Sfruttamento e questione salariale (oggi mi sento un po’marxista…)
Scritto da Francesco in Senza categoria![]()
Mario Draghi ha evidenziato con grande nettezza una notizia che i quotidiani nei giorni scorsi hanno riportato un po’ sottotraccia. Secondo recenti rilevazioni i salari di entrata hanno subito una brusca decrescita negli ultimi anni e si attestano ora a livelli nettamente inferiori a quelli degli altri grandi Paesi europei. A ciò si aggiunge un altro dato spaventoso: oggi il neolaureato italiano si trova a guadagnare meno del suo coetaneo operaio, alla faccia della meritocrazia. E’ questo, se è consentito un po’ di autocompiacimento, uno dei nodi che il documento L’Umbria e il suo futuro ha trattato con maggiore chiarezza.
Dall’analisi svolta, risulta evidente che i contratti flessibili sono stati utilizzati non tanto per venire incontro alle esigenze delle imprese, quanto per poter sfruttare (un bel termine che merita di essere ripescato dalla nostra soffitta intellettuale…) manodopera giovane, qualificata, desindacalizzata e a basso prezzo, per lo svolgimento a costi ribassati di mansioni subordinate.
In Italia si è reagito alla globalizzazione abbassando il livello salariale dei giovani che per giunta, a causa del sistema pensionistico contributivo, sconteranno il fio anche al momento della pensione.
E così, mentre gli italiani sono spinti dalle grandi testate giornalistiche a sfogare la propria frustrazione andando a caccia di caste e di fannulloni, aizzando i lavoratori dipendenti uno contro l’altro (precari contro lavoratori a tempo indeterminato, dipendenti privati contro pubblici, giovani contro anziani), non ci si rende conto del vero grande problema che occorre affrontare.
Il problema, cioè, di un sistema di formazione e valorizzazione delle risorse umane e di un modello produttivo complessivo che non tiene e che ha trovato nell’abbassamento dei salari una toppa solo momentanea.
Questo sistema si terrà, però, solo fino a quando i consumi dei bamboccioni saranno finanziati dalla borsetta di mammà: poi i consumi interni rischiano di andare a scatafascio. Le prospettive non sono rosee e basta un solo esempio per dimostrarlo: pensate a cosa potrebbe accadere, se continuerà ad aumentare il costo del denaro, a quei tanti giovani che hanno contratto mutui a tasso variabile, incoraggiati senza tentennamenti dalle nostre lungimiranti banche (per non dir di peggio…)?
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Questo purtroppo è il grande problema della nostra generazione ( parlo da 29enne). A me continuano a lasciare impietrito le dichiarazioni di Padoa Schioppa sull’argomento.Le riporto sotto.
Roma 28 ott. – (Adnkronos) (…) E’ questa la risposta del ministro Tommaso Padoa Schioppa al GT RAGAZZI,Nell’intervista -che andra’ in onda domani, alle 16 e 15 su Raitre- Padoa Schioppa replica anche a Draghi che la mattina di venerdi’ 27 aveva affermato che i giovani devono consumare di piu’ per aiutare l’economia: ”i ragazzi devono prima di tutto studiare – dice il ministro – ed anzi imparare a risparmiare”.
E’ normale che l’educazione del giovane ai “buoni principi” del risparmio sia una priorità però mi sembra che sull’argomento si stia perdendo di vista il punto focale ribadito da Draghi.
Come diceva Woody Allen: “L’umanità si trova oggi ad un bivio. Una via conduce alla disperazione, l’altra all’estinzione totale. Speriamo di avere la saggezza di scegliere bene!”
A questo punto non vi sembrerebbe meglio riformulare la impropriamente detta legge Biagi, rendendo IMPOSSIBILI da replicare più di una o due volte i contratti atipici e, per controparte, rendere un pò più libero il mercato del lavoro limitando la possibilità di ricorrere al giudice in caso di licenziamento e quindi, di fatto, ammorbidendo il cruciale articolo 18? si potrebbe ovviare alle prevedibili conseguenze con un sistema di sussidi di disoccupazione esteso.
In questo modo a pagare (i debiti dei loro padri) non sarebbero sempre e solo i più giovani e meno sindacalizzati.
Il Pd sarà in grado di intraprendere quella svolta liberale e liberista di cui, purtroppo, il nostro Paese sembra avere sempre più bisogno?
Ps Io ci aggiungerei anche fiscalità di vantaggio per le imprese che investono nel sud e differenziazione dei salari tra nord e sud. E magari militarizzazione delle giunte comunali sciolte per associazione a delinquere di stampo mafioso!!!!!
pps Oggi mi sento un pò Lanzillotta….
Oggi mi sento un po’ ISTAT ed un po’ avvocato del diavolo…
…premesso il problema che sostiene Francesco in una giornata marxista, ossia di un sistema di formazione e valorizzazione delle risorse umane e di un modello produttivo complessivo che non tiene e che ha trovato nell’abbassamento dei salari una toppa solo momentanea, la rincorsa dei media ad aizzare italianissime coroporazioni contro corporazioni in una guerra civile tra poveri e la validità dell’afflato lanzillottiano di Isabella, mi piacerebbe riepilogare un po’ di dati (quelli che Biggeri, presidente ISTAT, ha presentato in un’audizione in Parlamento) ed andare oltre, anche assumendo una posizione “scomoda”.
Secondo l’indagine dell’Istituto, relativa al 2005, in Italia i giovani di età compresa tra 20 e 30 anni, sono circa 8 milioni. Il 67,6% dei giovani occupati che vivono in famiglia ha un reddito che non supera i 1.000 euro e tra questi il 46,2% non supera i 500 euro. Quelli già usciti dalla casa dei genitori, andando a costruire un complesso di circa 1,9 milioni di famiglie, sono 2,4 milioni (30,3%). Le famiglie di questi giovani vivono in affitto in misura significativamente maggiore rispetto alla media nazionale (32,4% contro 18,4%) e presentano un’incidenza di questa voce di spesa sul reddito familiare superiore a quella che si registra per tutte le altre famiglie in affitto (22,3% contro 16,7%). ”Ciò è imputabile – spiega l’Istituto – sia al minor livello di reddito su cui, in media, possono contare le famiglie giovani sia a una spesa per affitto mediamente più elevata che, a sua volta, è riconducibile almeno in parte a un minor accesso dei giovani agli affitti a canone agevolato”. In altri termini l’Istat suggerisce di andare a vedere nella Unione Europea, non solo quando si vogliono ridurre in Italia i così detti (dai “soloni”) privilegi, ma anche le retribuzioni reali degli occupati, i costi e le disponibilità delle abitazioni e di non “rompere” troppo con la diminuzione dei trattamenti pensionistici fin tanto che questi (quelli dei genitori e nonni) suppliscono alle mancanze di risorse delle generazioni più giovani.
Detto ciò (ed essendo d’accordo che bisogna sviluppare tutti quegli strumenti utili a sostenere l’uscita dalle famiglie e le nuove famiglie senza distinzione di genere) ognuno di noi ha davanti agli occhi le differenze esistenti tra l’affrontare la quotidianità (di lavoro e di coppia) in provincia e nelle metropoli. Ed ognuno di noi deve essere onesto nell’affermare che esiste una grande fascia di giovani che pigramente si adagia su delle posizioni attendistiche, anche laddove è possibile provare a recitare da protagonista la propria vita. Le ragioni possono essere tante, ma non le si può cristallizzare in forma di scuse! Un po’ di coraggio non guasterebbe. E forse una forma mentis meno da happy hour e più da progetto di vita pagherebbe, anche se decidere costa e fa paura. Quanto crescere.
Vorrei rifarmi alle ultime righe dell’intervento di Daniele. Sicuramente c’è una fascia di giovani che pigramente si adagia su delle posizioni attendistiche: questo è senza dubbio un dato di fatto.
C’è però al tempo stesso un altro dato di fatto: c’è una fascia di giovani vittime de “…all’apparir del vero tu misera cadesti…” ossia della mancanza di una linea di continuità tra l’università e il mondo del lavoro.
Ci troviamo davanti a un mondo del lavoro che stritola il giovane tra il nepotismo e una legislazione che lascia a desiderare.
Ricordo gli anni universitari in cui non esisteva il sabato e la domenica se c’era un esame prossimo.
Quegli sforzi erano più o meno ricompesati in termini di voti e di tempo: c’era un riscontro , un causa-effetto tangibile.
Nel mondo del lavoro invece si sono ribaldati i ruoli. Chi di voi non ha mai incontrato un ex compagno di scuola (università o scuole superiori) che ora ha una situazione lavorativa molto migliore pur partendo da un handicap scolastico rilevante?
In alcuni casi ci sarà stata l’esplosioni di doti e capacità che magari il sistema scolastico soffocava: spesso c’è però lo zampino di “fattori esterni”.
Gli stimoli si sa nella vita sono importanti.
Chiaramente tutto ciò non deve rappresentare un alibi: per certi versi restiamo padroni del nostro destino. Però è importante che alcuni fattori “ambientali” cambino se si vuole far emergere quella straordinaria energia che può avere un giovane.
Detto questo …non si può vivere per l’aperitivo
i fattori ambientali di cui parla Fabio cambiano solo se si instaura un “regime” meritocratico.
La meritocrazia emerge molto più facilmente se il mercato del lavoro è libero.
le storture di un mercato del lavoro libero sono correggibili (vedi Paesi nordici come la Danimarca). le storture di un mercato del lavoro rigido ci hanno portato alla situazione odierna e all’accumulo del 120% del Pil di debito pubblico.
mmmm bene…”l’avvocato del diavolo” in me si compiace di accendere la discussione!
Il precario qualificato condivide e rosica!
L’esigenza fondamentale, come sottolineato da Isabella nel suo primo intervento, sta senza dubbio nel rendere più libero e trasparente il mercato del lavoro italiano. Per riuscirci va garantito un presupposto di base: estendere e potenziare i sussidi di disoccupazione legandoli però alla reale ricerca di un’occupazione da parte del beneficiario, magari attraverso una sorta di patto di servizio con i centri per l’impiego.
Giusta la fiscalità di vantaggio per le imprese che investono al sud. Giustissima la militarizzazione delle giunte comunali sciolte per associazione a delinquere di stampo mafioso. La differenziazione salariale tra nord e sud va bene, a mio avviso però solo se accompagnata da un reale rafforzamento della contrattazione di secondo livello, e se applicata e studiata non per l’intera macro area del Mezzogiorno in maniera indistinta, ma andando a distinguere sulla base delle condizioni socio economiche dei vari territori.
Riguardo ai rapporti di lavoro atipici, sono d’accordo sull’applicazione di un limite tassativo dei rinnovi, ma esclusivamente per i contratti a tempo determinato (come previsto peraltro dal protocollo sul welfare siglato da governo e parti sociali a luglio). Il discorso è invece diverso per i contratti di collaborazione, che possono rappresentare una possibilità di scelta per lo stesso lavoratore e un’importante opportunità per conciliare tempo libero e professione. Semmai andrebbero combattute con determinazione le applicazioni distorte dei co.pro (ma qui non ha senso prendersela con la Legge 30, o legge Biagi che dir si voglia, che a tal proposito parla molto chiaro) e bisognerebbe spingere e incentivare le aziende a pagare di più i collaboratori (la flessibilità deve diventare un vantaggio, anche economico, per entrambi i contraenti)
L’ammorbidimento dell’articolo 18, infine, andrebbe a mio avviso proposto alle imprese all’interno di un “pacchetto” più ampio, che contempli, ad esempio, un’ulteriore riduzione del costo del lavoro e una maggiore flessibilità dell’orario giornaliero, oltre alla decontribuzione e a una fiscalità di vantaggio per gli straordinari. Un “pacchetto” articolato, in cambio di un accordo chiaro e tassativo sulla distribuzione equa tra lavoratore e azienda dei vantaggi economici che ne deriverebbero.