Archivio per marzo 2008

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31 Marzo – Inizia oggi la campagna elettorale dei Giovani Democratici di Terni. Lo “yes we can tour”, cosi è stato chiamato dai giovani del Partito Democratico, inizierà il giro di tutti i comuni della provincia che terminerà a ridosso delle elezioni del 13 e 14 aprile. A bordo del “PD Mobile” siederanno i candidati più giovani del Partito Democratico Carlo Emanuele Trappolino e Giacomo Chiodini, espressione di un rinnovamento totale della classe dirigente che parte del basso. Esso vuole essere un modo diverso di portare la politica tra le nuove generazioni, sempre più distaccate da essa: un metodo nuovo che cercherà di coinvolgere sempre più ragazzi affinché essi possano attivamente partecipare alla vita politica del nostro paese. LO “yes we can tour” farà tappa oggi nei comuni della Valnerina, mentre domani a Perugia vi sarà la partenza ufficiale con Trappolino e Chiodini. Domenica invece, nell’ambito del “Democratic Day”, il PD Mobile girerà tra i vari gazebo della città di Terni.

Alessandro Venturi
Coordinatore Provinciale Giovani Democratici Terni

GIOVANI DEMOCRATICI TERNI
Via Mazzini 29/L – Terni
0744 407541 / 334 6508023
www.giovanidemocraticiterni.ilcannocchiale.it
giovanidemocraticitr@libero.it

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Segnalo un’iniziativa pubblica che mi arriva da Angela Cossiri, candidata al consiglio comunale del Comune di Porto San Giorgio (dove la lotta sarà aspra!!!) ed amica di Punto Democratico.

“Il rinnovamento del sistema politico italiano è possibile?

Quale contributo possono dare gli elettori nel momento del voto”

Mercoledì 2 aprile, ore 17

Sala Max Salvadori (Società operaia) Via Gentili 17 PORTO SAN GIORGIO (AP)

Sarà presente: Prof. Roberto Bin Professore ordinario di diritto costituzionale

…a seguire cena/sottoscrizione con il Min. Pier Luigi Bersani

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logo-punto-democratico1.jpgTanto per portare un po’ a sintesi programmi e attualità allego la pagina con il dossier del quotidiano.

Segnalo anche l’articolo di Carlo Carboni Gli under 35 contro gli eccessi di «casta»

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Stamattina, non fidandomi delle incerte condizioni metereologiche, ho preferito rinunciare alla gita di Pasquetta e dedicare parte della mattinata ad una più attenta lettura del domenicale della Repubblica, in attesa di vedere in televisione la cerimonia di accensione della fiaccola da Olimpia.

 Ho trovato questo splendido articolo-recensione di Federico Rampini, che fornisce tanti preziosi spunti di riflessione sulla questione del Tibet, dei diritti, della democrazia, della globalizzazione: partendo da un punto di vista diverso ma non nuovo. Perchè dagli errori commessi nel passato – e dal loro pieno ed effettivo riconoscimento - c’è sempre molto da imparare.

La Cina e il suo Far West

di FEDERICO RAMPINI – LA DOMENICA DI REPUBBLICA, DOMENICA 23 MARZO 2008 – Nel colosso asiatico in pieno sviluppo è in corso il più vasto esodo umano della storia: ogni anno 15 milioni di contadini fuggono verso le città. Teatro di questa migrazione è l’autostrada 312, che attraversa il Paese da est a ovest. Un giornalista l’ha percorsa e racconta il suo viaggio straordinario  - Chi ha vissuto la tragedia del Tibet nel resto del mondo non può immaginare la percezione che ne hanno i cinesi. Dalle famigliole che si incontrano la sera nei ristoranti popolari di Pechino, ai giovani che si esprimono sui blog, si sente vibrare un’indignazione ben diversa dalla nostra. «I tibetani sono degli ingrati», è una delle frasi più moderate che ho sentito in questi giorni. Ingrati, perché i cinesi sono convinti di aver fatto molto per loro: prima li hanno liberati da una teocrazia feudale e parassitaria, poi gli hanno costruito ospedali, strade, aeroporti e ferrovie, li hanno alfabetizzati. A loro è stato perfino concesso un privilegio negato a quasi tutti i cinesi han: in quanto minoranza etnica i tibetani non sono tenuti a rispettare la regola del figlio unico. Come tutta risposta gli «ingrati» si scatenano nelle scene di violenza contro la popolazione cinese, riprese dalla tv di Stato nei giorni scorsi.A pensarla così non sono soltanto i cinesi che vivono dentro le frontiere della Repubblica popolare e quindi sono sotto l’influenza della propaganda, di un’informazione censurata e manipolata. So che perfino le comunità di studenti cinesi nelle università americane di fronte agli avvenimenti del Tibet si arroccano, si sentono circondate da un muro d’incomprensione. Sentono montare l’ostilità degli occidentali. Ascoltando le accuse rivolte a Pechino, si considerano le vittime di un linciaggio ideologico. Questi giovani cinesi che da anni vivono negli Stati Uniti hanno ricevuto le notizie recenti dal Tibet come le abbiamo avute noi; hanno sentito parlare il Dalai Lama; hanno letto e ascoltato i nostri commenti. Eppure anche nei campus universitari americani i cinesi condividono il pareredei loro connazionali su quegli «ingrati» dei tibetani. La verità è che molti cinesi del Ventunesimo secolo hanno verso una parte del proprio Paese un atteggiamento che evoca quello dei pionieri americani dell’Ottocento. I tibetani sono i loro indiani pellerossa: dei selvaggi, incapaci di adattarsi alla rivoluzione industriale. I cinesi si sentono portatori di una missione civilizzatrice. Considerano i tibetani un popolo inferiore.Chi non ha traversato per esteso la Cina non può rendersi conto di questo paradosso: la nazione più popolosa del pianeta è per lo più un territorio disabitato. I cinesi etnici o han stanno quasi tutti concentrati nelle regioni costiere dell’est e del sud, dove la densità della popolazione è altissima. Restano ancora semivuote le aree ben più vaste che sono la Mongolia interna, lo Xinjiang musulmano, il Tibet. Lì il viaggiatore può passare settimane intere senza incontrare una vera città; a volte senza imbattersi in un’anima viva. La Cina del Ventunesimo secolo è impegnata a “portare il progresso”, colonizzandole, in quelle immense regioni che rappresentano il suo Far West: la nuova frontiera dello sviluppo. In mezzo ai deserti, o nelle steppe mongole, o su altipiani himalayani sconfinati lavorano battaglioni di tecnici e operai cinesi per fare le autostrade e le ferrovie, i tralicci dell’elettricità e i ripetitori dei telefonini. Proprio come i loro antenati emigrati in America costruivano la grande ferrovia transcontinentale che doveva unire la East Coast al Pacifico. La nuova frontiera da conquistare, il Far West cinese, rappresenta anche la grande speranza per salvare da un futuro collasso Shanghai, Shenzhen e Canton: è là nelle immensità semidesertiche che i cinesi cercano il petrolio e il gas, l’acqua e i metalli per continuare ad alimentare la crescita delle zone costiere.A metà strada fra Pechino e il Far West sono sorte gigantesche metropoli che rappresentano le “teste di ponte” della colonizzazione. Per esempio Chongqing (30 milioni di abitanti), la mostruosa piovra industriale sullo Yangze: sembra una Chicago del primo Novecento Ingigantita dalla fantasia dello scenografo di Blade Runner. In quei crocevia nel cuore della Cina cozzano due flussi, quello della conquista coloniale verso ovest, e le migrazioni dei più poveri che dalle campagne arretrate fuggono per cercare lavoro in fabbrica.Bisogna aver visto questo movimento incessante per capire la Cina di oggi, anche la sua durezza, la sua crudeltà. È lo sforzo che ha fatto Rob Gifford, un giovane veterano tra i giornalisti occidentali in Cina, che frequenta questo Paese dal 1987 e vi è stato corrispondente della National Public Radio americana (l’unica radio pubblica, e di qualità, negli Stati Uniti). Quando ha saputo che stava per concludersi il suo incarico di corrispondente in Cina, Gifford ha deciso di attraversare il Paese on the road. Si è messo in viaggio lungo l’autostrada 312, che attraversa la Cina per quasi cinquemila chilometri da est a ovest, da Shanghai si lancia nel cuore agricolo e povero del Paese fino a raggiungere il deserto del Gobi, e da lì la vecchia Via della Seta.L’autostrada 312 è, letteralmente, uno spaccato della Repubblica popolare: la taglia longitudinalmente e soprattutto la viviseziona. Consente di fare un viaggio nello spazio e nel tempo, dalla Cina più ricca e avanzata alle zone che sono ancora Terzo mondo. La 312 stessa è un microcosmo perché la Cina di oggi è una nazione in eterno movimento. È il teatro del più vasto esodo umano mai accaduto nella storia: ogni anno 15 milioni di contadini fuggono dalle campagne verso le città. Le autostrade sono la versione contemporanea della ferrovia transcontinentale negli Stati Uniti dell’Ottocento, lì passano i pionieri in viaggio verso la nuova frontiera. La 312 è anche diventata un luogo di culto, un itinerario di moda per i giovani cittadini in cerca di emozioni, l’equivalente della leggendaria Route 66 americana. Lungo l’autostrada cinese avvengono due pellegrinaggi di natura molto diversa. Da un lato c’è un popolo in cerca di speranza che fugge come i contadini dell’Oklahoma degli anni Trenta descritti da John Steinbeck nel romanzo Furore, i poveri scacciati dalla siccità che emigravano verso la California. Nel senso inverso c’è una gioventù in cerca di emozioni e di avventure che parte da Shanghai con lo spirito di Jack Kerouac, dei beatnik e degli hippy americani negli anni Cinquanta e Sessanta. Vanno verso il deserto del Gobi a cercare la loro California.L’autostrada è il luogo migliore per intercettare lo spirito della Cina di oggi, il suo eterno movimento, la frenesia di spostare, trasferire, trasportare uomini e cose. Per capire che Paese diventerà questa Cina, Gifford ha provato a esplorarlo seguendo l’arteria principale: «La mia idea è di rispondere a queste domande viaggiando lungo la 312, tra camionisti e puttane, yuppy e artisti, agricoltori e venditori di telefonini». Ne è venuto fuori un libro singolare, China Road, che esce in Italia tra pochi giorni, pubblicato da Neri Pozza col titolo Cina. Viaggio nell’Impero del futuro.«Negli Stati Uniti», scrive Gifford, «ci sono nove città con più di un milione di abitanti. In Cina quarantanove. Può capitare di viaggiare per la Cina, arrivare in una città grande due volte Houston e pensare che quel posto non lo si è mai nemmeno sentito nominare. La nuova Route 312 ha contribuito al cambiamento, riducendo drasticamente la durata del viaggio per Nanchino, a Shanghai e verso la costa. Così come hanno contribuito l’espansione verso l’interno di fabbriche e società in cerca di costi più contenuti, e le rimesse dei lavoratori emigrati sulla costa».La grande traversata inizia proprio da Shanghai — «energia, atmosfera, speranza, possibilità, passato futuro: è tutto qui» — dove Gifford focalizza subito una differenza tra noi e loro. La coglie nel comportamento diverso di due gruppi di turisti che passeggiano sul Bund, il lungofiume di Shanghai che ospita i palazzi art déco del primo Novecento, e sull’altra sponda ha di fronte Pudong, la Manhattan dell’Asia con selve di grattacieli che svettano sempre più in alto. «Gli occidentali, come fa immancabilmente ognuno di loro a Shanghai, cercano di ricreare il passato scattando qualche foto ai vecchi palazzi coloniali. Anche i cinesi fanno quello che i cinesi fanno immancabilmente a Shanghai, cercano di sfuggire al vecchio scattando foto nella direzione opposta, lo sguardo perso oltre il fiume».Penetrando nella Cina profonda, nella provincia agricola dello Anhui lungo la 312, Gifford s’imbatte in un uomo in bicicletta con un bandierone rosso attaccato alla sella che garrisce al vento mentre pedala, e ha un grande cartello giallo attaccato alla ruota posteriore. Sul cartello c’è scritto «Viaggio attraverso la Cina contro la corruzione». L’uomo, Wang Yongkang, è stato rovinato da funzionari statali disonesti. «Tutte uguali le dinastie», commenta il ciclista-dissidente solitario, «partono bene ma poi si guastano. È per questo che abbiamo bisogno di una riforma politica. Altrimenti il partito e il Paese crolleranno entro una decina d’anni. In Occidente la gente ha un modello morale interiore. I cinesi no. Se non c’è qualcosa di esterno a frenarli, loro fanno quello che vogliono per se stessi, senza chiedersi se è giusto o sbagliato». Una serata con una prostituta in una squallida e remota città di provincia rivela i miracoli del karaoke: «Da giornalista radiofonico ho scoperto nel corso degli anni che convincere i cinesi a parlare con franchezza al microfono è una fatica improba. Per quanto nel Paese non circoli più la rigidità dell’era maoista, resta sempre una certa titubanza a esprimersi apertamente, soprattutto con uno straniero. Ma basta ficcare un microfono da karaoke in mano a un cinese e lui o lei non esiteranno a cantare. Il karaoke per gli asiatici è il mezzo socialmente accettabile per esprimere ciò che sentono nel profondo. (La prostituta) Wu Yan ha detto un sacco di cose a questa grande stanza vuota e a me».Unico straniero su una corriera di campagna diretta a Jinchang, il reporter americano s’imbatte in una ginecologa che fa il giro dei villaggi per costringere ad abortire le donne che hanno già figli. Ne esce un racconto orripilante, di aborti forzati all’ottavo mese sotto la pressione della polizia. «La dottoressa non si rende conto che sta rivelando cose molto delicate. Per lei è tutto logico e patriottico e giusto. “I cinesi sono troppi”, ripete. Quando le chiedo come si sente come madre a fare quelle cose non capisce nemmeno la domanda. I cinesi vedono il mondo occidentale, con tutte le gravidanze adolescenziali e le relative conseguenze, e si domandano cosa diavolo crediamo di fare, lasciando che tutto questo succeda quando potremmo risolvere il problema con una semplice procedura medica».Arrivato nel deserto del Gobi dove l’autostrada 312 indica 2.643 chilometri da Shanghai, nella cittadina di Zhangye Gifford s’imbatte nei manifesti di Brad Pitt e Angelina Jolie, la pubblicità del film Mr & Ms. Smith. S’imbatte anche nei rappresentanti locali della Amway, celebre multinazionale americana della “vendita diretta”, il marketing porta-a-porta di prodotti domestici. È uno dei quadretti più deliziosi del suo racconto di viaggio. Il gruppo dei venditori locali della Amway, ai confini del più vasto deserto dell’Asia centrale, è organizzato quasi come una setta religiosa. Hanno i loro raduni, in cui ascoltano il Verbo del marketing dal loro capo, per assorbire le tecniche di persuasione occulta con cui vendere i prodotti più inverosimili: deodorante per le ascelle in una landa desolata dove i clienti sono rozzi muratori dei cantieri; spray per profumare il fiato dopo i pasti a base di cibi piccanti e soffritti d’aglio. Quasi come in un miraggio fra le dune del deserto Gifford ha la visione del Sogno Cinese e del Sogno Americano che si fondono l’uno nell’altro.La 312 prosegue attraversando lo Xinjiang, l’ex Turkmenistan orientale popolato dagli uiguri di religione islamica. Ai tempi di Marco Polo lo solcavano le carovane dei cammelli, i mercanti lungo la Via della Seta facevano la spola tra l’Impero di Mezzo e Samarcanda, Buccara, la Persia, il Mediterraneo. Lo Xinjiang ha le dimensioni dell’Italia più la Francia, la Germania e la Spagna messe assieme. Se fosse una nazione sarebbe la sedicesima al mondo per superficie, eppure ha appena venti milioni di abitanti. È solcato dall’oleodotto che trasporta energia dall’Asia centrale. Stagno, alluminio, rame, ferro, oro: sotto la sabbia del deserto ci sono giacimenti di ricchezze immense. Il cellulare di Gifford vibra, come sempre succede in Cina quando si entra in una nuova provincia o regione. Il messaggio pubblicitario dice: «Benvenuto nello Xinjiang». Subito dopo gli arriva un altro sms: «Cerchi un regalo? La giada di Khotan è perfetta per ogni occasione. Chiama subito questo numero». IL LIBROSi intitola Cina. Viaggio nell’Impero del futuro il libro in cui Rob Gifford ricostruisce la sua esperienza on the road sulla Route 312, attraversando tutto il Paese Pubblicato da Neri Pozza (380 pagine, 20 euro), il volume sarà in libreria giovedì 27 marzo 

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welfare.jpg Martedì 25 marzo, alle ore 17, presso la sala convegni dell’Hotel Valentino si terrà l’incontro dal titolo “Un welfare dialogante si può fare”.

Partecipano i candidati: Marina Sereni, Leopoldo Di Girolamo e Donatella Massarelli.

Coordina l’impareggiabile Bebbo, anima e colonna di Punto Democratico, che sarà senza dubbio acuto e preciso come al solito.

Partecipate numerosi!

PS Bebbo, mi raccomando: pronuncia welfare con l’accento sulla seconda “e” e non sulla prima come (sbagliando) fanno tutti…

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rifiuti-tecnologici.jpg Di seguito l’articolo di Nicola Bruno pubblicato su visionpost.it

La responsabilità del riciclo dei rifiuti elettronici passa dai Comuni alle aziende e agli esercizi commerciali, ma la gestione resta tormentata. E il consumatore paga un eco-contributo che non viene adeguatamente utilizzato. La denuncia di Altroconsumo

Ogni italiano produce 14 kg di spazzatura elettronica l’anno. Secondo i dati dell’Apat, l’agenzia governativa che si occupa della protezione dell’ambiente, attualmente si riesce a raccoglierne solo 1,8 kg per abitante. Non si ha alcuna notizia, invece, dei restanti 12 chilogrammi: finiscono nei cassetti e nelle cantine? Vengono inceneriti insieme ai rifiuti indifferenziati? Oppure sono spediti sottobanco in Cina e in Africa? Non dobbiamo stupirci se, tra i 100 mila computer che ogni mese sbarcano a Lagos, gli attivisti di Basel Action Network hanno ritrovato anche macchine provenienti dall’Italia. Fino ad ora la gestione dei rifiuti tecnologici spettava comuni che, in teoria (ma molto in teoria) dovevano preoccuparsi di predisporre appositi cassonetti nelle eco-piazzole della raccolta differenziata. Fatto sta che su questo fronte non c’è mai stato un serio impegno, e i numeri dell’Apat parlano chiaro. Ma dallo scorso 20 novembre, almeno sulla carta, le cose sono cambiate: in Italia è entrato in vigore il decreto RAEE che, dopo anni di fasi transitorie e decreti milleproroghe, recepisce la normativa europea in materia.La direttiva RAEE impone una rivoluzione radicale nella gestione dei rifiuti di apparecchiature elettroniche, introducendo il principio del «chi inquina paga». In questo modo la palla passa dai comuni alle aziende produttrici, che sono tenute ad organizzarsi in consorzi e a finanziare l’intero ciclo di recupero. I prodotti obsoleti potranno essere depositati presso i normali punti-raccolta (ammesso che ci siano nella vostra città), ma del ritiro e dello smaltimento dovranno occuparsi i nuovi consorzi. La vera novità è però un’altra: quando si acquista un nuovo apparecchio, i negozi sono obbligati a ritirare l’usato secondo il principio di scambio 1 a 1. E cioè se si compra un pc, si potrà consegnare anche il vecchio computer. Se il negoziante si rifiuta, sono previste sanzioni amministrative dai 150 ai 400 euro.

Il servizio di ritiro in parte lo stiamo finanziando anche di tasca nostra, attraverso il cosiddetto “eco-contributo” imposto su ogni nuovo prodotto elettronico acquistato. In media si tratta di 5 euro per una lavatrice, 3,5 euro per un televisore, 20 centesimi per una stampante, 5 centesimi per un lettore mp3. Nelle intenzioni del legislatore, questo sistema di responsabilità condivise dovrebbe portare a recuperare ben 4 Kg di rifiuti elettronici per abitante entro la fine del 2008. E, al tempo stesso, incentivare i colossi dell’elettronica alla produzione di apparecchi più facili da riciclare, cosa che in piccola parte sta già avvenendo. Fin qui il quadro normativo a cui, ovviamente, non sta affatto corrispondendo un’adeguata applicazione. Non tutti gli esercizi commerciali si sono dotati per tempo di spazi per la raccolta del RAEE.

E così c’è stata un’ulteriore proroga della norma per la consegna nei negozi, che per il momento resta facoltativa. Allo stesso tempo, non sono state promosse campagne di comunicazione efficaci per informare sulle nuove disposizioni, mentre un po’ tutte le aziende si sono premurate di applicare da subito l’eco-balzello. «Come al solito – denuncia l’associazione Altroconsumo – produttori, distributori e il governo stesso fanno i loro comodi, mentre i consumatori stanno già pagando per un servizio la cui entrata in vigore continua a slittare». Altra complicazione: come si fa a restituire un apparecchio usato in caso di acquisto online? «La soluzione più praticabile – spiegano gli esperti di Altroconsumo – sembra essere la consegna a una piazzola ecologica, con il paradosso però di pagare l’eco-contributo sul prodotto nuovo per un servizio di ritiro dell’usato che non è fruibile».

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Cittadini non solo come motori della raccolta, ma come testimonial per la campagna di comunicazione !

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existing_ops_cans.jpg Nell’attesa dell’arrivo di Veltroni in Umbria, rilancio una proposta precedentemente accennata in un commento ad altro post (che rubo in realtà da un’idea della nostra Fede).

Visto che Veltroni nel corso del suo tour visiterà a pranzo o a cena un buon numero di famiglie italiane, non sarebbe bello che nella nostra Regione, afflitta (come tante altre in verità) dalle piaghe del pendolarismo e del precariato qualificato, il nostro Wally si fermasse al desco di una delle tante coppie atipiche presenti sul nostro territorio? Che ne so, una bella coppia di trentenni senza figli (con tutto quello che costa mantenerli…), conviventi, non sposati, precari e magari pendolari?

La qualità del pasto non sarebbe forse granché (we eat cans…), ma sarebbe davvero un gran bel segnale di attenzione per tutte quelle famiglie atipiche che sono ormai una realtà molto diffusa, ma molto poco rappresentata.

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images1.jpg Rilancio la proposta che feci, proprio su questo blog, nel post scritto il 7 novembre del 2007 all’indomani della bocciatura della commissione d’inchiesta parlamentare sul G8 di Genova.

Ne riporto di seguito un breve sunto:

“Prendo spunto dalla bocciatura della commissione d’inchiesta parlamentare sul G8 di Genova per lanciare un appello al Partito Democratico. Al suo segretario Walter Veltroni, ai suoi dirigenti, ai componenti dell’assemblea costituente nazionale e di quelle regionali, e in generale a tutti coloro che, come molti di noi che frequentano il blog di Punto Democratico, si riconoscono in questo nuovo soggetto politico: impegniamoci perché i giorni dei cosiddetti “Fatti del G8 di Genova” (19-22 luglio 2001) vengano riconosciuti formalmente come “giorni di memoria nazionale”, con manifestazioni che, anno dopo anno, coinvolgano le più alte cariche dello Stato, contemporaneamente a Roma e nel capoluogo ligure”.

Sin dalle prime ore di quei giorni schifosi (non riesco proprio a trovare un termine diverso) ho provato rabbia verso chi ha perpetrato quelle violenze e verso chi non ha fatto nulla per impedirle prima e denunciarle poi.
Da cittadino italiano:

Ho provato e provo vergogna per il Paese in cui vivo e che amo.

Ho provato e provo vergogna per alcuni rappresentanti delle istituzioni della Repubblica Italiana nelle quali mi riconosco.

Ho provato e provo vergogna per quegli agenti delle forze dell’ordine che hanno aggredito cittadini inermi all’interno della scuola Diaz e che hanno inflitto umiliazioni e violenze ai “deportati” all’interno della Caserma di Bolzaneto.

Ho provato e provo vergogna per tutti quei parlamentari che non hanno voluto la commissione d’inchiesta parlamentare sui fatti del G8.
Ho provato e provo vergogna per tutti quei parlamentari che, ormai da qualche anno, non permettono di approvare la legge che introdurrebbe il reato di tortura nell’ordinamento italiano.

 

Da cittadino italiano:

Ringrazio chi, come Repubblica, da sempre tiene vivo il ricordo di quei tre giorni del luglio 2001 in cui di fatto venne sospeso lo stato di diritto.
Ringrazio anticipatamente tutti coloro che contribuiranno a non dimenticare.
Ringrazio chi, come il giornalista Camillo Arcuri, ha dedicato un ampio capitolo del suo libro “Sragione di Stato” (edizioni Bur-Rcs libri) ai tanti interrogativi che quei momenti truci hanno fatto sorgere.
Da cittadino italiano, infine, spero con tutto il mio cuore e con tutto il mio livore che i responsabili di tanta vergogna paghino fino in fondo il loro oltraggio ai valori democratici della Repubblica Italiana.
Propongo di firmare su questo blog la seguente petizione on-line da inviare a Walter Veltroni e ai vertici del Partito Democratico:
Per non dimenticare mai: i giorni del G8 di Genova diventino giorni di memoria nazionale
In calce la mia firma:

Cristiano Natili

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votantonio.jpg Cittadini di Porto San Giorgio! Amici marchigiani! Ma vi rendete conto della fortuna che vi è toccata in sorte?

Avrete la possibilità di votare per il consiglio comunale una delle menti più brillanti di Punto Democratico: la nostra mitica angela-cossiri.pdf

Volete farvi scappare questa opportunità? Insomma: VotaCossirivotaCossiriVotaCossiri

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