Il nucleare e le alternative
Scritto da corradopani in Discussioni, Senza categoria, tags: ambiente, conflitto di interessi, energie rinnovabili, fonti rinnovabili, nucleare
Pare sia da un po’ di giorni che Chicco Testa, nella vana speranza di vendere copie del suo nuovissimo libretto sull’energia nucleare, infesti i programmi di intrattenimento televisivo sparando a zero sulle energie alternative. Ora se in qualche caso le sue osservazioni sulla selvaggia conquista delle terre del Sud Italia da parte dei soliti speculatori dell’energia posso essere del tutto condivisibili, spiace vedere che lo stesso Testa effettua da anni ciò che critica con veemenza in questi giorni.
Ed effettivamente, a parte la carica di Presidente delle Metropolitane romane attuale, pochi sanno che il Chicco, novello promotore del nucleare, compare come socio nel gruppo Aledia S.p.A. al quale sono collegate altre società di cui pure è socio che, guarda caso, si occupano di progettazione, promozione e installazione di impianti per la produzione di energia rinnovabile: non sarà anche questo, dopo Rete4 e Berlusconi alla Camera, un altro bel caso di conflitto di interessi?
Non sarà il caso, per riportare la discussione a Terni, di indagare quanti conflitti di interessi ci sono nella nostra provincia?
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Il tema del conflitto di interesse è come diceva Mieli ieri sera una di quelle problematiche insolute che l’Italia si trascina dietro e che puntualmente ammorbano il dibattito pubblico. E fanno perdere tutti. Credo che sia un aspetti che vada affrontato dal PD seriamente ad ogni livello territoriale anche per non prestare il fianco ed il palcoscenico al mondo dei grillini (ci ricordate il diagramma impressionante dei cda delle maggiori compagnie italiane illustrato da Grillo?) e delle liste civiche.
E credo anche che i territori debbano imparare a progettare con una trasparenza maggiore, basandosi su bandi controllabili e linee guida pubbliche (e pubblicate!).
Per quanto riguarda il nodo del nucleare in particolare ho ascoltato un servizio, non mi ricordo dove però, in cui sia Regge che Rubbia – forse i due maggiori fisici presenti in Italia, almeno i più famosi – ammettevano la necessità di una certa quota di energia nucleare nel paniere energetico da costruire (anche se Rubbia sottolineava l’importanza della geotermia…ed io aggiungerei della sperimentazione che non è riuscito a fare in Italia a causa di un vuoto legislativo- un decreto che non arrivava, che re Juan Carlos ha fatto in un attimo – in merito al fotovoltaico a concentrazione). Mi chiedo però…ma di uranio ce ne è così tanto? e il problema dello stoccaggio delle scorie??? In Finlandia sono anni che effettuano carotaggi nel granito per trovare il giusto grado di salinità della roccia…
Daniele, le scorie nucleari? un problema? ma perchè mai?
Il brevetto Rubbia per impianti a concentrazione solare è stato acquisito (o donato) all’ENEA. In conseguenza di questo fatto tra qualche mese partirà una produzione industriale a Massa Martana, voluta dall’azienda Angelantoni: non si tratta di impianti fotovoltaici, ma di impianti a concentrazione solare con collettori a sali fluidi che raggiungono temperature attorno ai 600° trasformati poi attravrso scambiatori a piastre in caldo, freddo ed Energia Elettrica (tri-generazione combinata).
L’idea primordiale di Rubbia – il progetto “Archimede” – prevedeva addirittura un risultato: una superficie pari alla Lombardia completamente coperta di impianti a concentrazione solare basterebbe per fare energia elettrica per mezza Europa: non vedo perché insistere sul nucleare… Non sarà che dobbiamo fare qualche bella garetta d’appalto per questo o quell’imprenditore dei calcestruzzi?!! In più mi chiedo come mai – noi che continuiamo ad insistere sul nucleare – non prendiamo se non altro spunto dall’interesse degli ultimi anni di EDF (proprietaria di circa 30 centrali nucleari in Francia) nella nostra nazione – e nella nostra Regione – per la realizzazione di impianti eolici, solari, a biomassa (non dimenticate che Terni Research ha chiuso un accordo per la forniture di 4 pale eoliche – che produrranno, detto tra noi, poco o nulla – proprio con EDF).
Detto questo mi auguro che il mio post serva in primo luogo a far nascere una discreta polemica sui probabili conflitti di interesse della nostra provincia sulla scorta di quelli nascosti in TV ma evidenti ai conoscitori di Chicco Testa e, in secondo luogo, a stimolare nel PD quella vena ambientalista o ecologista che da sempre ci differenzia dall’attuale maggioranza governativa.
Risolvere il problema? Far crepe in una discussione importante? Generare consenso? Ecco come…con “quattro baiocchi”!!!
http://www.repubblica.it/2007/09/sezioni/ambiente/nucleare1/scajola-progetti/scajola-progetti.html
Caro Daniele….Mi cascano le braccia, per non dire di peggio.
Tuttavia pare che Scajola abbia le stesse intenzioni di quelli che, anni addietro, andarono ad affittare terre al Sud per mettere l’eolico a prezzi stracciati.. Vuole comprarsi la gente: che vergogna!
Dovremo iniziare un’attività di anti-propaganda sulla scorta di vere informazioni scientifiche e proponendo, semmai, le alternative al fine di far guadagnare alla gente se non soltanto quattro euro almeno la salute e la sicurezza per loro e per le generazioni future…
Questo il link ad un’intervista a Carlo Rubbia da repubblica.it del 30 marzo 2008, dalla quale emergono molti “argomenti” interessanti.
http://www.repubblica.it/2007/03/sezioni/ambiente/energie-pulite/rubbia-solare/rubbia-solare.html
Interessante sapere che “un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l’energia necessaria all’intero pianeta. E un’area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt”.
Beh intanto potrebbe essere utile radunare articoli divulgativi sull’argomento proprio come quello segnalato da Angela. Per capire almeno quali siano le tendenza della comunità scientifica ed intuire quale sia quella “indipendente”…
Concordo con Angela, che sostanzialmente riprende quanto avevo appena detto, e con Dabiele..Mi metterò alla ricerca degli articoli telematici: per ora ne ho molti, ma cartacei…
Qualche breve ed isolata considerazione:
ma vi pare che un Paese nel quale abbiamo serie difficoltà a smaltire la semplice “monnezza” urbana, la questione delle scorie nucleari non sia un tema su cui riflettere ?
E se poi volessimo andare a dare un’occhiata ai siti di stoccaggio in Europa (basta andare in Francia) e ci accorgessimo che queste “bombe ad orogeria” messe in sonno con processi costosissimi e non eterni, spesso trovano la strada dell’Africa subsahariana come soluzione ultima, e che soprattutto quelle Nazioni che per prime scelsero il nucleare, sono quelle che più investono ora nelle forme di produzione di energia di fonti rinnovabili, verrebbe da pensare che, come spesso accade, l’Italia si avvia a ragionare di temi datati lungo scorciatoie semplicistiche. (Mi pare già di vederle le “splendide” localizzazione di queste fantomatiche centrali nucleari “intelligenti”…)
Infine vorrei proporre un’ultima considerazione, riguardo alla cronica mancanza di memoria del nostro Paese, dove tutto scorre troppo velocemente senza lasciare traccia nelle coscienze dei singoli…
Qualche anno fa (nemmeno troppi) siamo stati chiamati ad esprimerci in ordien alla scelta di affidare al nucleare le sorti della produzione dell’energia: questo Paese, con un referendum plebiscitario, HA DETTO NO !!!
Andiamo a rivedere le motivazioni che spinsero gli Italiani a rifiutare il nucleare: forse capiremo che, senza il bombardamento mediatico di questi guru della comunicazione, senza i consigli interessati di illuminati imprenditori riconvertitisi molto in fretta e soprattutto senza il ricatto dei costi del petrolio, il nostro Paese ha espresso una libera decisione.
Forse è questo il vero dramma dell’Italia: camminare con la testa rivolta …all’indietro !!!
Carissimo Riccardo,
mi fa piacere che tu ribadisca quanto ho già affermato nel precendete mio post citando l’interesse verso l’Italia di EDF che, guarda caso, oltre a possedere una trentina di centrali nucleari, sta indirizzando i propri professionisti alla ricerca di potenziali sviluppatori italiani di impiantistica alternativa (non posso che concordare).
Proprio per questo, però, ritengo sia necessario investire – noi italiani – non solo nel selvaggio sfruttamento delle risorse (anche alternative), ma soprattutto impedire che siano paesi non italiani ad investire in ricerche promosse e pagate da noi cittadini.
Invito tutti voi a ricercare, tra le pagine di questo forum, quanto scrissi pubblicando il mio progetto AREA: siamo noi che dobbiamo – letteralmente – incazzarci con gli amministratori dei DS e della Margherita (ora PD) che non hanno voluto ascoltare la mia voce, che hanno letto e non applicato quanto proponevo, che continuano a fare il gioco (forse pagato?) delle multinazionali estere fregandosene del territorio e delle possibilità di sviluppo della nostra regione e dell’Italia intera.
Le idee sono in campo, basterebbe solo farle sviluppare a chi ha un po’ di senno e competenza…
Il problema dell’energia e della domanda della stessa nei prossimi anni è di fondamentale importanza. Se si vuole mantenere l’attuale livello di sviluppo, se non si vuole vivere come il giorno del blackout del 30 Settembre di qualche anno fa, occorre avere a disposizione energia: produrla o acquistarla dall’estero, Paesi europei compresi. Essere autonomi o sottostare agli altri, come con il gas, ed il petrolio del resto e di altri prodotti minerari di base.
Anni indietro si rivendicava il ruolo centrale delle Acciaierie allora sostenute dallo Stato per non dipendere dall’estero nei settori strategici nazionali, come certi prodotti siderurgici indirizzati all’industria ed alla produzione di energia, realizzati nella Caldareria, nella Fonderia e nella Fucinatura. Altri tempi, altre prospettive di sviluppo. Un diverso peso dell’industria. Allora la nazionalizzazione, vanto dei governi di centro sinistra e dei socialisti nello specifico era enfatizzata come panacea per la non dipendenza da certe convenienze finanziarie e padronali. Altri tempi, Certi patrimoni collettivi venivano difesi dalla collettività. Era prima che dall’IRI Prodi cedesse le Acciaierie ai tedeschi con un documento cercato ai tempi della dismissione del magnetico e, guarda caso, non trovato. Il problema dell’energia insieme alle infrastrutture (Rieti-Civitavecchia), era quanto richiesto e promesso alla Thyssenkrupp da tutti nel 2005 ( tre anni fa). A che punto siamo ? Siamo in corda con i programmi promessi?
Le Acciaierie di Terni consumano intorno ai 250 Mw pari all’assorbimento di più di tre città come Terni, o se preferite pari all’impegnato di più di ottantamila famiglie per un consumo di ben più di centomilioni di Kilowattora mensili. Il tutto prelevabile solo da una rete molto interconnessa al fine di stabilizzare la tensione durante le fluttuazioni di carico. Il maggior utente dell’Italia Centrale esercito a 220.000 Volt.
Da notizie recentissime pare che le Acciaierie produrranno energia in proprio (presumo solo per parte del fabbisogno).
L’Albania di converso, notizia di qualche ora fa, offre siti a Centrali nucleari italiane. Presumibilmente con specifiche di fabbricazione e vincoli di sicurezza albanesi.
Che che dicano i non tecnici, e quanti si basano su se stessi nel condannare le performance degli altri, le centrali di Caorso, Trino Vercellese, la centrale sperimentale del Brasimone e la Centrale di Montalto di Castro furono progettate e realizzate con specifiche e materiali all’avanguardia. E con i soldi dei cittadini.
Compreso il miliardo di lire al giorno che spendeva Enel qualche anno fa per mantenere il nocciolo di Montalto: una centrale improduttiva.
I principali prodotti in acciaio provenivano da Terni, tondo per cemento armato compreso, e sfido chiunque a contestare le lavorazioni secondo i Marchi di qualità definiti all’avanguardia per quell’epoca. Chiedete a quanti realmente hanno partecipato a questi processi. Poi raccogliendo le pressioni di allora, molti oggi sono ancora in auge, ed in prima linea Pannella con i suoi digiuni e bavagli a fianco dei petrolieri ovviamente, tutto fu sospeso.
I giornali allora, negli anni ottanta, erano tutti in mano ai Petrolieri. Ma qualcuno anche sponsorizzava, o era sponsorizzato dal carbone, alla faccia dell’inquinamento.
E così in barba all’inquinamento tangibile e sicuro il popolo italiano sovrano ed illuminato decise che in Europa l’Italia doveva essere la cenerentola nella produzione di energia. ( Senza specchi e con l’auspicio di Mani Pulite). Forse la politica del tanto peggio è tanto meglio viene sempre dimenticata escluso quando ci si pavoneggia dicendo di sacrificarsi per il bene dei cittadini.
Alla lunga speriamo che varie volpi vadano in pellicceria: per il bene dei cittadini!
Che non si sveglino come produttori di energia, provocatoriamente, Malta, S. Marino, Corsica, Vaticano.
A proposito di inquinamento tangibile, riguardo l’acqua potabile di Terni, ed alla opportunità di non acquistare acqua in contenitori Pet, (ricordare REPORT), qualcuno di Voi, magari illuminato dalle proprie occupazioni o incarichi, saprebbe dirmi, non l’evoluzione giudiziaria, ma dove posso trovare una certificazione tecnica che l’acqua nei principali rami di distribuzione dell’Acquedotto di Terni, è stata analizzata ed è risultata con diossina assente. A quale struttura posso rivolgermi?
Perché io ho creduto agli amministratori sui manifesti che invitavano ad usare l’acqua dell’acquedotto. Se l’acquedotto è sicuro in tutti i suoi rami, che la notizia si diffonda, se non altro per quelli che non arrivano alla terza settimana e che ci stanno a cuore.
p.s. Come Ingegnere elettrotecnico, forse per voi di altri tempi e di altre mentalità, sono stato sempre e rimarrò favorevole ad una produzione diversificata di energia necessaria per un programmato modello di sviluppo, compresa quella proveniente dal sole e dall’atomo e senza inaccettabili speculazioni commerciali, dopo aver riaperto tutte le centrali idroelettriche, anche in barba alle tutele antimonopolio.
Il problema caro 777 sta proprio nelle speculazioni commerciali che in Italia superano di gran lunga l’etica professionale di chi fa investimenti.
Il pericolo dunque è insito nella politica: ricordi quanto ha insistito sul nucleare Pierferdinando Casini? Non è che ci è venuto in mente che è accompagnato (o sposato) con una delle due figliole di Caltagirone? NOn è che caltagirone con le sue imprese è uno dei pochi – s enon l’unico – costruttore italiano certificato alla costruzione di grandi opere in cemento armato come una centrale nucleare? Ecco… Pensiamo anche a questo.
Che la centrale di Montalto sia stata costruita secondo tanti crismi e all’avanguardia per quei tempi nessun dubbio: resta il problemino – che no è di poco conto – delle scorie. Ma, soprattutto, mi chiedo perché in Italia si rivuole il nucleare se i paesi che lo sfruttano si stanno muovendo in direzioni diametralmente opposte (salvo, in certi casi, investire nel nucleare nei paesi dell’EST Europa: tanto se muoiono chi se ne frega!).
“Intervista ad Alberto di Fazio, importante astrofisico italiano, sull’esaurimento del petrolio e sulle energie alternative.
Il petrolio è aumentato del 500 per cento in sei anni, mentre la produzione è di fatto stabile da tre. Cosa sta succedendo?
Non si può più fare quello che si è fatto per oltre 100 anni: pompare sempre di più moltiplicando i pozzi. Su più di 90 paesi produttori, 62 hanno raggiunto il «picco» e sono quindi in calo; quelli che non l’hanno raggiunto – come l’Arabia Saudita e altri minori – non riescono ad aumentare l’estrazione in misura sufficiente a compensare. Gli Stati uniti hanno «piccato» per primi nel 1970, dopo aver «carburato» col petrolio due guerre mondiali e un grande sviluppo economico. Il Venezuela ha piccato nel ’70, così come la Libia; l’Iran nel ’74. Gran Bretagna e Novegia tra il ’99 e il 2001. La Russia lo aveva fatto una prima volta per motivi politici (il crollo dell’Urss), poi si è ripresa ma ha piccato di nuovo nel 2007, senza peraltro mai raggiungere il livello precedente. Di conseguenza, l’offerta è praticamente stabile – tra 86 e 87 milioni di barili al giorno (mbg) – mentre la domanda cresce rapidamente. Perciò il prezzo non può che aumentare.
Eppure le compagnie petrolifere rispondono che anni di prezzo troppo basso hanno disincentivato nuove esplorazioni.
Sono dichiarazioni di natura politica. Se ascoltiamo geologi o ingegneri che lavorano per conto di queste compagnie capiamo che c’è stato tutto il tempo – 20 o 30 anni – per cercare ancora. Ci spiegano che la tecnologia esplorativa è migliorata di un fattore 500 o 600 rispetto al 1963, quando venne raggiunto il «picco» delle scoperte. Si utilizzano satelliti, strutture a ologramma, infrarossi, cose che non ci sognavamo neppure. Negli Usa, tra il ’70 e l’80, c’è stato un boom di trivellazioni, quadruplicando il numero dei pozzi. Ciò nonostante, in quella decade, la loro produzione è progressivamente calata. Non è mancata la ricerca, ma i risultati.
Sentiamo spesso di «grandi giacimenti» appena scoperti, come in Brasile o nell’Artico.
Quello in Brasile è stimato tra i 10 e i 20 miliardi di barili. E’ «grande» per il Brasile, perché porterà lì ricchezza ed energia. Ma a livello mondiale, rispetto ai 1.000 miliardi di riserve dichiarate esistenti – la metà di quelle iniziali – questo giacimento sposta il «picco» di due o tre mesi. Quello sotto l’Artico non dovrebbe neppure avvicinarsi alle dimensioni di Ghawar in Arabia o di Cantarell in Messico. E in ogni caso, per poterlo sfruttare, sarebbe necessario un riscaldamento globale tale da sciogliere la calotta polare. Non proprio una cosa da augurarsi. Ci sarebbe bisogno di trovare subito, ma proprio subito, 2-300 miliardi di barili per spostare il «picco» di cinque o sei anni.
Quanto pesa il petrolio nel bilancio energetico globale? E si potrebbe sostituirlo, in modo credibile?
Il 70% del raffinato va in combustibili da trasporto (benzina, diesel, cherosene, ecc). Il 98% di questi combustibili viene dal petrolio; così come tra l’85% e il 90% dell’energia totale proviene dagli idrocarburi. Solo tra il 7 e l’8% viene dal nucleare. Il resto, pochissimo, dalle rinnovabili. Per rimpiazzare petrolio e gas naturale non c’è praticamente nulla, sulla terra. L’idrogeno non esiste in forma libera, ma va fabbricato impiegando più energia di quella resa poi disponibile. Per il carbone si parla di centinaia di anni, ma in realtà si tratta di un minerale a più bassa intensità di energia, che ne richiede molta già per l’estrazione. Il carbone realisticamente utilizzabile basterebbe per qualche decina di anni. Tra le «non rinnovabili» c’è anche l’uranio, su cui esiste una stima molto precisa di Rubbia e di David Goodstein (del Caltech): ne abbiamo per 20 anni da adesso. Usiamo 14 Terawatt di energia; a volerle fare col nucleare servirebbero 10-15.000 centrali in 20 anni. Una ogni giorno e mezzo! Anche dal punto di vista dei materiali (acciaio, cemento, ecc) è impossibile. Negli Usa ce ne sono 104 e in tutto il mondo poco più di 400. Il nucleare potrebbe essere al massimo un «ponte» a cavallo del picco del petrolio. Ma anche le rinnovabili lo sono. Per fare le pale eoliche o i pannelli solari bisogna andare a prendere l’alluminio, fare attività di miniera; e questa si fa con l’energia del petrolio, mica con pala e piccone. Ma dove sta tutto questo alluminio? Questo significa che dipendiamo dal petrolio anche per le rinnovabili.
Che cosa bisognerebbe fare, allora?
Tirare il freno a mano, conservare petrolio e gas rimanenti per fare queste benedette rinnovabili, finché è possibile. Anche la tecnologia proposta da Rubbia ha bisogno di energia da petrolio. Non possiamo fare le acciaierie con un’economia che va a legna. E nemmeno con l’energia nucleare, perché una centrale deve essere a temperatura moderata (2-300 gradi) altrimenti fonde il nocciolo. Noi potremmo concentrare quella metà di petrolio rimasta, risparmiando sui trasporti di merci voluttuarie e salvaguardando quelli «necessari». E dobbiamo tener conto che anche l’agricoltura, al 90%, dipende dal petrolio. Senza, la produzione agricola si ridurrebbe da 10 a 1.
Caro Francesco tu poni la questione a livello globale, il che è sicuramente importante e rappresenta il dato oggettivo da cui far partire ogni possibile discussione. Mi sembra del tutto ovvio che la nostra società dipende solo ed esclusivamente dal petrolio, tuttavia – come confermi a fine del tuo post – con una buona salvaguardia di quanto disponibile sarebbe almeno in parte possibile ridurre la dipendenza a vantaggio di una nuova realtà sostenibile. Capisco perfettamente che, detta così, la frase assume un perentorio tono utopistico, tuttavia vorrei chiarire alcuni punti.
Se è vero che l’agricoltura dipende per il 90% dal petrolio è anche vero che con accurati (e ribadisco, accurati) studi del territorio sarebbe possibile iniziare (senza per questo causare danni all’agro-alimentare) una conversione delle colture in colture dedicate da biodiesel o da bio-etanolo: gran parte dei mezzi meccanici ad oggi, senza alcuna modifica, possono utilizzare olio di colza o girasole o mais semplicemente spremuti (senza esterificazione). Al contempo esistono varietà erbacee (panico virgum, ad esempio) che potrebbero essere coltivate – oltre che nelle Americhe, in Europa e in Asia – anche in quelle terre desertiche dell’Africa per la produzione di etanolo (benzina) favorendo, nel tempo, una riconversione dei suoli desertici. Sebbene dunque in questi anni tanti si sono opposti ai biocarburanti e sebbene si possa essere in accordo con loro, tuttavia mi chiedo come mai proteste non ce ne sono state quando a comandare l’agricoltore è arrivata la Grande Distribuzione (ricordate la puntata di Report e quanta frutta e verdura viene buttata? E quanta terra viene contaminata nelle coltivazioni intensive!). Un uso razionale e intelligente del territorio è possibile, ma occorrono scelte politiche e sociali.
Altresì porrei l’acceto anche sul Gas naturale: un uso razionale delle risorse forestali potrebbe far calare drasticamente l’uso del GPL o del Metano: pensate soltanto che ogni anno le manutenzioni stradali della nostra piccolissima Umbria producono scarti legnosi per 400.000 ton. che normalmente, oggi, vengono lasciate dove sono state tagliate quando non addirittura interrate; è poco ma serve per inziare. Allo stesso modo, tanto per rimanere in Umbria, abbiamo una superficie boschiva che per il 96,4% è rappresentata da ceduo, il che vuol dire che ogni 30-35 anni questi boschi muoiono e si rigenerano: perché lasciare la legna nel bosco (dove rappresenta semmai un pericolo) e non recuperarla per generare calore?
Anche il discorso dell’Alluminio che tu fai andrebbe rivisto alla luce di un recupero differenziato dei rifiuti metallici: insomma con questo modesto intervento voglio solo dire che le potenzialità per una società sostenibile ci sono, semmai il problema è di educazione, fermo restando che le alternative, da sole, non possono certamente soddisfare il bisogno mondiale di energia.
Bene, mi sembra che la discussione si stia sviluppando in modo molto interessante.
Direi che quando si parla di energia/sostenibilità due sono le macro aree in cui fare ricadere il ragionamento:
1) i comportamenti
2) le tecnologie
E conseguenzialmente auspicherei una linea del PD volta nella duplice direzione di comunicare comportamenti sostenibili e veicolare una informazione scientifica indipendente sulle soluzioni esistenti.
Concordo pienamente con Daniele…. Ci daranno modo di improntare una campagna di comunicazione?
Ci permetteranno di sviluppare progetti razionalmente possibili?
Aspettiamo una risposta….
Mi ha scritto Daniele segnalandomi, in relazione alla raccolta dei rifiuti, il Thor, risultato di un progetto CNR proprio per lo smaltimenti dei rifiuti.
Vi invito pertanto, visto che conoscevo l’argomento (tanto che lo proposi in una mail dell’Ottobre scorso all’ASM di Terni) a prendere visione di quanto possa essere utile mettere in produzione e a regime i risultati della ricerca italiana.
http://www.cnr.it/cnr/news/CnrNews?IDn=1758
Pare stasera sia di nuovo su annozero a raccontare cazzate…. Il buon Chicco ha le sue entrature, visto che sta in numerosi consigli di amministrazione: conflitto di interessi? mah.. Sono sempre più schifato.