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Da www.ulivo.it – “Se mi chiedete in cosa davvero si differenziano le tre liste che sostengono Veltroni, io non ve lo so dire. Oddio, so che la seconda cita di più alcune parole (giovani, lavoro, ambiente). E che la terza, magari, si richiama (almeno una volta) al socialismo europeo. Ma nell’insieme – questo voglio dire – non mi pare che l’operazione per come è stata concepita definisca i nuclei di vere e proprie aree politico-culturali. Insomma, non credo che le differenze rispondano a un confronto di merito, di valori, di strategie, se non in misura assai limitata e superficiale”. E’ quanto scrive, sul suo blog, il deputato Gianni Cuperlo, della segreteria nazionale dei Ds. “In parte – prosegue Cuperlo – lo stesso ragionamento può valere per le liste che sostengono Bindi e Letta. Nel senso che non credo (magari mi sbaglio) che quelle due candidature presuppongano un’articolazione permanente del futuro partito. Molti che sostengono Veltroni la pensano su quasi tutto come Letta. E lo stesso credo valga per una parte dei sostenitori della Bindi. E allora? Allora direi che queste liste hanno svolto (più o meno egregiamente) la funzione di “mezzi di trasporto” verso quell’Assemblea costituente che dovrà affrontare e risolvere questioni non di scarso peso (il manifesto dei valori, lo statuto, i gruppi dirigenti della transizione che ci porterà al primo congresso del Pd…). Se è così, mi pare ragionevole pensare che dopo il 15 ottobre assisteremo a un rimescolamento delle carte. E a un confronto sui punti di merito, nonché sulle scelte politiche da assumere, che dovrebbe favorire – a quel punto sì – la nascita di grandi aggregazioni omogenee dentro il nuovo soggetto. Non saranno, penso, le tradizionali correnti. Almeno lo spero. E però potranno essere – conclude Cuperlo – aree di riferimento e di appartenenza culturale e politica. Quali saranno? Non sta a me dirlo. Ma forse quello che tornerà in campo saranno (e non è detto che sia un male) le culture politiche nel loro formarsi e nel loro evolvere”.

6 Risposte a “Cuperlo (Ds): dopo il 15 Ottobre si rimescolano le carte”
  1. isabella scrive:

    Mi sorge spontanea una domanda: ma un partito politico non dovrebbe essere un’associazione di persone che si riconoscono in una serie di punti di merito e di scelte politiche comuni?
    le idee, o meglio ancora i progetti, non dovrebbero venire prima del partito?
    Inoltre, il PD non doveva servire a riunire sotto un’unica bandiera “aree di riferimento” diverse? Perchè se ne dovrebbero formare altre? Per preparare, prima ancora che il neonato emetta il primo vagito, future rotture (antico e deprecabile vizio della sinistra italiana)?
    Non sarà che in questo processo di formazione c’è un qualcosa di artificioso che ha prodotto le storture di cui si è parlato nei post precedenti?

  2. Francesco scrive:

    “Ma forse quello che tornerà in campo saranno (e non è detto che sia un male) le culture politiche nel loro formarsi e nel loro evolvere”.

    Cioè? Un gruppo di diessini e un gruppo di diellini? Orrore!!!

    Comunque è vero che il mondo non finisce il 14 Ottobre. E che dal 15 in poi si costruirà davvero il partito. Cerchiamo di ricordarci a quel punto dell’”apertura” dimostrata dal nostro Gruppo dirigente in questi ultimi giorni…

  3. Francesco scrive:

    Copio e incollo l’articolo di Roberto Giachetti su Europa.

    Niente giovani, hanno vinto i big

    Ho trascorso ore ed ore in questi giorni a cercare di spiegare un concetto per me di una semplicità disarmante: non esiste al mondo che la conclusione di un’iniziativa politica come quella del pulmino del Partito democratico, che ha coinvolto decine e decine di ragazzi, possa concludersi con la mia sola candidatura nelle liste per le primarie. Nelle intenzioni e nelle parole di tutti i dirigenti di centrosinistra il Partito democratico concorre a farsi interprete del bisogno di un ricambio generazionale negli organigrammi e nelle strutture della politica, ma alla prova dei fatti tutto questo viene puntualmente disatteso. Avevo avuto già modo di criticare la scelta del 77enne Fabiani nel cda della Rai, proprio perché si trattava di un’ulteriore occasione persa per dare un reale segnale di rinnovamento nelle idee come nelle persone. Allo stesso modo sento ripetere di continuo che il Partito democratico deve aprirsi alla partecipazione e al protagonismo concreto anche di quanti non provengono da esperienze partitiche, proprio perché c’è la convinzione che per innovare davvero il nostro sistema occorra anche lasciare spazio a soggetti esterni in grado di dare contributi diversi a questo processo. Ebbene l’esperienza del pulmino ha avuto la forza di aggregare non solo ragazzi con precedenti esperienze politiche nei partiti, ma anche giovani “senza tessera” che hanno visto in questa iniziativa una possibilità concreta di partecipare attivamente alla costruzione del Partito democratico. Non a caso due dei tre ragazzi che avevo proposto per la candidatura non sono mai stati iscritti né ai Ds né alla Margherita. Il pulmino è stato soprattutto il lavoro, la passione, l’impegno di decine di ragazzi, tra i 16 ed i 40 anni, che sono partiti da Roma e che per due mesi (giugno e luglio) sotto il sole a 40 gradi hanno girato tutta Italia, davvero tutta, spingendosi fin nei comuni più piccoli e dimenticati per promuovere il Partito democratico, per farlo conoscere e percepire dalla gente come la vera unica risposta attualmente esistente alla crisi della politica nonchè l’unico strumento per rinnovare nel metodo e nei contenuti un sistema che ormai mostra palesemente le corde. Questi ragazzi, in modo assolutamente gratuito sono andati in ogni luogo, piazze, spiagge, fabbriche, università, bar, mense, mercati a parlare senza rete e ad ascoltare la gente. Forse solo le migliaia di persone che li hanno visti all’opera sarebbero in grado di capire fino in fondo cosa sto dicendo, forse solo chi davvero in cuor suo è convinto che sia urgente ed indispensabile che la politica motivi, dia spazio, apra le sue porte a generazioni che da anni sono compresse ed umiliate nelle loro aspettative, potrebbe capire quanto questa piccola e circoscritta iniziativa sia stata importante per far sentire protagonisti decine e decine di ragazzi.
    Questo è stato il pulmino del Partito democratico. Io ho solo dato un’opportunità a dei giovani di partecipare in modo concreto e, se consentito, un po’ nuovo ed originale, alla costruzione di questo processo. E davvero qualcuno può pensare che io avrei mai potuto accettare che tutta questa esperienza, della quale io sono stato una piccolissima parte, potesse concludersi nella mia unica candidatura alle primarie? Purtroppo si, non solo qualcuno, ma più di qualcuno. E la cosa più grave è che ora per giustificare tale decisioone ci sia chi infanga tutto dicendo che si trattava di garantire miei collaborati. Lasciatemi dire che semmai io sono stato un loro collaboratore, io sono stato trascinato dal loro entusiasmo anche quelle poche volte che mi prendeva lo sconforto perché il Comitato dei 45 è stato fatto come è stato fatto, quando si è scelta la strada delle liste bloccate, quando non si è voluto inserire le preferenze, quando si è reso indispensabile l’aggancio delle liste al candidato segretario, quando i segretari regionali sono stati scelti nel modo che tutti conosciamo. Dal primo momento ho detto a tutti gli interlocutori/colonnelli trattanti che mai e poi mai il mio nome sarebbe potuto venire prima di quello di questi tre ragazzi, che avrebbero rappresentato una sintesi adeguata di quell’esperienza. Non ci sono alibi per nessuno perché mai ho detto o anche solo fatto capire che le cose potessero andare diversamente. Tutti sapevano perfettamente e da settimane come stavano le cose e tutti hanno deliberatamente deciso di lasciar fuori questa iniziativa. Basti pensare al Ministro per le politiche giovanili, che in sette telefonate ha cominciato dicendomi che: David non poteva essere primo in un collegio romano perché lì ci vanno solo i big, che poteva essere solo secondo, alla telefonata successiva il secondo posto non era più a Roma ma in un non ben identificato collegio della provincia, in un’altra telefonata mi informava che per lui non c’era posto e che l’unico spazio era per me dietro la Gruber ai Parioli, nella successiva telefonata (quando io le ho detto: ok allora lì mettici David) obtorto collo aveva accettato, salvo chiamarmi due ore dopo per dirmi che uno sconosciuto numero 2 dietro la Gruber “non lo reggeva”. Alle 20 di sabato, cioè a 4 ore dalla presentazione delle liste, mi ha detto “guarda un ragazzo no, dammi il nome di una ragazza e vediamo che si può fare”. Chi mi conosce può immaginare la conclusione della telefonata. Il problema reale è la nostra impostazione culturale, la nostra incapacità di liberarci e liberare spazio, di promuovere davvero il rinnovamento, di avvertire che la migliore risposta al malcontento delle persone è quella di aprirci e incoraggiare la partecipazione, di non stare arroccati in difesa dei nostri culi, di dimostrare alle persone che siamo anche capaci di atti di generosità, così rari in politica. Parlo di “noi” perché io mi sento parte di questa classe dirigente che sbaglia, non intendo chiamarmi fuori perché ho le mie responsabilità che continuerò ad esercitare finche mi sarà consentito, continuando a lavorare per cercare di correggere gli errori. Ho fatto 41 giorni di sciopero della fame per ottenere che fosse stabilita una data per l’Assemblea Costituente, volete che mi arrenda per questo spettacolo? No di certo, continuerò a lottare per il Partito democratico in cui credo, quello che sarà in grado di cambiare se stesso ed anche la società. Ma ad Elisa (16 anni) che ha atteso inutilmente fino alla mezzanotte una telefonata per andare ad accettare la sua candidatura, ad Alberta (38 anni) che non sapeva come organizzarsi con i suoi due figli, a David che alle 3 di notte mi mandava sms dicendomi che io avrei dovuto accettare….. che cazzo gli racconto?

  4. corradopani scrive:

    Mi pare che all’inizio dei miei interventi in questo blog, come anche in quelli diciamo più nazionali (tanto per non fare nomi in quello di Veltroni “Lanuova stagione”), avevo appunto accennato, tra le righe, alla perfetta bufala rappresentata dal partito democratico. Partito che, a ben guardare ha molto poco di democratico e tanto, invece, della casta politica affermata e, a quanto pare, da riconfermare (ma questa volta non ci sto!). E dunque le paure paventate da Beppe Grillo come anche quelle di cui tutti noi eravamo e siamo coscienti tornano con mostruosa cattiveria a rendere insonni le nostre notti: solo le nostre, sia chiaro!
    Sfogliando il Corriere del’Umbria di oggi mi son reso conto che anche le mie perplessità sulla scarsa novità del PD nella nostra regione avevano ragion d’essere: leggete i nomi poi mi saprete ridire. E allora…e scusate la volgarità: ma dove cazzo sta la novità? nel rimescolamento delle carte senza aver cambiato i mazzi? Nella riproposizione dei soliti nomi desueti? E le idee? Lasciamo ancora una volra che le idee siano solo velleità da sbandierare per accaparrare consensi?

    Quanto più si nota lapoca considerazione nei votanti, tanto più aumenta il fenomeno Grillo! A buon intenditor poche parole…e il PD sarà un altro colossale flop pagato dai cari vecchi comunisti!

  5. corradopani scrive:

    c’è qualche errore..ma la sera, come al solito son cotto…Abbiate pazienza e cogliete il senso del mio scrivere, piuttosto che la forma (per quanta importanza abbia la forma)…Pardon!

  6. raskolnikov scrive:

    Anch’io mi permetto di riportare un editoriale

    “Antipolitica, per chi suona la campana”
    EZIO MAURO

    C’è qualcosa di impopolare e tuttavia necessario da dire ancora sull’assalto dell’antipolitica al cielo italiano di questo sgangherato 2007. Niente di ciò che sta avvenendo sarebbe possibile se sotto la crosta sottile di questa crisi dei partiti che diventa crisi di rappresentanza, si allarga alle istituzioni, corrode il discorso pubblico, non ci fosse un’altra crisi ben più profonda che continuiamo a ignorare perché non la vogliamo vedere. E’ la decadenza del Paese, l’indebolimento della coscienza di sé e della percezione esteriore, la perdita di peso specifico e di identità culturale. Ciò che dà forma contemporanea ad un’idea dell’Italia, la custodisce aggiornandola nel passaggio delle generazioni, la testimonia nel mondo, garantendo una sostanza identitaria agli alti e bassi della politica, ai cicli dell’economia, all’autonoma rappresentazione del Paese che la cultura fa nel cinema, nella letteratura, nel teatro, nella musica, nei media o in televisione.

    Se questa idea che il Paese ha di se stesso, e che il mondo ha di noi, non si fosse fiaccata fino a confondersi e smarrirsi, il sussulto di ribellione ai costi crescenti della politica, alla lottizzazione di ogni spazio pubblico con l’umiliazione del merito, all’esibizione pubblica dei privilegi avrebbe preso la strada di una spinta forzata al cambiamento e alla riforma. Non di un disincanto che si trasforma in disaffezione democratica mentre la protesta diventa una sorta di secessione dalla vita pubblica: un passaggio in una dimensione parallela – ecco il punto – dove l’idea stessa di cambiamento cede alla ribellione, e alla cattiva politica si risponde cancellando la politica e abrogando i partiti. Come se cambiare l’Italia fosse impossibile. O, peggio, inutile.

    Un Paese che dedica quattro serate tv a miss Italia, riunisce una trentina di persone in un vertice di maggioranza attorno a Prodi, inventa un cartoon politico come la Brambilla per esorcizzare il problema politico della successione a Berlusconi, vede restare tranquillamente al suo posto il presidente di Mediobanca rinviato a giudizio con altri 34 per il crac Cirio, forma due partiti anche per discutere l’eredità Pavarotti e dà ogni sera al Papa uno spazio sicuro nel suo maggior telegiornale, ha la proiezione internazionale che questo triste perimetro autunnale disegna. Un’Italia in forte perdita di velocità, dove l’unico leader capace di innovazione è un manager straniero come Sergio Marchionne mentre il ceto politico è l’elemento più statico, immobile, in un sistema che perde peso e ruolo in Europa e nel mondo. Perché la moda, il Chianti e le Langhe non possono da soli sostenere e rinnovare la tradizione e l’ambizione di un Paese che non può essere soltanto l’atelier dell’Occidente, o la sua casa di riposo.

    Ma se tutto questo è vero, e purtroppo lo è, l’antipolitica è soltanto una spia – e parziale – dell’indebolimento di un sentimento pubblico e di uno spirito nazionale, qualcosa che va molto al di là delle dimensione strettamente politica e istituzionale. È quel che potremmo chiamare il senso di una perdita progressiva di cittadinanza in un Paese che perde intanto ogni piattaforma identitaria comune, ogni appartenenza sicura, qualsiasi cultura di riferimento. Come può questo Paese non perdere sicurezza, coscienza, peso, capacità di rappresentare se stesso e di valorizzarsi, innovando e modernizzando?
    Il “V-day”, a mio giudizio, è una prova di questo impoverimento. Solitudini politiche sparse, delusioni individuali, secessioni personali si riuniscono in uno show, come se cercassero “soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche”. È quella che Zygmunt Bauman chiama la comunità del talk-show, con gli idoli che sostituiscono i leader, mentre il potere dei numeri – la folla – consegna loro il carisma, capace a sua volta di trasformare gli spettatori in seguaci. Attorno, la celebrità sostituisce la fama, la notorietà vale più della stima, l’evento prende il posto della politica e trasforma i cittadini da attori a spettatori: pubblico.
    Ma come si fa a non vedere che in questa atrofia del discorso politico, che cortocircuita se stesso trasformando il “vaffanculo” nella massima espressione di impegno civile dell’Italia 2007, c’è la decadenza di ogni autorità, il venir meno di ciò che si chiamava “l’onore sociale” dei servitori dello Stato, il logoramento vasto del potere nel suo senso più generale: il potere in forza della legalità, in forza “della disposizione all’obbedienza”, nell’adempimento di doveri conformi a una regola.

    Se è questo che è saltato, il vuoto allora riguarda tutti, non soltanto la classe politica. È l’establishment del Paese nel suo insieme che invece di sentirsi assolto dal pubblico processo al capro espiatorio politico, deve rendere conto di questo deficit complessivo di rappresentanza, di questo impoverimento del sistema-Italia, di questa secessione strisciante, dello smarrimento non solo del senso dello Stato ma anche di uno spirito repubblicano comune e condiviso. Troppo comodo partecipare al valzer dell’antipolitica dagli spalti di un capitalismo asfittico nelle sue scatole cinesi, di una finanza che cerca il comando senza il rischio, di un’industria che dello Stato conosce solo gli aiuti e mai le prerogative.

    Quando la crisi è di sistema e l’indebolimento del Paese è l’unico risultato visibile ad occhio nudo, davanti alla secessione strisciante di troppi cittadini dalla cosa pubblica bisognerebbe che l’establishment italiano evitasse di contare in anticipo le monetine da lanciare contro la politica, aspettando la supplenza e sognando l’eredità. Meglio chiedersi, finché c’è tempo, per chi suona la campana.

    (27 settembre 2007) La Repubblica

  7.  
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