Meritocrazia? Maddeché…
Scritto da Francesco in Senza categoria, tags: Meritocrazia, scuolaDeliziato dal simpatico clima da tracollo delle istituzioni democratiche, segnalo (grazie ad Isabella) una piccola ma emblematica norma, inserita nel ddl n.735, già calendarizzato al Senato, di conversione del decreto-legge n.97.
All’articolo 9 si prevede la proproga di un anno della norma contenuta nel decreto Mussi-Fioroni, intesa a valorizzare la qualità del percorso scolastico ai fini dell’ammissione ai corsi universitari a numero chiuso. In soldoni si intendeva stabilire un accesso privilegiato ai corsi a numero chiuso agli studenti più meritevoli sulla base del voto di maturità e dei risultati scolastici degli ultimi tre anni delle superiori.
Felici della sospensione della norma i rappresentanti della Rete degli studenti che, con la consueta miopia, vedono di cattivo occhio qualsiasi norma riguardante il numero chiuso (senza capire che se la selezione dei più meritevoli non la fa la scuola, la faranno dopo i meccanismi di accesso assai poco meritocratici al mondo del lavoro).
Ed ecco che un altro piccolo pezz di meritocrazia, almeno per quest’anno se ne va. C’era da dubitarne?
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ma non sarebbe meglio l’accesso libero e di selettivo solo il percorso? Il numero chiuso non è meritocrazia. Chiedetelo a chi non può comprare il test di medicina o odontoiatria quanto è meritocratico il numero chiuso.
Quella del numero chiuso è demagogia. E aristocrazia.
Greg quando e dove posso baciarti???
Selezione nei percorsi sia della scuola secondaria sia dell’Università!!!
Basta debitifici ed esamifici.
ah dimenticavo. Selezione anche dei docenti. Periodica…ed aggiungiamoci anche un ruolo da affiancare al dirigente d’istituto (al quale rimane la direzione didattica della scuola), quello di una persona che gestisce amministrativamente ed economicamente la questione. Ovviamente max trasparenza in rete della valutazione della scuola e delle facoltà (si riiniziare dall’ANVUR…mi è capitato di leggere la valutazione triennale sulla ricerca fatta dal CIVR, uno
“spasso”!).
Appunto Gregorio, il decreto Mussi-Fioroni voleva proprio offrire un accesso privilegiato alle facoltà sulla base dei risultati scolastici conseguiti alle scuole superiori. Il fatto che la Rete degli studenti si sia opposta a questa riforma, dicendo che il numero chiuso va abolito punto e basta è semplicemente folle!
Quanto al numero chiuso in sè, probabilmente avendo frequentato una facoltà con 50.000 iscritti, molti dei quali bivaccavano a lezione nella speranza di conseguire la laurea per forza d’inerzia e magari avviarsi a brillante carriere forensi con i buoni auspici del babbo avvocato, non riesco a vederlo di cattivo occhio.
Ricordiamoci poi di quello che è accaduto a scienza della comunicazione che era nata come facoltà di nicchia e si è snaturata quando è stato tolto il numero chiuso.
E poi, a livello più sistemico, mi pare ovvio che in Italia c’è un mismatching tra domanda e offerta di laureati che va in qualche modo sanato. E poi guardate che mantenendo sempre e comunque il numero aperto nelle università pubbliche si fa un grande regalo alle università private e a chi se le può permettere. Ed è quella, se permetti, la vera aristocrazia.
Il problema, a mio avviso, non è il numero chiuso ma il fatto che le selezioni in certe realtà si trasformino in una porcheria.
E in base a cosa decidiamo che un candidato è idoneo ad entrare in una facoltà a numero chiuso?
Tramite, come si faceva ad esempio proprio a scienze della comunicazione, un quiz a risposte chiuse? Così entra chi è stato più fortunato con 20 semplici domandine a numero chiuso? E poi non dimentichiamo che spesso il numero chiuso prevede un punteggio di partenza in base al voto di maturità, e questo è inaccettabile poichè sappiamo tutti che ci sono ragazzi usciti con 60 da un qualunque liceo classico (è solo un esempio) che hanno molte più conoscenze di uno studente uscito con 100 da un liceo paritario (e questo non è solo un esempio) o anche da altri istituti pubblici. Questi sono i vantaggi dell’aristocrazia. E questo diventava ancora più accentuato con l’inaccettabile norma Mussi-Fioroni.
Sono in totale accordo con Alteri – Lombardini, la selezione la deve fare la scuola prima, e i corsi unioversitari dopo.
Ma siete proprio sicuri che laureare un numero di scienziati della comunicazione perlomeno triplo rispetto alle esigenze del mercato del lavoro sia una grande idea? E avrebbe senso lasciare a numero aperto le facoltà di medicina, ad esempio? Poi sui metodi di selezione possiamo discutere. Io credo che la bozza Mussi Fioroni fosse un buon punto di mediazione perché stemperava l’aleatorietà dei quiz dando punti aggiuntivi sulla base del voto d’esame e dei voti degli ultimi tre anni di superiori, con particolare riguardo alle materie attinenti al corso di laurea a cui si chiede di entrare.
Ora, comunque, rimangono solo i quiz.
Io ho frequentato un’università pubblica a numero aperto, pessima e congestionata. Lasciare le cose come stanno è un regalo alle università private e a chi se le può permettere.
Io personalmente si, sono sicuro, caro Francesco, che il numero deve rimanere aperto. La congestione di cui tu parli è di tutti gli ambiti lavorativi. Se selezione ci deve essere, come ho già detto, deve avvenire in maniera oggettiva, tramite i cinque anni di studi universitari, o meglio ancora nelle scuole superiori, e non tramite dei quizzettini. Peggio ancora se la selezione viene fatta in base ai voti riportati negli ultimi anni di scuola superiore o negli esami di maturità, perchè se così fosse tutti si iscriverebbero negli istituti dove si studia meno, dove sono più larghi di voti, ovviamente gli istitutii paritari e i cosiddetti “diplomifici” sarebbero presi d’assalto, sempre da chi può permetterselo…
Tu hai frequentato una pessima facoltà, pensa se, invece, non ti si dava proprio la possibilità di frequentarla perchè prima di te in graduatoria venivano decine di ragazzi che avevano riportato punteggi altissimi nel corso degli anni superiori, per poi andare a scoprire che si erano diplomati in pessime scuola private?
Mi chiedo sempre, visto che all’epoca della Riforma universitaria ero al primo anno di Dottorato – e mi sono dovuto impegnare a ricalcolare gli esami sostenuti dagli studenti in crediti – come mai all’epoca nessuno si contrappose con fermezza alla riforma Berlunguer-Zecchino che è stata la vera rovina dell’Università poiché ha aumentato a dismisura il numero degli atenei e delle facoltà senza senso; ha introdotto la politica dle credito a scapito della preparazione quantitativa e qualitativa.
Tuttavia, per tornare al tema meritocrazia, pare che in Italia non avrà mai fortuna…
Difficile trovare una soluzione univoca. Il problema della difformità tra domanda e offerta di lavoro dei laureati è innegabile. E la congestione di tante facoltà, lo ripeto, finisce per favorire le facoltà private.
Sono d’accordo con Osservazione he c’è però il problema della corretta e non iniqua selezione all’ingresso. Per evitare i ridicoli quizzettini, si potrebbe pensare ad un bimestre di prova a seguito del quale fare un esame selettivo.
Capisco che i voti delle superiori possono non essere un indicatore univoco, però ritengo che aggiungerlo all’aleatorietà dei quiz sia una buona idea. Che l’attuale Governo si è sbrigato a sospendere…
La prima volta che ho incontrato la “meritrocazia” è stato qualche anno fa, a Bucarest, presso l’Università di architettura.
E’ stato un incontro fugace e inaspettato, che mi ha lasciato addosso la sensazione che qui da noi non ce la faremo mai…
Un sistema semplice quanto efficace che parte dalle scuole superiori ed approda ad esami, prove scritte e test d’ingresso davvero tosti (e difficilmente pilotabili).
Il premio era un corso di studi selettivo ed a numero chiuso, suddiviso in semestri e con un piano di studi moderno ed europeo.
Ricordo di aver pensato: “se questi entrano in Europa, ci fanno un culo così”…
Beninteso, la Romania della seconda metà degli anni novanta era una Repubblica fragile, che muoveva i primi passi verso il capitalismo-di-fatto e perciò un Paese sensibile ai soldi e permeabile alla corruzione.
Ho conosciuto studenti greci che si andavano a prendere la laurea a Bucarest a forza di frigoriferi e televisori gentilmente omaggiati ai professori…
“Questi se ne vanno a fare i danni a casa loro, e ci lasciano le dracme…” mi dicevano i ragazzi rumeni quando li guardavo incredulo.
Ma il sistema era in equilibrio e sfornava centinaia di ottimi professionisti multilingue, pronti a farsi le ossa in una delle 200.000 società straniere presenti in Romania.
P.S. i ragazzi che ho conosciuto vivono e lavorano in ogni angolo d’Europa e, dovunque siano, hanno dovuto parificare la laurea…(in Italia, per esempio, ci sono prove scritte ed esami orali da sostenere)
Con una quindicina di loro sono ancora in contatto, immaginate quale voto hanno conseguito nella parifica della laurea, nei rispettivi Paesi in cui hanno sostenuto gli esami ?
N.B. PER GREGORIO…
Proprio quando non c’è selezione si creano le più grandi disparità…
L’accesso generalizzato contribuisce a creare il “parcheggio-degli-studenti” ed in generale l’ingovernabilità del sistema univesitario (hai mai provato a seguire una lezione di diritto privato con altri 700 studenti, in un’aula che ne contiene poco più della metà?)
Per carità, il militare non è più obbligatorio, i ragazzi si divertono, le città ci guadagnano, i professionisti hanno tanta “carne da macello” da sfruttare e gli amministratori si ritrovano i cassetti pieni di curriculum di laureati da indirizzare all’Ast…ma il merito è un’altra cosa.
Se non selezioniamo (o affidiamo solo al percorso formativo l’onere i farlo) nella società saranno le opportunità dei singoli a prevalere (ovvero i soldi di papà).
Altro che aristocrazia…
* oltre alle primarie, potremmo proporre prove d’ingresso per i nostri amministratori e dirigenti del PD.
Ma il merito, in politica, è magari necesario, ma certo non sufficiente…
hai incontrato la meritocrazia una volta sola..e fuori casa.. è vero. E’ triste ma è vero..
E comunque torno a ribadire che l’accesso deve essere libero e il percorso più accidentato possibile. Non voglio avere ragione, ma immaginate un’università in cui tutti possono entrare ma solo chi prende 30 va avanti. Quanti potenziali agricoltori onorerebbero la vocazione? E quanti potenziali intellettuali farebbero altrettanto? Forse le cose tornerebbero al loro posto. Banale esemplificazione dell’adagio latino “C’è chi è nato per zappare e chi è nato per studiare”. La terra tornerebbe arata e meno arida di quello che è diventata.
Pienamente d’accordo con Gregorio. Non è assolutamente vero che numero chiuso = meritocrazia ed ho cercato di dimostrarlo. Favorisce solo chi ha i soldi per andare ai diplomifici più costosi e più larghi di voti. La selezione non può assolutamente prevedere un punteggio in base al curriculum scolastico e all’esame di maturità, altrimenti ci troveremmo totalmente all’opposto di una situazione meritocratica. Tutti devono avere le stesse possibilità, per poi dover dimostrare se hanno le qualità o meno per andare avanti. Questa per me è meritocrazia.
Corrado ha citato Berlinguer, vorrei ricordarvi che è a causa sua se le scuole private hanno avuto la possibilità di essere parificate alle pubbliche. E addirittura a causa del ministro Berlinguer per diversi anni in queste scuole la commissione per l’esame di maturità era composta totalmente da membri interni, presidente a parte, che aveva l’obbligo di promuovere tutti, sotto il ricatto del proprietario della scuola, altrimenti l’anno dopo tanti alunni non si sarebbero iscritti, e gli insegnanti non sarebbero stati richiamati, così è successo che si sono diplomati semi-analfabeti, e di conseguenza quelli che erano sufficienti spesso raggiungevano il 100.
Il Ministro Fioroni ha ripristinato la commissione mista, non credo che la situazione sia eccessivamente migliorata, certo è un primo passo, ma adesso?
Carissimi,
esistono test a livello internazionale che nelle migliori università del mondo selezionano i migliori studenti per le università di eccellenza (MIT, Harvard, Normale di Pisa…..) basandosi su rigorosissimi criteri meritocratici, dove i professori non mettono il becco ( e dunque è impossibile comprare l’esame) e grazie ai quali gli studenti che non possono pagarsi le costose rate delle suddette università vengono sostenuti da borse di studio (private o statali) che facilitano quindi la mobilità sociale ( che udite udite, nell’ingustissima America è molto più elevata che da noi della vecchia e “sensibile” Europa).
Aggiungo che una università di eccellenza necessita, naturalmente, di una selezione rigorosa anche degli insegnanti (altro che concorsi pubblici, bisogna chiamare e cercare di trattenere i migliori e cacciare gli incapaci, altro che tempo indeterminato…) e che non esiste eccellenza in una facoltà di 10, 20 o 30 mila iscritti (il MIT,, la più grande “fabbrica” di premi nobel del mondo ne ha soltanto 2000).
Ricordatevi che “uguaglianza” da queste parti spesso fa ria con mediocrità, ed è proprio questa mediocrità diffusa (che si riflette nei test Pisa dei nostri studenti delle superiori) che fa il gioco di una classe dirigente avvizita e nepotista che non schioda dalle poltrone e che fa andare avanti solo i propri (spesso totalmente incapaci) protetti.
Non abbiate paura delle sfide. Naturalmente si tratta di controllare selezioni e test di ingresso in maniera rigrosa, oserei dire scientifica, ma questo, nell’era dell’informatica, è assolutamente possibile.
Per andare avanti serve una classe dirigente capace, per avere una classe dirigente capace occorre selezionarla con severità e serietà, per il bene di tutti.
Viva l’uguaglianza. Delle opportunità
A proposito di questo argomento, un consiglio: leggetevi “meritocrazia” di Roger Abravanel.
Credetemi, è un libro interessantissimo e merita, appunto, di essere letto.
Un’ultima “osservazione”: i test Sat americani (ma esiste la versione danese, svedese, inglese, ecc ecc) scremano alla base gli studenti ammessi all’università, basandosi, più che sulla mera erudizione (quella che noi chiamiamo impropriamente cultura), sulle capacità logiche, ragionative e di problem solving degli studenti.
Molte università di eccellenza non ammettono neanche ai loro test di ingresso i ragazzi con un Sat scarso ( di solito quelle eccellenti) senza prendere neanche in considerazione il voto dell’esame di maturità. I figli di papà che frequentano i diplomifici privati (che andrebbero rasi al suolo perché sono una delle cause principali della rovina del nostro Paese) non passerebbero nemmeno questa prima scrematura, di conseguenza non avrebbero neanche la possibilità di presentarsi ai test per entrare all’università….
Ripeto: classe dirigente=eccellenza. Eccellenza=selezione (seria e rigorosa, affidata a criteri scientifici e non “professorali”) a tutti i livelli e a tutte le età (il merito non si esaurisce a scuola, deve penetrare anche nel mondo del lavoro…)
Infatti, Isabella, ricordo di aver fatto, anni addietro, una bella cazzata: dopo aver passato il test rifiutai di andare ad insegnare come associato all’Università di Toronto… Avrei fatto meglio ad andare…
Il rimpianto….
Per lo meno mi pare che su una cosa siamo tutti d’accordo: nell’università occorre maggiore selezione.
Certo, poi è difficile capire “come” effettuarla. Mi piace lo spunto proposto da Riccardo e da Isabella, anche per una questione di metodo. Non vogliopassare per esterofilo, però si potrebbe buttare un’occhiata al di là delle nostre frontiere e provare a copiare i modelli migliori.
La selezione si può fare all’ingresso (e sono convinto che dei metodi efficaci ed equi ci siano), tramite un bimestre propedeutico, durante il primo anno o durante tutta la carriera universitaria. Però va fatta e serve come il pane se vogliamo raggiungere nei fatti (e non solo a parole) l’uguaglianza delle opportunità, che deve essere il nostro principale obiettivo.
Continuo a pensare che uno o più test iniziali, gestiti a livello informatico e preparati seriamente siano migliori di qualsiasi valutazione personale fatta da professori che in Italia, come tutti sanno, sono umani e dunque corruttibili. O quanto meno sarebbe necessario valutare tutte le fonti (test iniziale, curriculum precedente e performances in corso) per rendere il processo di selezione il più trasparente e serio possibile, magari premiando tutti i più meritevoli con borse di studio che li rendano indipendenti dalle famiglie di provenienza (altro cancro del nostro Paese dall’apparenza inestirpabile) e facendo in modo che siano loro stessi, di conseguenza, a finanziare le università migliori, senza distribuire elemosine a pioggia, offensive per fabbriche di eccellenza come la Normale di Pisa e ghiotte per strani, indefinibili luoghi come l’università di Camerino.
e se volessimo parlare del finanziamento alle università…..
Un pao di link dal sito di Report su Scuola e Università:
http://www.report.rai.it/RE_elenco/0,11515,2006-categoria-362,00.html
http://www.report.rai.it/R2_popup_articolofoglia/0,7246,243%255E90101,00.html
non riesco a ritrovare la trasmissione in cui si parlava del sistema di valutazione delle scuole inglesi, attraverso il quale una percentuale (minima chiaramente) addirittura viene chiusa se non raggiunge determinati standard relativi alla didattica ed alle strutture.
Il tutto attraverso un sistema trasparente (on line) di “customet satisfaction” e di annessi service level agreement.
L’ammissione alle Università straniere, con i test MIT di cui ha parlato Isabella, non considerano il punteggio acquisito precedentemente, dai curriculum al voto di maturità. Questo è un bene, ed è il motivo per cui ho gioito della cancellazione della norma Mussi – Fioroni.
Pienamente in accordo con Isabella sul fatto che i diplomifici andrebbero rasi al suolo..
Ma continuo a pensare che i test di accesso, per quanto scientifici e rigorosi, sono pur sempre limitati e limitanti. A risposta multipla? Favoriscono il mero nozionismo, a discapito delle capacità logico – critiche ed espressive, l’originalità e la fantasia del candidato, per non parlare dell’impossibilità di valutare le proprietà grammaticali e lessicali. A risposta aperta? Verranno sempre giudicate da una commissione, con il solito problema dell’oggettività, per non parlare del fatto che a quel punto l’elemento fondamentale sarà la fortuna. Misti? Com’è possibile con poche domande valutare conoscenze, capacità, abilità, uso della lingua, proprietà lessicali, conoscenza dei contesti di riferimento, capacità di giudizi personali, capacità logiche, ragionative, problem solving ecc… ecc… ecc…?
Continuo a pensare, quindi, che l’unico metodo rigoroso per riconoscere gli studenti più meritevoli è attraverso l’intero ciclo universitario, anche nel confronto tra migliaia di immatricolati. Ovviamente questo può accadere esclusivamente in una scuola dell’obbligo e in un ciclo universitario più serio e rigoroso. Non dobbiamo dimenticare che non è normale se si laureano tutti coloro che si iscrivono all’Università (lavoratori esclusi) e, soprattutto, non è normale che ci siano studenti che si laureano dopo 15 anni universitari (sempre lavoratori esclusi)… Ma questo non dipende dal fatto che gli viene data una possibilità di ingresso, ma dal fatto che, in un modo o nell’altro, riescono a passare gli esami anche sprovvisti delle competenze e conoscenze basilari.
Mi piacerebbe riportare il tema della meritocrazia anche al di fuorid ella preparazione accademica, poiché merito è anche quello di colui che, senza alcun studio universitario, ha acquisito competenze specifiche in un settore particolare (il caso, ad esempio, di un semplice operaio diplomato – come ce ne sono tantissimi – che è riuscito ad approfondire questioni inerenti il suo lavoro, soluzioni per la sicurezza, soluzioni per la cantieristica, ecc…ecc…). In questo caso come valutare il suo merito?
Insomma, il problema del merito va al di là del mero test di accesso alle università, per quanto importante possa essere la preparazione universitaria. E tuttavia, se anche si volesse approfondire il tema delle varie possibilità di numero chiuso, credo che, prima, sarebbe stato necessario impedire la nascita di università affatto qualificanti e soprattutto si sarebbe dovuta rispettare la vocazione tutta italiana ai corsi annuali – piuttosto che semestrali o trimestrali – dove se non solo la qualità almeno la quantità del materiale di studio ha preparato ottimi ricercatori ed ottimi professionisti.
A proposito del tema sollevato da Corrado, è necessario precisare che la discussione sull’università e sull’eccellenza naturalmente riguarda la formazione di una piccola parte della società, cioè di quella che dovrebbe essere la classe dirigente, tema che in Italia è notoriamente scottante proprio perché quella al potere è una generazione sclerotizzata sulle proprie posizioni, chiusa e stantia come può esserlo solo un’oligarchia gerontocratica.
Per rompere il circolo vizioso che si è creato nel nostro Paese non credo che esistano ricette “di mezzo” che rischiano di essere solo palliativi, bisogna togliere ai professori il potere “di vita e di morte” che hanno su studenti e ricercatori attraverso sistemi di valutazione certi e “scientifici”che, magari, sconfessino le loro “preferenze”. (basti pensare ai test “Pisa” che hanno dimostrato come le conoscenze degli studenti italiani, specie quelli del sud, siano di gran lunga inferiori alle valutazioni dei professori, che spesso però sono costretti a gonfiare i voti per promuovere in massa gli studenti dato che i finanziamenti vengono suddivisi in base all’idiotissimo criterio del numero dei promossi…..)
Per quanto riguarda più in generale il mondo del lavoro, l’unica osservazione che mi sento di fare è che per far emergere i migliori in ogni campo bisogna adottare il criterio della trasparenza.
Promozioni e avanzamenti di carriera non devono avvenire per mera anzianità e il merito di ognuno non deve essere valutato da un singolo o da pochi diretti superiori, magari chiusi nelle proprie stanze e con criteri nebulosi che spesso si riducono alla mera simpatia personale (che fa avanzare solo gli yes men).
Dovrebbero esistere in ogni azienda e in ogni ente organi collegiali che valutino, ad esempio, le singole candidature per una promozione attraverso colloqui (pubblici) con i candidati, esame di curricula e di idee e progetti del candidato, magari anche di lettere di presentazione con le quali però, il firmatario si impegna in prima persona (quanto meno mettendoci la faccia e la firma pubblicamente) a garantire per la persona che raccomanda. Il tutto, ripeto, nella più totale trasparenza e pubblicità.
Aggiungerei che i diretti superiori delle persone interessate non dovrebbero neanche far parte dell’organo collegiale che si occuperà della selezione e che tale organo dovrebbe comprendere anche persone esperte nel settore non facenti parte dell’azienda e chiamate apposta per l’occasione come consulenti….
Naturalmente non esistono ricette standard applicabili in generale, come si potrebbero invece creare per il sistema dell’educazione, ma laddove non esistano criteri precisamente misurabili, il merito di un lavoratore deve essere valutato da persone competenti nella più totale trasparenza e pubblicità.
Qualcuno dice che ci sarebbe una riforma radicale, anche tecnicamente “semplice”, in grado di risolvere molti problemi del settore “formazione”, indirizzando il sistema verso la meritocrazia: togliere valore legale ai titoli di studio. Forse un po’ troppo radicale e comunque, una riforma impossibile nel Paese delle lobbies, senza coraggio e senza molta voglia di cambiare…
Ho trovato dati interessanti e poco noti su scuola, università e ricerca in Lobby d’Italia, di Francesco Giavazzi, BUR, 2005: lo segnalo per chi avesse voglia di approfondire il tema.
Angela, conosci il libro “Meritocrazia” di Roger Abravanel?
Ti dovrebbe sicuramente interessare, se non altro perché è il libro cult di Isabella.
Se l’accreditamento è di Isabella, il volume sarà senz’altro tra le mie prossime letture!
Aggiungerei che l’accreditamento viene da Francesco Giavazzi…
Ho trovato di estremo interesse le considerazioni di Pier Luigi Celli sul tema della meritocrazia e anche la pacata controrelazione che fa dell’approccio Abravaneliano.
“Sì al merito ma senza retorica”
Pur comprendendo le ragioni di Celli, purtroppo, non credo più che la questione si possa risolvere partendo dall’”alto”, o meglio partendo dalla politica. Era proprio questa la grande sfida del partito democratico e non mi sembra, almeni sino ad ora, che abbia saputo raccoglierla.
Resto convinta che un intervento sulla scuola e sull’università (“drastico fino in fondo”, appunto) possa quanto meno gettare le basi per un futuro a lungo termine più meritocratico, fermo restando che non credo affatto si possa fare davvero qualcosa per il presente o per l’immediato futuro.
In più, Isa, sarebbe il caso di poter valutare la professionalità dei politici – e dunque della politica – in base a quanto realizzano nel corso dei mandati. La novità drastica – su cui concordo – sarebbe senza dubbio quella di eliminare in partenza i voti di scambio, i voti certi, le lobbies del voto…. Questo per quel che riguarda la politca: e il PD che dice in merito? Ricandidiamo i soliti politici per riportarli al pensionamento come si è fatto sino ad ora?