via di principio, il potere di revoca è implicito nel potere di nomina.
A ben guardae, l’ostacolo alla revoca, storicamente parlando, non è stato mai giuridico, ma sempre politico. Quale Capo del governo avrebbe potuto revocare un ministro, sostenuto dal suo partito, senza rotolare dalle scale da Palazzo Chigi?
Un altro esempio. Durante la XIV legislatura (gov. Berlusconi) non abbiamo sofferto di Parlamentarismo, ma del suo contrario: l’uso della questione di fiducia, unito ad una rigida disciplina di partito e ad accordi di coalizione evidentemente sanzionati, ha portato all’approvazione di un numero impressionante di provvedimenti legislativi, spesso senza emendamenti, spesso senza dibattiti, svuotando il Parlamento del suo ruolo. C’era un interesse forte a farlo e si faceva con le stesse regole costituzionali di oggi.
Mi sembra che ci sia un po’ troppa facilità a risolvere i problemi dell’attualità modificando le regole di sistema. Quelle dovrebbero essere toccate solo come extrema ratio, solo nel caso eccezionale in cui il medesimo essenziale obiettivo non possa essere raggiunto con i mezzi ordinari.
Con questo non voglio negare che le regole di ingegneria costituzionale possono incentivare o disincentivare certi comportamenti politici, ma non credo che cambiare le regole serva a rendere il sistema politico più forte.
Ergo: la cura sufficiente per l’attuale ingovernabilità secondo me è la riforma elettorale. Il problema è che non si riuscirà a farla come si deve, perchè i partiti grandi non potranno allearsi tra loro per bypassare l’interesse dei piccoli, perchè questi oggi sono potenti al punto di poter rovesciare le sorti della legislatura.
Purtroppo le mie reminiscenze di diritto costituzionale italiano e comparato sono troppo lontani…però cerco di contribuire lo stesso alla discussione premettendo sia che ritengo imprescindibile la riforma elettorale sia che considero i dieci punti di Veltroni solo una parte del suo disegno politico (espresso più compiutamente nel discorso di Torino).
Sfido chiunque ad esempio a non considerare il bicameralismo perfetto come un’ostacolo all’agilità dei lavori di aula…il resto mi sembrano obiettivi importanti ma secondari.
Volevo capire meglio un passaggio di Angela (me lo spieghi?) quando scrivi
< < Mi sembra che ci sia un po’ troppa facilità a risolvere i problemi dell’attualità modificando le regole di sistema. Quelle dovrebbero essere toccate solo come extrema ratio, solo nel caso eccezionale in cui il medesimo essenziale obiettivo non possa essere raggiunto con i mezzi ordinari >>. Capisco l’impianto e condivido l’intento del ragionamento, ma vorrei avere una tua (e di tutti) opinione sull’immutabilità o meno della Costituzione. Secondo voi quanto e se una carta fondativa si adatta alle mutate condizioni storiche, culturali, economiche di un Paese in evoluzione (inserito in un contesto mondiale in continuo divenire). Quali valori e quali regole è possibile “aggiornare”.
Il patto sociale firmato quasi 60anni fa ha lo stesso valore di allora?
Sul piano giuridico, la Costituzione italiana può essere modificata in tutti i suoi aspetti, ad eccezione dei principi fondamentalissimi (parliamo delle libertà fondamentali e dei principi imprescindibili di ogni sistema democratico che normalmente nessuno si sogna di toccare direttamente).
La discussione si pone quindi sul piano dell’opportunità di una simile scelta che giuridicamente è consentita.
Faccio un esempio che è lontano da noi, ma storicamente esiste: la Costituzione americana è tutt’ora vigente dal 1789. Da allora, si sono semplicemente aggiunti 27 emendamenti che ne hanno aggiornato alcuni aspetti. Non mi pare che il sistema politico americano sia stato in qualche modo indebolito dalla vetustà della legge fondamentale. Quindi, anzitutto non facciamoci prendere dall’idea modaiola che la nostra sia vecchia e che ci sia per forza bisogno di aggiornamento solo perchè sono passati 60 anni.
La domanda che poni è difficilissima, comunque quello che posso dire è che la nostra Carta costituzionale ha pochissime regole (solo 139 articoli per tenere in pugno tutto l’ordinamento) e maglie larghe capaci di adattarsi a tante forme di governo diverse, per cambiare le quali, nella maggior parte dei casi, non serve cambiare la Costituzione, ma è sufficiente cambiare le leggi elettorali o altre leggi ordinarie.
In Costituzione ci sono solo principi fondamentalissimi, in bilanciamento tra loro, che molto spesso si fa danno a toccare. Temo gli squilibri che deriverebbero anche a muovere i dettagli perfettibili, perchè ho visto già fin troppi passi affrettati, anche bene intenzionati, finire male. E temo i rischi: a metterci le mani in tanti (maggioranze e opposizione), non dovremo acconsentire a qualche compromesso anche su punti rilevanti? Chi difenderà l’indipendenza del csm, per esempio, dall’attacco che subirà da destra? Il gioco vale la candela?
Per quello che ho visto, la Carta del ‘48, sulla quale la Corte costituzionale lavora costantemente producendo un corpus enorme di giurisprudenza costituzionale che intepreta anche in modo evolutivo le norme adattandole alle mutate circostanze, funziona efficacemente e ha sempre funzionato, anche nei momenti di crisi del sistema. E’ la Corte costituzionale che aggiorna se e ove necessario, in via intepretativa, e il suo lavoro lo fa benissimo (vedi la fine che hanno fatto le numerose leggi ad personam berlusconiane, quasi tutte finite al macero grazie alla Corte costituzionale). A dire il vero, la Costituzione mi pare una delle poche cose funzionanti in Italia.
Prendiamo ad esempio il bicameralismo perfetto (raccolgo la sfida…). Nella scorsa legislatura non è stato affatto un intralcio ai lavori o ai programmi politici del governo. Con le stesse regole procedurali oggi vigenti, sono state approvate leggi (che toccavano interessi privati di molte persone!) nel tempo record di meno di due mesi. Vogliamo di meno in un paese democratico?! Io no. Io (e non solo io) ero sulle barricate a dire che non si poteva svuotare il Parlamento del suo ruolo e, sinceramente, avrei qualche imbarazzo a cambiare opinione. Comunque questo significa che se esistono condizioni politiche normali (nascenti da un sistema elettorale non truccato ad arte), il sistema può funzionare benissimo.
Inoltre, sempre sul bicameralismo, aggiungo che il punto perfettibile è la duplicazione fine a se stessa dei lavori. Ma ciò che non funziona è, guarda caso, un punto rimasto inattuato della Costituzione del 1948 che parla di “elezione su base regionale” del Senato. All’epoca, la prescrizione fu tradotta delineando collegi elettorali di impianto regionale ma, in sostanza, la Costituzione non esclude (e forse auspicherebbe) che la legge elettorale prevedesse un Senato in qualche modo rappresentativo delle regioni. In questo modo, il bicameralismo avrebbe un senso: il doppio passaggio significherebbe far esprimere paritariamente consessi rappresentativi di voci differenti.
Due piccioni con una fava in verità, perchè sarebbe un bel modo di dare più spazio alle regioni (senza necessità di cambiare nome alle cose, operazione che nella maggior parte dei casi non serve a niente).
E’ solo una parte del programma, d’accordo. Ma la parte scelta come principale, quella messa in mostra per prima.
Qualcuno avrà fatto un sondaggio su cosa gli italiani vorrebbero sentire da un leader di centrosinistra?
Perchè proprio dispiace dover notare che la politica abbia lasciato incustodito il terreno della politica (da noi se ne occupa Beppe Grillo e, con tutta la simpatia, non è una cosa di cui andare orgogliosi!).
<p>Grazie Angela della approfondita risposta…la risorsa tempo è UNA delle più scarse per tutti noi!!!. Lungi da me intenti o atteggiamenti “modaioli”(non ci conosciamo ancora de visu, capiresti che non è possibile), ma quando chiedo se il patto sociale siglato 60 anni fa nella Costituzione sia ancora valido, intendo se la cultura della nostra società si riconosce ancora in tutte le parti della Carta o se questa sia ancora funzionale alle esigenze delle tantissime persone che partecipano al Blog di Grillo. E per quanto riguarda il Senato mi hai dimostrato che ciò è sicuramente possibile (non me lo ricordavo per niente…ma ad ognuno il proprio mestiere no?). Mi vengono in mente altri ambiti come la laicità (ed i rapporti con la Santa Sede), l’immigrazione, la sostenibilità…sai che potrebbe essere interessante una serie di discussioni associative su queste ed altre tematiche alla luce del dettato costituzionale?<br />
. Per quanto riguada gli USA mi sembra una realtà troppo distante per una comparazione efficace (anche qui preciso la mia natura non antimperialista ad oltranza!), un sistema federale con una storia (certo non costituzionale) recente rispetto alla nostra, atteggiamenti e sensibilità molto lontane…mi piacerebbe quando hai tempo un raffronto con una qualche realtà Europea, Francia e Spagna in testa. Poi inviami la fattura!
E saltando “di palo in frasca” non credi (credete) che il mondo politico italiano a vari livelli di governo abbia peccato dell’incapacità di circondarsi di validi staff in diverse materie, lasciando soltanto dei presidi nei singoli partiti nominati non sulla base delle competenze? Ad esempio…i DS non hanno mai avuto un “archivio delle competenze” degli under 35/40…ma nominavano direttivi/giunte con suddivisione di precise tematiche continuamente. Questo vorrei proprio non vederlo nel PD!</p>
Avevo promesso ad Angela di incrociare con lei i guantoni sul tema delle riforme costituzionali.
Li incrocio con un po’ di ritardo, ma i motivi stessi del ritardo possono aiutare le mie argomentazioni.
Ieri ero nell’Aula del Senato ad assistere all’ennesima votazione di fiducia su una legge di conversione di un decreto legge. Ovvero, il Governo ha emanato un decreto-legge (la cui necessità e urgenza e la cui omogeneità sono, come al solito, discutibili) e poi “obbliga” il Parlamento a convertirlo, strozzando la discussione ed eliminando la possibilità di emendare il testo con la tagliola della fiducia.
Insomma, la Costituzione dà al Parlamento un ruolo formalmente di primissimo piano, ma le esigenze di rapidità della decisione politica portano tanto la destra quanto la sinistra (che se ne dolgono solo quando sono all’opposizione) a forzare quelle regole. “barando” ed azzerando di fatto le reali prerogative del Parlamento che resta sovrano solo sulla Carta.
Del resto la prassi della reiterazione dei decreti, eradicata dalla Corte, non era poi così differente.
Meglio sarebbe, allora, modificare le regole eliminando così la necessità di creare sotterfugi e garantire in maniera reale la funzione del Parlamento.
Tornando ai 10 punti veltroniani, alcuni mi sembrano totalmente condivisibili. Penso ad una riforma dei Regolamenti parlamentari che scongiuri la frammentazione dei Gruppi (che con gli attuali Regolamenti è incentivata) e riconosca prerogative certe alla maggioranza e alla/alle opposizioni, coerentemente con un sistema bipolare.
Penso alla riforma della legge elettorale, sulla cui necessità è inutile discutere. Penso al completamento del federalismo fiscale (a Costituzione invariata) che serve come il pane, dal momento che la riforma del Titolo V ha solo aumentato i centri di spesa senza una reale responsabilizzazione degli Enti locali.
Inoltre è assolutamente necessaria una riforma del procedimento di bilancio e della finanziaria per evitare che la manovra di politica economica sia come ogni anno depotenziata e storpiata dall’insopportabile pioggia di mancette che ci ritroviamo a dover sborsare a per placare gli appetiti di micropartitini e microconsorterie.
Insomma, cara Angela, più che riforme costituzionali servono riforme istituzionali. Anche a Costituzione invariata, ove possibile.
E che dire, ad esempio, della riforma del referendum, strumento importantissimo, che ci è stato scippato nel momento in cui gli oppositori dei quesiti hanno trovato un’arma vincente e politicamente legittimata nell’utilizzo dell’astensionismo? Quando la sinistra era all’opposizione propose di calcolare il quorum referendario sulla percentuale di chi ha votato alle precedente elezioni politiche. Ora non se ne parla più. Peccato…
Difficile incrociare i guantoni con Francesco, perchè stavolta condivido in gran parte le sue idee. Le riforme istituzionali da lui segnalate (che per la maggior parte non richiedono modifiche costituzionali) mi paiono sicuramente tra le cose da fare.
Forse non toccherei il quorum di validità del referendum abrogativo. In effetti, dove doveva funzionare veramente, lo strumento ha funzionato: nel 1993, i cittadini hanno allegramente disatteso gli inviti all’astensionismo di quasi tutte le parti politiche e hanno mandato a casa un intero sistema. Al di là del caso storico, comunque, dal mio punto di vista, questo istituto non dovrebbe diventare troppo forte, in grado di creare contro-poteri o poteri concorrenti; dovrebbe restare solo un correttivo minimo alla democrazia rappresentativa, che si basa sul binomio potere politico/responsabilità politica, estraneo al discorso dei referendum.
La vera arma in mano al cittadino è il voto, non il referendum (difficile dirlo per una che ha lasciato l’altare il giorno delle nozze ed è corsa al seggio a votare contro la legge sulla procreazione assistita…).
Infine, raccolgo la sollecitazione sui decreti legge. La prassi che ci racconta Francesco in presa diretta, dal suo privilegiato punto di osservazione, è contraria alla Costituzione (e da questo non posso che trarre un argomento a difesa della stessa). Il governo non può usare il decreto legge per spossessare il Parlamento del suo potere legislativo: il d.l. è ammissibile solo “nei casi straordinari di necessità ed urgenza”.
A dimostrazione che il sistema costituzionale funziona ed è in grado di correggersi, segnalo che, in conseguenza dell’abuso dello strumento (ben oltre i suoi presupposti legittimi), la Corte costituzionale è intevenuta a dichiarare l’illegittimità della prassi con una recente pronuncia (171/2007) salutata dai primi commentatori come un passo storico di portata analoga a quello delle sentenze del 1995/6 che hanno dichiarato l’illegittimità della reiterazione, citate da Francesco. Quindi, da qui in avanti, il Governo dovrebbe stare ben attento alle sue valutazioni in proposito (e credo proprio che lo farà) perchè la Corte è pronta ad annullare gli eventuali decreti-legge non giustificati e a riportare la situazione a legalità costituzionale.
Volevo approfittare per fare un saluto giacché sono in partenza….e da un po’ non scrivo ….Sono rimasto molto colpito dalle parole di Angela poiché tocca molti dei punti importanti che il nostro paese, i nostri politici, la società civile deve risolvere. E’ forse troppo scontato affermare che condivido in pieno quanto detto, la carrellata di argomenti e problematiche è lunga e per questo sintetica, sarebbe necessario aprire una discussione per ognuno, spero ne avremo modo nell’immediato futuro poiché l’importante fase storico politica non ci permette assolutamente di rimandare.
Vorrei aggiungere alcune cose, proprio a proposito della parola “giustizia”; una parola che esprime un concetto fondamentale per ognuno di noi, ma cui purtroppo non tutti danno l’importanza dovuta, ed ecco che ogni giorno siamo costretti ad assistere a scene di arroganza gratuità nei confronti dei più deboli, verso i cittadini, cosa ancor più grave verso le persone oneste che spesso sono identificate come fesse. La giustizia non c’è nei posti di lavoro, non c’è per le strade, non c’è perché non si rispetta nemmeno l’ambiente in cui viviamo; prima interessi economici e lobby per pochi, poi la tutela dell’ambiente, ma proprio per questo l’Italia è molto lontana da altre realtà dove il risparmio energetico, l’uso di energia non inquinante rappresentano già una realtà; oppure ormai se né parla e di frequente ma dalle nostre parti ciò sembra non interessare. Vogliamo parlare di acqua, qualcuno afferma, sentito con le mie orecchie, che non siamo così in pericolo siccità, ma non credo dobbiamo arrivare a condizioni estreme per fare qualcosa, sarebbe opportuno pensarci prima e non sprecare acqua quando si può evitare, purtroppo queste sono solo parole.
Tutti parlano di concretezza, ma poi di concreto si vede poco, sopratutto nei confronti dei giovani, che sono identificati come i veri protagonisti di questo nuovo percorso, un percorso che dovrebbe portare verso un nuovo modo di fare politica; sarà così facile? Scardinare il vecchio sistema dove spesso interessi particolari hanno avuto sempre ragione, non sarà così semplice! Ultima cosa, si parla di giovani, di giovani ventenni, di giovani che avranno vent’anni tra dieci anni, ma non ci dobbiamo dimenticare che l’Italia ha un generazione di trentenni che ha un futuro tutto da costruire e di cui si parla poco. Non è per tirare acqua al mio mulino, visto che sono un trentenne, ma ciò mi preoccupa!!! Un saluto a tutti e buon ferragosto.