Archivio per febbraio 2008

Michele Di Schino, Guliano Galli, Giuliano Rossi e Cristiano Gregori.
Quattro amici di Punto Democratico hanno creato un video risultato primo classificato al concorso nazionale indetto per la presentazione del Partito Democratico e che sarà impiegato durante la campagna elettorale!
Articolo Messaggero 15 Febbraio 2008
Complimenti da tutta l’associazione!!!
…un altro in bocca al lupo a Michele Di Schino per una nuova avventura: verà presentato a Roma il 12 Marzo 2008 il suo libro “L’uomo della sabbia“ Edizioni Il Filo-Strade.
7 Commenti »

Date un’occhiata a questo simpatico video !!!
Da Le Citta’ invisibili (Italo Calvino) – Leonia
La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche che dall’ultimo modello d’apparecchio. Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti di Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo i tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose di ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurit à. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare. Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori dalla città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arrestrare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’inalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermantazioni e combustioni. E’ una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne. Il risutlato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la citt à conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri. Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sé le montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano. Più ne cresce l’altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle altre città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse,allontanare i nuovi immondezzai.
1 Commento »
Vi segnalo questa interessante iniziativa della neonata associazione: Pensare Democratico
Pensare Democratico per il Partito Democratico
SABATO 16 FEBBRAIO 2008 ORE 16.30
SALA CONVEGNI HOTEL VALENTINO / TERNI
Relazione introduttiva di Gianluca Rossi
Intervengono
- Gregorio Alteri
- Federica Cercarelli
- Daniele Lombardini
- Pierluigi Spinelli
- Andrea Terenzi
All’iniziativa pubblica sono invitati i rappresentanti istituzionali del Partito Democratico e quelli del mondo economico e sociale della città
1 Commento »

Dai Centri sociali all’ Hub, un club per innovatori sociali, un crocevia di persone, idee e risorse finanziare.
Dopo “Terni 2019” e “Le 3T e Terni” prosegue il tentativo provocatorio (mica poi così tanto!) di stimolare una riflessione sulle vie dello sviluppo della Conca anche esplorando sentieri innovativi, che in questo caso si snodano tra marketing urbano, attrazione dei talenti, riqualificazione edilizia, sviluppo economico responsabile. Tematiche che si possono anche finanziare attaverso bandi comunali integrati.
Tratto da Ventiquattro, Il magazine del Sole24Ore Venerdì 1 Febbraio- “Circolo Virtuoso”, di Carlotta Jesi
Immaginate di affittare un ufficio a tempo. Di pagarlo a minuti di utilizzo invece che a metri quadrati. E di non chiamarlo affatto ufficio, ma habitat. Perché è confortevole e a misura d’uomo come il salotto di casa vostra, però dotato dei migliori hardware e software sul mercato. Perché è studiato nei minimi ttagli per trasformarsi, ogni giorno, in un crocevia di persone, e, risorse finanziarie e contatti. Benvenuti a The Hub, Islington: mila metri quadrati ricavati da un ex magazzino nel cuore di Londra, riscaldati a energia pulita e arredati con mobili di design in materiale riciclato. Riservati a imprenditori e innovatori sociali con un’idea di business per migliorare il mondo. Un club per soli membri tipico della cultura british, ma con tariffe d’iscrizione flessibili e a portata di tutte le tasche, che funzionano come un abbonamento al cellulare: 10 sterline per 5 ore di utilizzo al mese, 65 per 25 ore e poi a salire fino a 295 per il contratto “Hub Unlimited” che garantisce accesso illimitato per tutto il mese, ventiquattro ore al giorno. Accesso alle postazioni di lavoro, ma, soprattutto, a cene, brunch, conferenze oganizzate in pausa pranzo e allo scambio di contatti, erienze e know how promosso da due host, o facilitatori, incarii della quotidiana impollinazione di idee fra i membri del club. Un pionieristico esempio di social networking? Viene da chiederselo considerato che The Hub ha aperto i battenti nel gennaio del 2005 quando MySpace e Facebook stavano ancora muovendo i primi si su Internet. Ma il suo fondatore, jonathan Robinson, classe 1979, preferisce parlare di «social networking promosso a un livello superiore. Il mio obiettivo non è solo connettere persone: punto a realizzare progetti, concreti, insieme ad altri individui». È una strategia che il giovane imprenditore ha sperimentato di persona lanciando l’Hub londinese con un rodato team di amici conosciuti all’Atlantic College, prestigiosa fucina di innovatori sociali. Fresco di laurea in antropologia, Robinson vive sulla propria pelle la frustrazione di tanti giovani decisi a inventarsi un nuovo modo di fare business: responsabile, al tempo stesso, economicamente sostenibile. «Bloccati nelle nostre stanze, pieni di idee ma privi di mezzi per realizzarle, abbiamo pensato di creare uno spazio che facilitasse l’accesso tempestivo ai tre ingredienti base per il successo di un’impresa sociale: conoscenza, capitale e network». Uno spazio in cui crescere, cambiare marcia e assumersi dei rischi che immagina a cavallo fra tre distinti segmenti di mercato – offerta di spazi, incubazione d’impresa e consulenza – e che crea combinando l’efficienza di uffici hi-tech, il calore di un caffè letterario e l’atmosfera eccitante degli happening culturali. Il tutto in un’ottica open source: invece di affidare il progetto a un architetto, il fondatore di The Hub chiama a raccolta una trentina di aspiranti imprenditori sociali armati di gessi bianchi con licenza di scarabocchiare su muri e pavimenti l’arredamento e gli spazi del loro ufficio ideale. Il risultato sono larghi tavoli ondulati realizzati con cartone riciclato che ruotano attorno a un perno come petali di un fiore, perfetti per lavorare da soli o in gruppo, grandi finestre con vista mozzafiato sui tetti di Londra e tanto, tantissimo, spazio vuoto. Da riempire di idee e di persone. Robinson sintetizza l’atmosfera dell’Hub con una parola: serendipity. «Abbiamo creato un ambiente caldo, familiare, professionale e invitante che facilita la creazione di due diversi tipi di connessione: scintille brevi e immediate, come quelle tra un avvocato e uno stilista di moda eticamente corretta che si ritrovano seduti per caso allo stesso tavolo e che si scambiano contatti utili, o intese durature tra individui che scoprono di avere gli stessi obiettivi e uniscono le rispettive forze su un unico progetto».
The Hub non è solo la rappresentazione fisica di un modo e lavorare in cui flessibilità e iniziativa personale stanno diventand la regola invece dell’eccezione. È la risposta al bisogno di senso significato anche nell’impegno professionale che, solo nel Regno Unito, genera un mercato etico di 29 miliardi di sterline. Robinson ha scommesso sul suo potenziale, e i numeri gli hanno dato ragione: l’Hub londinese, che conta oltre duecento membri e migliaia di visitatori occasionali, oggi è un’impresa sociale con 200mila sterline di fatturato (circa 260mila euro), che ha generato spin off in dieci città del mondo: da johannesburg a Rotterdam passando per San Paolo e Bruxelles. Ma guai a definire questo network un franchising etico. «È una partnership di cui sono proprietari tutti i fondatori degli Hub in giro per il mondo – precisa Robinson -. Gli Hub nascono per rispondere al stessa domanda di nuovi spazi lavorativi ed esistenziali, ma ciascuno ha un suo Dna perché nasce in un particolare contesto geografico sociale». L’identikit del cliente tipo? «Tracciarlo è impossibile – spie) il fondatore del primo Hub -. Sono studenti, laureati, professioni: nel mezzo della carriera, avvocati, designer, stilisti, attivisti ed espe’ di tecnologie. Il potere dell’Hub risiede proprio in questo mix di persone e di talenti che, incontrandosi, assistendosi reciprocamente, o qualità di tutor e studente, creano un valore aggiunto sia per il business sia per lo sviluppo personale di ciascun individuo».
Qualche dato statistico sui membri del club londinese: il sessanta per cento è costituito da piccole imprese sociali, il trenta per cento da freelance ed il cinque per cento da organizzazioni non governative del calibro di Amnesty International. Ma è curiosando nel suo blog che si scopre cosa cercano e trovano nell’Hub di Islington clienti diversi come Triodos Bank, la principale banca etica del Regno Unito, il brand equosolidale Café Direct, piccole imprese come Fun Fed che organizza eventi stimolanti e divertenti per adulti troppo concentrati sul lavoro. Piccia Neri, designer, confessa online che a rendere speciale la formula lavorativo-abitativa inventata da Robinson e compagni è l’atmosfera: «Hai l’impressione che la struttura appartenga a tutti e quindi viene naturale aiutare chi ti sta accanto». Indy Dohar, architetto, punta invece sullo scambio di conoscenze: «II vero valore aggiunto qui è la comunicazione informale che accade quando qualcuno ti suggerisce di leggere un libro o di contattare una determinata persona. Sono dritte senza prezzo che è inutile cercare su Google». Soft communication, la chiamano negli Hub. In quello d Londra, che in primavera traslocherà al South Bank in un edificio più grande adatto a ospitare anche un hotel e un lounge bar per innovatori sociali. O a Mumbai o Shanghai: nodi di un sistema che sfrutta la globalizzazione per creare il giusto mix tra capitale, conoscenza e risorse necessario al successo di imprenditori sociali. Mestiere che non s’impara a scuola, s’inventa: «Nel piccolo ufficio di casa mia senza capi, colleghi o maestri con cui confrontarmi, non facevo progressi», sintetizza un altro frequentatore del club di Islington. «Nell’Hub ho trovato un ambiente e uno spazio mentale diversi: ho capito che nel mondo del lavoro puoi anche prenderti del tempo per pensare, e per sbagliare».
Nessun Commento »
|