La Giornata della Ricerca e dell’Innovazione
Scritto da Daniele Lombardini in Discussioni, Segnalazioni, Senza categoria, tags: confindustria, innovazione, ricerca scientifica, universitàIl 6 marzo è stata organizzata da Confindustria la Giornata della Ricerca e dell’Innovazione.
Il convegno ha concentrato l’attenzione sugli scenari di sviluppo dell’economia e della ricerca, sulle politiche e sui servizi per sostenere l’impegno del Paese verso una nuova crescita basata sulla conoscenza e sull’innovazione a 360°.
E’ emerso un quadro drammatico: sui 30 Paesi OCSE siamo 23esimi per spesa in ricerca sul PIL(l’1,1% !!! – con una spesa dell’industria in ricerca pari solo allo 0,2% - contro il 2,3% ed il 2,6% di Germania e Francia) ed abbiamo appena 2,8 ricercatori ogni 1000 abitanti generalmente pagati molto male e con percorsi di carriera “campati in aria”.
“Se gli altri Paesi hanno il raffreddore, noi abbiamo la polmonite” ha sentenziato Montezemolo che punta l’obiettivo di arrivare nel 2011 ad una spesa per innovazione al 2% e per il 2015 al 3%.
Confindustria rilancia quindi proponendo 5 misure:
1) credito di imposta dal 10% al 20% automatico per la ricerca svolta all’interno delle imprese
2) incentivi statali per 10 anni per la ricerca privata
3) ampliamento del credito di imposta automatico del 40% sulle commesse che le imprese danno agli istituti pubblici di ricerca e le università
4) aumento da 5 a 6 dei filoni strategici
5) aumento del 5% annuo dei finanziamenti alla ricerca pubblica
Strade percorribili ma a mio avviso mettendo mano seriamente anche ad una completa riforma dell’Università (basta con una ogni campanile) e della valutazione della ricerca e una governance della ricerca e sviluppo dall’architettura più semplice ed in grado di supportare più efficacemente le PMI italiane.
Suggestiva la suddivisione di stampo anglosassone proposta da Pombeni sul Messaggero in “Università di istruzione” ed “Università di ricerca” che salverebbe l’esigenza di moltiplicare le sedi difronte ad una domanda molto estesa di qualificazione a livello universitario senza però porre qualsiasi Ateneo sullo stesso piano per cui bisogna dargli gli stessi mezzi di quelli dove si fa una ricerca di qualità e di livello internazionale…
A proposito dello stato della ricerca in Italia segnalo l’interessante contributo del Prof. Battiston, docente di Fisica Generale dell’Università di Perugia, “Ricerca scientifica: alcune considerazioni sul caso italiano” pubblicato sull’ultimo numero di AUR&S del quale condivido sia la lucida analisi che le conclusioni (oltre il simpatico modo di affrontare il delicato argomento). Spesso però mi capita, approcciando il tema da un’ottica di sviluppo locale, di domandarmi (ed in questo mi scuso per la rozza banalizzazione volutamente provocatoria!!!) se tutta la ricerca di base abbia la stessa dignità di finanziamento e sostegno.
Brutalmente: una ricerca su Leopardi o sulle tradizioni culturali delle popolazioni dell’Appennino deve essere sostenuta quanto una su di una sperimentazione su di un polimero o su di una cellula staminale?
Non è il caso di cominciare a finanziare prevalentemente attività che abbiano una ricaduta potenzialmente spendibile (tornando all’esempio di prima una ricerca su Leopardi per la costruzione di un parco letterario che generi occupazione in un territorio)?
In questo modo però quale è il confine ammissibile tra ricerca di base “curiosity driven” e ricerca applicata in un contesto sempre più “a risorse zero”?
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Caro Daniele,
la tua attenzione al tema della ricerca e dell’innovazione è ammirevole e soprattutto sacrosanta, e personalmente ritengo preziosissima la tua opra di informazione e stimolo.
Ciò premesso, voglio far riferimento alla domanda che tu poni sulla opportunità di concentrare le risorse sulla parte “produttiva” della ricerca: in linea teorica quel che dici ha fondamento, ma se lo caliamo nella realtà ternana temo che non sia affatto sufficiente a generare valore (o plus-valori, come direbbe Profumo).
Nei giorni scorsi ho avuto modo di conversare con un docente universitario che mi ha confermato un fatto inquietante: nel Polo Universitario di Terni non sono attive forme di collaborazione fra le facoltà di Economia e di Ingegneria!
Come si può pensare uno sviluppo locale guidato dall’innovazione tecnologica e dei processi se poi si pongono di fatto le condizioni perchè le migliori energie del territorio (o meglio quelle non hanno già deciso di costruire altrove il proprio futuro) prendano altre strade per applicare e sviluppare le competenze acquisite?
Non sarebbe più facile e più utile favorire la costruzione (e talvolta solo il mantenimento in essere) di reti relazionali ad alto indice di creatività, fortemente connotate dal legame con il territorio?
I più grandi ostacoli alla crescita economica e culturale del ternano non stanno forse nella mancata migrazione delle classi politiche e sindacali dalla logica dello stabilimento a quelle dell’impresa? Non stanno nella mancata migrazione delle classi produttive dalla logica dell’indotto a quella del mercato?
Non solo “non sono attive forme di collaborazione fra le facoltà di Economia e di Ingegneria”…ma dove sono i dipartimenti che incrociano saperi diversi? Ops…dove sono i dipartimenti?
Ribadisco che la mia domanda era volutamente provocatoria…complesso e forse eticamente non valido sarebbe stabilire quale ricerca di base sia utile e quale no. Però un monitoraggio di quello che si studia andrebbe fatto (senza arrivare al paradosso degli “ignobel” http://it.wikipedia.org/wiki/Premio_Ig_Nobel )
I dipartimenti, ovviamente, sono a Perugia. Ma il bello (sigh!) è che non dialogano neanche lassù.
Piuttosto sarebbe bello capire bene perché, nonostante tutto, in questa regione possano realizzarsi autentici miracoli come quello di AriaDSL…
Ehm..non esistono miracoli, ma soldi e voglia!
In teoria le progettazioni inter o intra Ateneo esistono…ma la razionalità non è di questo mondo e neppure una vera valutazione della ricerca.
Come primo step basterebbe il buon senso forse.
scrive Bebbo
Piuttosto sarebbe bello capire bene perché, nonostante tutto, in questa regione possano realizzarsi autentici miracoli come quello di AriaDSL…
Secondo me è semplice. E’ analogo all’osservazione che una frazione piccola della popolazione sopravvive a condizioni di vita apparentemente impossibili (emarginazione, divorzi, povertà etc.) e riesce a costruirsi nonostante tutto una vita buona per non dire di successo.
Il problema non è il successo di AriaDSL, ma il fallimento di tutte le altre iniziative. Non li conosco quelli di AriaDSL ma sono pronto a scommettere che non hanno mai avuto contributi regionali, provinciali, comunali. Sono andati diritti al punto, evidentemente hanno dei numeri e delle idee e hanno saputo spiegarlo a chi poteva investire.
Da un po’ di tempo le cose migliori in questo paese vengono su in modo marginale, al margine cioè delle iniziative che assorbrno il grosso delle risorse di questo paese. Questo non va bene, perchè vuole dire che spendiamo male la maggior parte dei soldi, specie quelli pubblici, ma almeno di tanto in tanto possiamo avere il piacere di vedere qualche cosa di buono che nonostante tutto riesce a venire fuori e mantiene viva la speranza di un futuro migliore.
Roberto
Bebbo quando dici che i sindacalisti devono “passare dalla logica dello stabilimento a quelle dell’impresa”, in linea di principio hai ragione.
) e gli stadard organizzativi nord-europei/USA.
Ma la mia esperienza in medie e piccole imprese italiane, mi sta facendo capire quanto il sistema impresa italiano sia spesso inadeguato.
La mi attuale esperienza ad Amsterdam e all’Aia mi ha aperto gli occhi!
In Olanda ho trovato: ricerca della qualità del lavoro, il riconoscimento dei meriti delle persone.
Con questa cultura si lavora per lo sviluppo dell’azienda e della società.
Ora capisco le aziende di successo italiane( vedi luxottica) che indicano come la strada maestra sia la fusione tar l’inventiva italiana (che abbiamo, confermo
L’argomento andrebbe approfondito…
intanto vi segnalo questa esperienza di cui condivido buona parte dei pensieri.
http://punto-informatico.it/2213291/PI/Interviste/Lavoro-IT–Sorry–in-Italia-non-torno/p.aspx
Ciao
Una domanda: voi sapete quel è il peso del finanziamento privato alla ricerca e allo sviluppo in Italia e in Umbria?
Ho infatti l’impressione che non solo la “mano pubblica” appare poco lungimirante e generosa con la ricerca, ma che anche i soggetti privati (imprese, fondazioni bancarie), vuoi per miopia vuoi per il limitato dimensionamento delle realtà aziendali, non brillino in proposito.
PS. Un saluto e un benvenuto nel nostro blog a Roberto Battiston!
Non ho dati recenti, ma l’incidenza è grossomodo quella nazionale. La parte più ampia della falla viene appunto dal privato dove il problema è dimensionale fino ad un certo punto. Certo la struttura produttiva italiana è quella che è, ma ci sono medie imprese che potrebbero davvero investire un po’ di più. Le più piccole devono iniziare a comprendere che associarsi per fare ricerca (o affidarsi al trasferimento tecnologico proposto dai soggetti della governance dell’innovazione – spesso in verità troppo affollata e claudicante!-) conviene, anzi è l’unco modo per essere competitivi. In più siamo ad una svolta generazionale nel settore privato..che si aprano gli occhi? Per quanto riguarda il pubblico, citando Battiston, dovrebbe valere la regola delle tre Q “Qualità, qualità e qualità”!
Anch’io do il mio benvenuto sul blog a Roberto Battiston!
Alla provocazione di Daniele, ho risposto con un’altra provocazione, etichettando con il termine miracolo quel che miracolo non è.
Dalla lettura dei giornali di questi giorni emerge infatti questo quadro:
“La sorpresa Wimax: il magnate israeliano che ama l’Umbria
di Carmine Fotina
L’asso pigliatutto del Wimax italiano si chiama Davidi Gilo. È un finanziere israeliano, ha messo sul piatto oltre un terzo dell’incasso della gara per la banda larga senza fili e la sua è quasi una storia da film. Negli Usa se lo ricordano ancora per l’operazione con cui, in piena new economy, cedette alla Intel per 1,6 miliardi di dollari una delle sue creature, la Dsp Communications.
Ma oltre che per gli affari, Davidi Gilo ha una passione per l’Umbria e 14 anni in vacanza sulle colline di Todi ne fanno una sorta di cittadino onorario.
Ancor di più dopo che ha investito in Ariadsl, un provider fondato da tre giovani amici di Perugia e dintorni.
I piccoli imprenditori del web non avrebbero mai pensato di ritrovarsi un “cliente” così.
Perché Davidi Gilo, dopo essersi rivolto a loro per un collegamento a banda larga nella sua casa tra il verde, ha deciso di affiancarli e attraverso il fondo Gilo Ventures ha rilevato il 75% della società.
A riflettori spenti, con i suoi giovani soci umbri Gilo ha stravinto la gara aggiudicandosi licenze in tutta Italia: quasi 50 milioni su 130 totali. Roba da far scappare anche i big italiani delle tlc.
Il Sole 24 Ore, 27 Febbraio 2008″
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E’ la storia dell’incontro fra un autentico venture capitalist ed una dinamica PMI italiana. E in questa storia ci sono tanti elementi da tenere presenti.
C’è la competenza e la specializzazione degli attori in gioco: il venture capitalist è un vero venture capitalist, non uno speculatore travestito; i giovani di Ariadsl sono providers di servizi internet wireless con banda garantita, e non altro.
C’è la propensione al rischio. Chi non risica non rosica…
C’è il determinante ruolo giocato dal fattore territorio (e qui tanto di cappello al pensiero e all’opera del buon Ermete Realacci): quando i nostri docenti dovranno spiegare agli studenti cosa è il capitale sociale e cosa sono gli intangibles assets, disporranno da ora di un bell’esempio. E di Very Important Person che come Gilo amano l’Umbria e gli umbri ce ne sono molte (per rimanere nell’ambito delle tlc, lo stesso Bernabè mi pare abbia realizzato ad Orvieto qualcosa di simile, seppur non così eclatante).
C’è la qualità del servizio. Se la connessione del dottor Gilo avesse funzionato a singhiozzo e comunque non sensibilmente meglio dei servizi standardizzati dei big players italiani, tutto ciò non sarebbe successo.
C’è l’applicazione pratica di quel meccanismo reputazionale alla base delle più innovative teorie di management aziendale (e di alcuni degli ultimi Nobel per l’Economia).
Ribadisco: Come si può pensare uno sviluppo locale senza favorire la costruzione (e talvolta solo il mantenimento in essere) di reti relazionali ad alto indice di creatività, fortemente connotate dal legame con il territorio?
Caro Alessandro,
sul capitolo relativo al sistema imprenditoriale, in particolare a livello locale, ho prefertito sopravvolare (come diceva un tale…).
Però, quando parlavo di cultura dell’indotto, facevo riferimento proprio alla imperante logica del massimo ribasso che lascia spazio nullo alla valorizzazione del capitale umano.
Per Terni parlano le cifre: il 54% della domanda di lavoro delle imprese consiste in manodopera despecializzata (cioè manovali). Solo il 2% è relativa a quei profili che richiedono il diploma di laurea. E gli addetti alla R&S sono ragionevolmente una frazione subdecimale di questi.
Morale della favola: i migliori (come d’altronde è giusto che sia) vengono sottratti al territorio dai poli di attrazione dei talenti. Gli altri non trovano qui quasi nessun riscontro alle proprie legittime aspirazioni e rimpiangono amaramente di non aver accettato di andare a fare l’apprendista dallo zio idraulico quando avevano sedici anni.
Come succede ora a me, a venti anni di distanza.
Diciamo che Gilo ha fatto la parte del Leone: bisognerebbe capire quanta parte avrà la Gilo venture nella gestione e nel reinvestimento del capitale: forse si scoprirà che tutti questi soldi sono l’affare di un singolo che ha fiutato l’affare (come molti stranieri in Umbria).
Il problema, mi duole ribadirlo, sta tutto nel pubblico: è il pubblico che deve favorire gli investimenti nella ricerca!
Un ben venuto a Roberto!
Anche però una sana cultura del “venture capital” non guasterebbe: http://www.meta-group.com/video.html
Magari prima Daniele indaghiamo anche un attimino sulla politica e sui politici che hanno fatto nascere e proliferare Meta Group..tanto per chiarezza… Sai com’è, prima die video, la sostanza storica…(a proposito di ricerca, visto che la ricerca umanistica è sempre sottovalutata….)
Io parlavo di cultura di capitale di rischio non di meta-group…il video di La7 era sul loro sito. C’ero arrivato tempo fa cercando materiale sul venture capital. Se vogliamo parlare di soggetti di incubazione, tecnostrutture, società per il traferimento di conoscenza ce ne sarebbe da dire per giorni e giorni…da Sviluppo e Innovazione Italia in giù!
Lo avevo capito carissimo… La mia, come sempre, era una mera ma efficace provocazione…Sai che sono esperto in questo!
Nella frase pronunciata al minuto 9.35 del video postato da Daniele c’è l’essenza del problema.
“C’è un’ottima conoscenza teorica in Italia, di gran lunga migliore di quella che hanno gli americani; ma l’abilità di commercializzare quello che si fa, di andare oltre, non è per niente contemplata – almeno per quello che ho visto io – nelle facoltà italiane e in generale nelle università europee”.
Vance Bjorn, Digital Persona
Caro Bebbo,
infatti sono ben sicuro che questa frase è sinceramente onesta ed abbia una sua valenza oggettiva… Solo che dovremo convincere di queste necessità di saper vendere una classe dirigente che, come sai, non è così propensa a certe tipologie di innovazione nella gestione degli atenei, dei dipartimenti e di tutto ciò che ruota attorno al mondo accademico.