Archivio per maggio 2008
Riceviamo e volentieri pubblichiamo il comunicato stampa con cui l’associazione Pensare Democratico propone di continuare a chiamare Festa de L’Unità la festa annuale del PD ternano. Del resto non è proprio all’insegna dell’unità che è nato il partito democratico? E non sono state proprio le Feste de L’Unità un fondamentale momento di incontro e di gestazione del nuovo partito?
A voi, amici di Punto Democratico, la lettura e il commento…
“Pensare Democratico ritiene sbagliata e forviante l’idea che un partito nuovo, per dimostrare di essere tale, abbandoni tutto ciò che appartiene alla migliore tradizione dei soggetti politici che ne hanno contribuito alla nascita.
Ci riferiamo, in particolar modo, alla decisione, un po’ salomonica, di rinunciare al nome “Unità” per le feste del PD che si terranno a partire dalle prossime settimane, lasciando libertà di coscienza alle diverse articolazioni territoriali del partito.
Non crediamo, infatti, che in questo modo si riconosca la insostituibilità delle sensibilità e culture che provengono da esperienze diverse: popolari, cattolico-democratiche o altre. Crediamo, inoltre, che mantenere quel nome non significa “privilegiare” il quotidiano che porta lo stesso nome a differenza di altri giornali della stessa area politica.
Mantenere quel nome significa, al contrario, riconoscere il ruolo insostituibile di migliaia di persone, donne e uomini, ragazze e ragazzi, che preferendo “le salsicce e gli stand” al mare e alle vacanze, danno un contributo invidiabile alla politica nella sua dimensione migliore. Quella dell’impegno in prima persona, del servizio alla comunità, del sacrificio di gran parte del proprio tempo per produrre un evento, un’occasione, una festa per tutta la città.
Senza chiedere nulla in cambio migliaia di ragazzi e ragazzi, uomini e donne anche non impegnati direttamente nella vita del partito che le ha organizzate, talvolta addirittura provenienti da altre esperienze politiche, hanno dato a quel nome “Unità” non solo una connotazione propagandistica. Hanno incarnato con il proprio lavoro e con grande generosità uno spirito che ha elevato una festa di partito a festa della città e della cittadinanza tutta. In cui anche i momenti di socialità e di intrattenimento hanno voluto essere il più possibile piacevoli e soprattutto accessibili (visto che sono sempre state offerte al pubblico dagli organizzatori con le risorse derivanti dalla gestione della festa stessa). E in cui anche l’iniziativa politica ha guardato a quella “Unità” che non è stata solo un’etichetta.
Il Partito Democratico ha vissuto la sua gestazione proprio nella nostra festa. I volontari, gli ospiti dello spettacolo e gli ospiti dei dibattiti politici non hanno mai dovuto giustificare o ostentare una propria appartenenza politica. Tanto meno i visitatori che negli anni questo sforzo e questo impegno hanno premiato con la propria presenza e, ricordiamocelo, con il proprio apprezzamento.
Per questo ci pare fuori luogo dare a queste feste un altro nome. Ci pare un’operazione non solo inutile, ma addirittura controproducente. Significherebbe non avere creduto in quello che si è fatto o, peggio, averlo fatto sempre considerandolo una cosa soltanto “propria”, di parte.
Significherebbe rompere una tradizione, ma noi vogliamo dire una storia, che ha significato tanto anche per la nostra città così radicalmente cambiata, invece, nel corso degli anni. E altrettanto si potrebbe dire per il partito che l’ha organizzata in cui talvolta i cambi di nome sono stati privilegiati rispetto alla strategia politica, e le etichette anteposte alla “visione” e al progetto politico.
Per tali ragioni lanciamo un appello al gruppo dirigente del PD della provincia di Terni, come accade in altre importanti realtà italiane, di mantenere la denominazione di Festa de l’Unità per gli appuntamenti che si terranno da qui alle prossime settimane.”
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Pare sia da un po’ di giorni che Chicco Testa, nella vana speranza di vendere copie del suo nuovissimo libretto sull’energia nucleare, infesti i programmi di intrattenimento televisivo sparando a zero sulle energie alternative. Ora se in qualche caso le sue osservazioni sulla selvaggia conquista delle terre del Sud Italia da parte dei soliti speculatori dell’energia posso essere del tutto condivisibili, spiace vedere che lo stesso Testa effettua da anni ciò che critica con veemenza in questi giorni.
Ed effettivamente, a parte la carica di Presidente delle Metropolitane romane attuale, pochi sanno che il Chicco, novello promotore del nucleare, compare come socio nel gruppo Aledia S.p.A. al quale sono collegate altre società di cui pure è socio che, guarda caso, si occupano di progettazione, promozione e installazione di impianti per la produzione di energia rinnovabile: non sarà anche questo, dopo Rete4 e Berlusconi alla Camera, un altro bel caso di conflitto di interessi?
Non sarà il caso, per riportare la discussione a Terni, di indagare quanti conflitti di interessi ci sono nella nostra provincia?
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Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare.
Bertolt Brecht
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Da qualche giorno la stampa locale si sta interessando al timido, faticoso a volte illusorio, processo di svecchiamento del PD ternano.
Vi proponiamo allora l’intervento di Nicola Molè del giorno 14-maggio e quello molto interessante del nostro amico Gregorio Alteri del 16maggio.
A grande richiesta, infine, l’imperdibile intervento di Daniele Lombardini , che parla un po’ di noi di Punto democratico e della nostra storia, pubblicato sul Messaggero di oggi.
Buona lettura!
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Come promesso invio il collegamento alla presentazione dell’iniziativa.
Sono ben accetti commenti/consigli e soprattutto volontari!!!
http://docs.google.com/Presentation?id=dfmpsqdr_0ch4sx9dc
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Raccogliamo l’invito dell’utente “Il partito democratico non è un pranzo di gala” che ci invita a votare il sondaggio sull’iniziativa del Vescovo di convocare un concilio cittadino (in alto a destra in homepage!
http://www.pensaredemocratico.com )
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Pubblichiamo il contributo che ci ha inviato il Prof. Battiston estratto dalla conferenza che si è svolta in BCT Giovedì 15 sul ruolo dell’energia nella storia.
Cogliamo l’occasione ancora una volta per ringraziare Battiston per il bel rapporto con Punto Democratico!
“Questo mese parliamo di non di particelle elementari, ma di atomi e molecole, nonchè di leggi fisiche che hanno a che vedere non con le origini dell’ universo ma con la nostra sopravvivenza sulla terra. Nel fare l’ultima prenotazione di un volo aereo low cost mi sono imbattuto nella tassa (opzionale) di 3,04 € per rimborsare il costo della gestione dei 158 kg di C02 che il mio volo di 2000 km, Roma-Ginevra e ritorno, avrebbe immesso nell’ atmosfera. 158 kg, due volte il mio peso in gas, una sorta di scoreggia gigante in grado di riempire un un cubo di quasi 5 metri di lato, lascito perenne di una azione apparentemente innocua come un breve viaggio aereo. Lo confesso, è stato il mio primo vero impatto con la carbon tax, reso possibile grazie alla scarnificazione dei costi che solo una compagnia low cost puo’ fare e che mi ha fatto riflettere su quanto grande possa essere l’effetto di azioni individuali quotidiane. Il semplice misurare questo impatto in chili, metri cubi, euro mi ha fatto pensare a molte altre cose. Ad esempio alla catena di processi che portano a questi 158 kg. Al costo del petrolio che serve a trasportarmi e al costo degli effetti prodotti dalla sua combustione. A quanto questi costi siano o meno giustificati. Ad esempio un litro di benzina, depurata dalle tasse, costa all’incirca 0,7 €, come un litro di acqua minerale. Con una differenza sostanziale: l’acqua viene usata, ma poi viene inevitabilmente restituta all’ambiente, magari sporca, ma intatta nella sua struttura molecolare. Essa è riutilizzabile all’ infinito, se opportunamente purificata. Lo stesso è vero per la maggior parte delle materie prime che sono veramente tali, come gli elementi della tabella di Mendeleev e molti dei loro composti chimici. Un pezzo di ferro, una lattina di alluminio, un tubo di rame, finito il loro uso possono essere interamente recuperati per fare altri oggetti dello stesso materiale. Questo invece non è il caso di tutti i materiali da cui viene ricavata energia. Essi infatti hanno la caratteristica di avere al loro interno una quantità di energia, chimica o nucleare, che possono cedere a patto che la loro struttura venga distrutta. Per cui, inevitabilmente, se parto con un litro di petrolio, dopo averne ricavato energia nella forma di lavoro e calore, mi ritrovo con altri materiali che prima non c’erano ed il petrolio, invece, non c’è piu’. Non solo, ma uno dei principi fondamentali della fisica, il secondo principio della termodinamica, mi dice che per ogni unità di energia utilizzata produco anche un altro effetto, secondario, ma non meno importante. Ho prodotto disordine, nella forma di calore a bassa temperatura che si disperde nell’ambiente, scaldandolo.
Questo accade quando estraggo l’energia dai materiali in cui la natura la ha pazientemente accumulata. A torto chiamiamo il petrolio materia prima, dovremmo piuttosto chiamarlo serbatoio o pila primaria. Infatti cosi’ come una pila non ricaricabile dopo l’uso diventa un rifiuto da smaltire, dopo l’uso di un materiale da cui si ricava energia non abbiamo piu’ un serbatoio ma materali diversi che hanno perso l’unica caratteristica che li rendeva interessanti, quelli di contenere energia utilizzabile. E questo accade tutte le volte che usiamo energia da fonti non rinnovabili. Ma allora quale è il prezzo giusto per qualche cosa che non è recuperabile, il cui uso immette nell’ ambiente qualche cosa che prima non c’era, come scorie gettate in un grande immondezzaio ? E’ giusto che queste materie costino tanto quanto materie molto piu’ abbondanti e per di piu’ rinnovabili, il cui uso non lascia traccia nell’ ambiente ? Quando sento che il prezzo del petrolio supera i 123 $ al barile penso alle centinaia di milioni di anni che mi separano da quel bosco preistorico dove si sono fissati i legami tra carbonio ed idrogeno che sto bruciando in questo rapido volo sopra le Alpi. Davvero centinaia di milioni di anni di lenti processi chimici, metri e metri cubi di legname macerati e trasformati dalla natura, per non contare la trivellazione, il trasporto, la raffinazione, valgono solo 0,7 € al litro ? E davvero i miei 158 kg di CO2 che si aggiungono alle migliaia e migliaia di tonnellate di gas serra immessi in ogni istante nell’ atmosfera valgono solo 3,04 € di impatto ambientale?
Ne dubito fortemente.”
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La nevrosi securitaria che sta contagiando l’Italia dovrebbe portare il più grande partito della sinistra del Paese a porsi interrogativi profondi sul complesso rapporto tra migranti e italiani e sulle vecchie e nuove forme di marginalità che interessano il Paese. Sbagliato sarebbe inseguire la destra in una risposta culturalmente misera ed anche complessivamente di scarsa efficacia, che si limita ad atteggiamenti “law and order” che difficilmente potranno arginare l’ inevitabile e continuo afflusso dei tanti disperati della Terra che bussano alle porte del Nord del mondo. Allo stesso modo sarebbe miope ignorare l’impatto che il fenomeno migratorio ha proprio sulla parte più misera della popolazione italiana. Il pogrom di Napoli deve farci interrogare su quale Paese siamo diventati.
Sui fatti di Napoli ci dobbiamo specchiare e capire che essi derivano certo dal disagio reale dei quartieri in cui sono insediati i campi rom, ma sono anche il frutto avvelenato di uno slittamento costante ma pericoloso della cultura italiana. Slogan come “Tornare ad essere padroni a casa nostra” sono stati sdoganati, insieme al riferimento culturalmente aberrante alla “radici cristiane dell’Europa e del Paese”. Le fiaccolate anti-rom, le ronde, un’informazione che alimenta artatamente l’emergenza e dimentica la responsabilità individuale dei singoli, rinchiudendo nei nuovi ghetti concettuali ed indentitari intere “etnie”, e le risposte di una politica astuta che maschera efficacemente il proprio vuoto di idee nelle risposte muscolari alle emergenze, ci hanno condotto ad un abbrutimento culturale indegno del popolo italiano.
Come si deve porre il PD di fronte a tutto questo? Ricordo l’emozione di un mio amico albanese, entrato prima come clandestino (maledetti clandestini!!!) e poi regolarizzatosi, dopo aver votato alle primarie del PD. Era il suo primo voto. Era, per lui, un modo per sentirsi riconosciuto come italiano. Un partito politico di sinistra (nella speranza che il PD voglia essere l’una e l’altra cosa), potrebbe allora essere un utile strumento di integrazione degli immigrati, di confronto tra italiani nati in Italia e nuovi italiani (che belle sarebbe iniziare a chiamarli così…), rinunciando nettamente ad un’impostazione che vede gli immigrati come un problema e riconoscendoli come membri della comunità che, come tali, devono essere necessariamente coinvolti nella vita dei partiti. Anche questo, del resto, è parte di quel radicamento sul territorio di cui tanto si parla. Del resto non è stato anche grazie alla paziente opera di integrazione ed educazione dei grandi partiti di massa che le masse popolari hanno preso coscienza della possibilità di un loro ruolo attivo nella vita democratica del Paese?
Oggi il “popolo” italiano è composto di lavoratori di tante diverse nazionalità, dispersi, spesso isolati, a volte disperati, che vivono ai margini delle nostre società, i cui problemi e la cui vita ignoriamo quasi del tutto. Il PD, a Terni come nel resto d’Italia, si sta ponendo l’obiettivo di conoscere questi “nuovi italiani”, di ascoltarli, di capire il loro disagio, di farsi carico dei loro problemi, delle loro speranze e dei loro drammi (la sinistra non dovrebbe avere, del resto, proprio il compito di essere vicina ai più deboli?) di integrarli e di invitarli ad essere parte attiva dell’attività politica del nostro partito? Oppure gli immigrati, anche per noi del PD, sono solo un problema e una minaccia di fronte a cui bisogna offrire rassicurazione ad un Paese “italiano, bianco e cristiano”, sempre più spaventato e gretto?
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 La commissione Statuto del Partito Democratico Umbro terminerà i suoi lavori nel mese di Giugno rimettendo il documento elaborato all’attenzione dell’Assemblea.
Vorrei raccogliere in questo post opinioni e proposte relative alla disciplina del circolo on line da porre all’esame della commissione.
Si potrebbe tentare di proporre una disciplina dei circoli on line che preveda un posto di “invitato permanente”(con diritto di parola, ma non di voto) al segretario di circolo o membro indicato dai componenti del circolo stesso in un livelllo di coordinamento territoriale. Che ne pensate? Quale livello credete sia il più adeguato? Alternative?
L’ideale sarebbe spedire la proposta alla fine della settimana prossima…
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Una puntuale introduzione istituzionale del nuovo ministro Brunetta (non sono ironico, mi ha piuttosto convinto!) ha aperto ieri l’incontro su Creatività e Innovazione organizzato dal ForumPA, che ha offerto diversi spunti di riflessioni - e qualche monito io credo – per la classe dirigente economica e politica dell’Umbria.
Il dibattito ha preso le mosse a partire dai risultati presentati da Nando Pagnoncelli (IPSOS) in merito ad una ricerca su di un campione di giovani della classe di età dai 16 ai 35 anni: il 58% ritiene che la creatività sia un patrimonio di tutti, bisogna solo avere l’opportunità per alimentarla. L’Italia, però, secondo gli intervistati, non è un paese dove la creatività è diffusa (per il 45% è molto indietro rispetto agli altri paesi europei in termini di capacità di produrre creatività); i motivi inevitabilmente abbastanza scontati: non si creano i presupposti che privilegiano l’innovazione e la creatività né all’interno delle istituzioni (31%) né delle imprese (17%).
Pochissimi ritengono che l’Italia offra possibilità per sviluppare creatività, ovvero di realizzarsi in una professione che dia spazio alle caratteristiche personale di ingegno e fantasia: l’85% coloro che non vedono nel nostro paese spazio per la creatività. Un paese che fatti salvi alcuni settori oramai tradizionali quali la moda o il design è ben lontano, almeno in termini di percezione, dal dare spazio alle tendenze neo Bohème alla base della vitalità artistica e professionale tipica delle città del nordamericane e delle metropoli tedesche, inglesi o francesi. Un paese che non sta investendo nella classe creativa di oggi e futura e che rischia di trovarsi sempre più ai margini dell’economia della conoscenza.
In evidenza il fatto che:
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la creatività è percepita come qualcosa di molto personale e individualista (espressione della propria fantasia, della propria anima, della propria originalità)
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la creatività “made in Italy” ha generato nel passato oggetti universalmente riconosciuti come simboli, icone, oggetti intramontabili ma anche funzionali ed accessibili a tutti
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le principali ragioni dell’arretratezza italiana in campo creativo hanno carattere “collettivo” piuttosto che individuale (frutto più di inefficienza di sistema che del singolo)
L’autovalutazione degli intervistati restituisce una fotografia in cui la maggioranza mostra una sorta di appiattimento riguardo l’innovazione e la creatività; ciononostante l’aspirazione ad un lavoro altamente innovativo e creativo interessa la maggioranza del campione anche per coloro che, per propria ammissione, non avrebbero le qualità per poterlo svolgere.
La tavola rotonda ha coinvolto il Premio Nobel per l’economia Edward Prescott, il fondatore del Pensiero Laterale Edward De Bono, sostenitore di un “nuovo modo di pensare”, il guru del management Isaac Getz, considerato uno tra i primi esperti di executive education del mondo.
Secondo Prescott, nel secondo dopoguerra l’Italia ha vissuto un miracolo economico che l’ha vista passare da una produttività pari al 50% di quella statunitense nel 1955 ad una produttività equivalente nel 1990. Se non fosse per il notevole aumento nell’importo delle tasse lungo questo periodo di tempo, l’Italia sarebbe oggi allo stesso livello degli Stati Uniti in termini di standard di vita. Intorno al 1995 la situazione è cambiata. L’Italia ha iniziato a perdere terreno. Tra le cause le elevate aliquote fiscali marginali e politiche del mercato del lavoro che riducono le ore lavorative. …se venisse introdotto il sistema danese gli imprenditori italiani correrebbero rischi calcolati ed espanderebbero il loro business. In caso di successo – molti potrebbero contare sull’abbondanza del talento imprenditoriale italiano – tutti gli italiani ne trarrebbero beneficio.
De Bono ha sintetizzato così la sua posizione: efficienza e competenza sono oggi fattori indispensabili, ma non sufficienti. Diviene essenziale un terzo elemento: la creatività (non un optional, ma una necessità!). Occorre esplorare nuovi approcci, nuove alternative, nuovi concetti, che nascono da una corretta applicazione del pensiero creativo, non antagonista ma parallelo, costruttivo.
Il nostro “software cerebrale” va modificato dopo circa 2400 anni di storia.
La creatività ìn azienda può essere utilizzata in due direzioni:
- verso l’interno, cioè nel modo di gestire l’azienda: riduzione costi e tempi, aumento dell’efficienza, ricerca di nuovi e migliori processi ecc.
- verso l’esterno cioè su ciò che si offre al mercato: quali prodotti, quali servizi, quali valori, come migliorare la posizione sul mercato sfruttando nuovi concetti cui si é pervenuti grazie alla creatività.
Il Pensiero Laterale basato sui concetti e le tecniche di Edward de Bono, é una forma strutturata e “logica” di creatività, basata sul metodo dei “6 cappelli per pensare”: questa tecnica, utilizzabile sia in gruppo sia a livello individuale, aumenta l’efficienza e l’efficacia delle riunioni evitando nello stesso tempo sfasature e dispersioni.
Infine Getz ha offerto un’approfondita analisi delle principali organizzazioni innovatrici che ha avuto modo di osservare direttamente in 16 Paesi e 4 continenti e rivelato ai partecipanti alcuni principi fondamentali come ad esempio: una gestione aperta dell’innovazione al posto di una gestione ‘chiusa’ che si focalizza solo su un tipo di innovazione (per esempio, tecnologica) o che coinvolge solo impiegati che svolgono un unico servizio.
<< Se metti steccati intorno alle persone, ottieni delle pecore. Dai alle persone lo spazio di cui hanno bisogno >> (McKnight)
I veri innovatori ASCOLTANO per scovare le idee AI CONFINI delle organizzazioni,
perchè è stato dimostrato che oltre l’80% delle innovazioni nascono nella fascia di persone più periferica alla dirigenza.
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