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Dal Corriere della Sera di oggi, 28 novembre.

Senza ulteriori commenti.

Organi collegiali, 9 su 10 non vanno a votare

Scuola, disimpegno dei genitoriLa partecipazione delle famiglie alle elezioni scolastiche è crollata ovunque. I docenti: «Trovano solo scuse»

MILANO – Avviso sulla bacheca: «Le elezioni del consiglio di istituto sono convocate per domenica. I genitori sono VIVAMENTE pregati di partecipare». Il lunedì, alla scuola media Carlo Porta di Milano, si contano i votanti: 92 su 1.165. Il 7,8% degli aventi diritto. Ma in alcune sezioni si scende allo zero. Come negli istituti di Palermo, Torino, Firenze, Roma. Città diverse con realtà simili: assemblee snobbate, incontri in cui non si raggiunge il numero legale, riunioni rimandate a oltranza.

«È la fine della democrazia scolastica», dicono i presidi. E non perché le decisioni non vengano prese collegialmente. Il problema è l’opposto: nessuno vuole più partecipare alla vita di classe. Troppo impegni (delle famiglie), scarsa fiducia nella autorità scolastica, disinteresse e — a detta dei docenti — «maleducazione» dei genitori. Ecco perché nelle elementari, medie e (soprattutto) superiori d’Italia si assiste all’agonia della «partecipazione». Ogni scusa è buona: «Non ho tempo»; «Scriva una email». Al circolo didattico padre Gemelli di Torino, alle ultime elezioni su 816 genitori hanno votato in 55. «E sì — dicono gli insegnanti — che abbiamo fatto un’imponente campagna di sensibilizzazione».

Niente da fare. La scuola, come luogo di dialogo e scambio di idee, non attrae più. E nemmeno come palestra politica. «Vent’anni fa — ricorda Francesca Lavizzari, preside dell’istituto Cavalieri di Milano — si presentavano almeno 4 liste e votava l’80% dei genitori. Ora bisogna pregarli di candidarsi».

Altri tempi. Era il 1974 l’anno in cui i «decreti delegati» istituirono gli organi collegiali della scuola «dando ad essa il carattere di una comunità che interagisce con la più vasta comunità sociale e civica». Fu una rivoluzione. «Le famiglie, per la prima volta, si sentirono coinvolte nelle nostre decisioni», raccontano i professori. E invece «ora c’è un disinteresse generale», accusa Vincenzo Spina, a capo dell’istituto Amedeo Maiuri di Napoli. Nella scuola «bene» del Vomero vota circa il 15% dei genitori, «ma solo perché la nostra “utenza” è alta. In periferia i numeri sono molto inferiori». La collega Marina Esposito, che guida il circolo Quarati di Napoli, aggiunge: «Anche per reclutare i rappresentanti di classe ci sono problemi». Conferma Antonella Perugi, docente all’Itis Giulio Natta di Sestri Levante, in provincia di Genova: «In alcune sezioni non siamo riusciti nemmeno a trovare un delegato».

Perché il problema è soprattutto alle superiori: «La presenza dei genitori è inversamente proporzionale all’età dei figlio». Lo spiega Silvana Giarratano, che guida il liceo Leon Battista Alberti, l’unico artistico di Firenze (900 studenti): «Gli adulti che si appassionano alla vita della scuola sono meno del 5%. E il censo non c’entra: ci snobbano ricchi e poveri. Il nostro consiglio di istituto è composto da 19 persone e spesso non raggiungiamo il numero legale. Bisognerebbe snellire tutto il sistema». All’Itis Lucarelli di Benevento su 1.600 genitori hanno votato in 19.

Partecipazione addio. Con i professori che invocano «più rispetto per la scuola» e i genitori che oscillano tra l’indifferenza e una domanda: «Se non possiamo decidere nemmeno il colore della carta igienica — ammesso ci siano i soldi per comprarla — perché dovremmo darci da fare?».

Eppure sono loro la chiave di tutto. Lo aveva capito 40 anni fa Don Milani, che così aprì la sua «Lettera ad una Professoressa»: «Questo libro non è scritto per gli insegnanti, ma per i genitori. È un invito a organizzarsi». Ci provano gli iscritti dell’Age, l’associazione che raccoglie 10 mila genitori di tutta Italia. Lucia Rossi, il segretario, interviene: «Purtroppo è ferma la legge di modifica degli organi collegiali, fondamentale per una scuola che si sta rinnovando. Il nostro augurio è che si crei un maggiore sodalizio tra professori e famiglia».

Uno sforzo non da poco. La scorsa domenica alla Carlo Porta di Milano era in programma una corsa aperta a tutte le famiglie della scuola. La vendita dei pettorali serviva per finanziare progetti e laboratori. All’ultimo minuto la gara è stata annullata. La causa: mancavano i partecipanti.

Annachiara Sacchi

28 novembre 2007

2 Risposte a “Le radici del bullismo”
  1. d.lombardini scrive:

    <p><p>Devo dire che da figlio di insegnante in pensione e marito di insegnante precaria non mi stupisce più di tanto l’articolo. Credo però allo stesso tempo che “l’istruzione/cultura salverà il mondo”, ma non attraverso organi collegiali bensì attraverso una centralità dell’azione delle strutture scolastiche ed una vera capacità di rimettere al centro luoghi e qualità dell’apprendere e del vivere.<br /><br />
    Scuole come centri aperti a diverse attività: non POF (piani dell’offerta formativa) campati in aria ma risorse ben utilizzate (meglio un corso di italiano per stranieri in più o di educazione civica per tutti che uno di ikebana o di una gita non credete?). Basta progetti e più qualità dell’insegnamento (partiamo dalla comprensione del testo ed al far di conto…siamo umili!).<br /><br />
    Ma per far questo c’è bisogno di una riforma del ruolo del dirigente scolastico (oggi figura ibrida anche di competenze oltre che di poteri) o meglio di uno sdoppiamento: un responsabile didattico ed uno gestionale. E di una riforma nel senso di un’introduzione della valutazione delle scuole. Chi ricorda una puntata di Report in cui si parlava del sistema inglese e della possibilità di chiusura per le scuole inefficienti? E qui si aprirebbero altre finestre sulle modalità delle assunzioni dei docenti (e della valutazione in esercizio: l’Inghilterra della Lady di Ferro rilancio il sistema universitario facendo scegliere ai docenti se prepensionare o se essere sottoposti a valutazione della propria ricerca…risultato? Il 90% fuori e ricambio!), sulla gratuità dei libri di testo nella scuola dell’obbligo (e possibile non sottostare ai ricatti delle case editrici), sulla fruibilità dei plessi scolastici, sulle vere borse di studio, sulla non discriminazione della meritocrazia sia tra studenti che docenti, sulla libertà di insegnamento….da dove si inizia? Altro che riforma Fioroni, Moratti Bis, Falcucci Ter, 3 2, 5*4, 44 gatti in fila per 6 con resto di due.</p></p>

  2. Francesco scrive:

    Quello che mi spaventa, in generale, è lo scarso desiderio di partecipazione che spesso si riscontra. Ricordo quando ero rappresentante di classe prima e di istituto poi la difficoltà nel far partecipare gli studenti alle iniziative. La stessa difficoltà, forse anche maggiore, l’ho vissuta nella vita di partito. Per anni si è lottato per consentire la partecipazione alla gestione della “cosa pubblica”. Una volta ottenuta, si è dovuto lottare per far partecipare veramente le persone, combattendone il disinteresse.
    E in tutto questo il partito democratico come si pone? La speranza è che ravvivi il desiderio di partecipazione, facendone un valore fondativo. Il timore è che, attraverso il feticcio delle primarie, si scambi la partecipazione vera, costante, quotidiana, con l’adesione ad un rito collettivo e mediaticamente amplificato, che rappresenta solo un simulacro di partecipazione, ma di fatto si limtia ad essere una ratifica delle decisioni altrui.

  3.  
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