Non solo acciaio…lo sviluppo a Terni (ma anche in Umbria) – IXª puntata
Scritto da Daniele Lombardini in Discussioni, Il punto su Terni, Io ci punto e tu?, Segnalazioni, Senza categoria, tags: partecipazione, Pimby, sviluppo, terni, Umbria
Si possono reinventare le città?
Una domanda affascinante posta in una serie di Forum dall’Associazione culturale Indisciplinarte e dal Giornale dell’Umbria nell’ambito del progetto TERNI 2019 .
Ritengo che la risposta possibile (ed auspicabile) sia SI a patto di puntare sull’elemento trasversale ed aggregatore della cultura come infrastruttura del territorio e soprattutto che il livello politico – amministrativo coinvolga la comunità locale attraverso processi decisionali inclusivi.
La teoria economica più recente ci dimostra infatti che << le realtà urbane di medie e piccole dimensioni tornano a nuova vita grazie alla loro capacità di organizzare le relazioni a livello locale aprendosi al globale (sviluppo locale infatti non significa localismo autarchico!)…perché le idee ed i servizi si producono, processano, scambiano e vendono…>> (Arzeni, Oecd) e che il fuoco degli investimenti deve essere posto sia sulla valorizzazione degli aggregati di competenze originari di un territorio, sia sulla costruzione di un contesto attrattivo per il radicamento di quella c.d. “nuova classe creativa” di lavoratori che alimenta il processo di innovazione locale.
Tutti però devono sentirsi parte della produzione di conoscenza del territorio. Perché la libertà – partecipazione di Gaber dovrebbe tradursi anche in SVILUPPO.
Ma ciò può verificarsi solo se il nostro approccio con i vari problemi da affrontare superi una logica di tipo NIMBY – Not in my Back Yard (ossia il “Si faccia. Ma da qualche altra parte”) in favore di una logica PIMBY – Please in my Back Yard (Si faccia. A certe condizioni) salvaguardando in un colpo solo risultato dell’intervento, processo decisionale adottato e sostenibilità ambientale perseguita. Interessante a proposto l’intervista di forumpa.it a Patrizia Ravaioli Presidente dell’Associazione Pimby che ha stilato un vero e proprio Manifesto in merito.
L’operazione di audit della comunità locale può essere condotta con diverse tecniche (questo vale a maggior ragione all’interno dei vari soggetti organizzati come i partiti politici!), ognuna della quali adatta in relazione a particolari condizioni del contesto: Metaplan, OST, EASW, GOPP, Focus Group, Action Planning, Camminata di Quartiere, Brainstorming, Search Conference, Giurie dei Cittadini, bilancio partecipativo…tutte tecniche già entrate nella prassi comune all’estero (in particolare nel centro-nord Europa) ed in qualche caso testate nelle realtà più illuminate in Italia, dove i vari Consigli regionali – Toscana a parte – certo non si precipitano a scrivere leggi sulla partecipazione.
Una buona lettura in tal senso è “A più voci” di L.Bobbio Edizioni Scientifiche Italiane del 2004.
Articoli (RSS)
Caro Daniele,
a Terni c’è tanto da lavorare per accostarci ad una simile logica.
Non so se tu sai che il volume che tu citi è stato presentato in anteprima proprio a Terni, in occasione di una sessione di Cantieri PA, laboratori di approfondimento e progettazione realizzati dal Dipartimento della Funzione Pubblica.
Io ero presente, e ricordo la passione e la competenza dei relatori, in particolare del coordinatore del progetto, Luca Tanese, che avevo poco tempo prima conosciuto a Roma in occasione della presentazione di una eccellente pubblicazione della stessa collana che raccoglie procedure, strumenti e best practices di rendicontazione sociale autoprodotte nelle pubbliche amministrazioni.
Ricordo anche, seppur molto meno volentieri, il livello di attenzione ed il tenore dei commenti – sussurrati neanche tanto sottovoce – che percepivo nella platea di Palazzo Primavera, in mezzo ad un uditorio composto quasi esclusivamente di addetti ai lavori.
A seguito di quella giornata, non ricordo invece nessuna azione di disseminazione e di coerente relazione con gli stakeholders esterni che avrebbero dovuto partecipare a questo processo decisionale innovativo.
Per comodità riporto anche il sottotitolo di “A più voci”: Amministrazioni pubbliche, imprese, associazioni e cittadini nei processi decisionali inclusivi.
Per carità di patria, o meglio per carità di municipio, evito di riportare qui la mia personale esperienza come attore nei processi decisionali in relazione con il referente pubblico.
Non è – ancora – il momento opportuno.
Sarà piuttosto, se gradirai, l’oggetto di una piacevole conversazione che potremo fare insieme, prendendoci qualcosa da bere.
Si Bebbo. Conosco personalmente alcune delle menti che hanno partorito Cantieri PA…una bella esperienza da “addetti ai lavori”, hai colto nel segno. Conosco anche però dei processi di coinvolgimento realizzati ANCHE in città medio piccole italiane. E’ vero “non è – ancora – il momento opportuno”, ma il dramma è che chi non è ancora pronto sono le amministrazioni!!! Gli stakeholders e i c.d. “facilitatori” ci sono, ma dirigenti, amministratori, politici arrancano per scarsa conoscenza delle opportunità e per assenza di coraggio (o volontà). Aprire alla partecipazione ed alla costruzione viene percepito come rischioso!
Un esempio macro tra i tanti? Il Consiglio Regionale guida un progetto di e-democracy cofinanziato ad un bando nazionale (che tra l’altro sta dando dei risultati per i due enti che veramente ci hanno creduto – Spoleto e Corciano), organizza dei convegni ma non lavora ad una legge sulla partecipazione…quale luogo assemblea più idoneo per una tematica di questo tipo (nel praticame quotidiano ci sarebbe da fare un restyling alla legge toscana…non un grande sforzo)?
Tutto il resto di conseguenza…
Però su questi versanti gli enti locali, anche quelli piccolissimi, possono fare molto; ci sono anche diverse esperienze andate a buon fine. Dobbiamo fare in modo che quelli che eleggeremo prossimamente si impegnino in tal senso ed imparare a “chiedere il conto”.
Anche su questo si gioca il futuro delle nostre città, più che “per una qualità della vita delle persone in un posto” estenderei “per una qualità del luogo” stesso.
Ci siamo capiti…
AUMENTANDO LE PENSIONI MINIME SI INCENTIVA IL LAVORO NERO SPIEGO COME: IO HO INIZIATO A LAVORARE A SEDICI ANNI è O VERSATO PER 43 ANNI DI CONTRIBUTI SONO ANDATO IN PENSIONE A 60 ANNI PERCEPISCO DALL’ INPS 1450 EURO MESE.NEGLI ANNI 60 MOLTI MIEI AMICI HANNO FATTO VERSAMENTI PER 15 ANNI PER MATURARE LA PENSIONE MINIMA, POI HANNO LAVORATO A NERO GUADAGNANDO 5 VOLTE IL MIO STIPENDIO, QUINDI SONO RIUSCITI A COMPERARE APPARTAMENTI ( CHE OGGI AFFITTANO) E ALTRI BENI IMMOBILI. EBBENE SE AUMENTIAMO SOLO A QUESTI SIGNORI NON PENSO CHE SIA GIUSTO PER I MOTIVI CHE HO ESPOSTO, E NEL GIRO DI POCHI ANNI PRENDERANNO COME CHI HA VERSATO PER 43 ANNI, POI IL COSTO DELLA VITA AUMENTA PURE PER ME.
Effettivamente mi pare che Daniele abbia centrato il senso del nuovo nell’azione che dobrebbe fare il cittadino, ovvero: “Chiedere il conto”…
Sarà proprio a partire da questa spicciolissima pratica che si potranno davvero vedere e valutare dei risultati, quando raggiunti….
Un saluto
Il problema è…COME chiedere il conto? In che forma, senza aspettare la successiva tornata elettorale in cui inevitabilmente si tende a tapparsi il naso? Dal punto di vista della progettazione non sarebbe poi tanto complicato…qualche indicatore serio per misurare le ricadute e non solo le rendicontazioni ed il gioca SAREBBE fatto, ma dal punto di vista dell’utenza, della partecipazione?