la cronaca dell’Assemblea Nazionale Costituente vista da Filippo Ceccarelli de La Repubblica
ovvero
“lu cero se conzuma ma lu morto non cammina” (antico detto della Valnerina, macabro ma eloquente)
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SEMBRA che un paio di registi, Ettore Scola e Paolo Virzì, avessero in animo di girare un film sul “pazzesco tour” – così si legge su un trafiletto – del pullman elettorale veltroniano. Ore e ore di girato già le possiede l’emittente Nessuno tv. Bene. Per la storia politica del Pd si potrebbe integrare il progetto con le immagini di ieri. Per il luogo innanzitutto, la Nuova Fiera di Roma, questo sì veramente pazzesco. Enorme e praticamente irraggiungibile: gioiellone urbanistico pianificato e realizzato nell’era delle amministrazioni di centrosinistra. Un bianco, labirintico blocco di tubi, vetro e cemento sorto nel bel mezzo del nulla.
Incongrui ascensori, interminabili scalinate, lentissimi sferraglianti tapis-roulant, infiniti camminamenti da percorrere sotto lo schioppo del sole. Venti minuti almeno per arrivare all’assemblea – eppure ci sono anche persone anziane, donne con i tacchi, qualche disabile. Ogni tanto un cartello surreale: “Area smoking & relax”.
Perfetta location per un partito che dopo aver perso voti e frequentatori, sembra essersi perso esso stesso nel verde stento di questa infuocata periferia tecnologica e penitenziale. I massimi dirigenti arrivano invece a destinazione in automobile, belli freschi – per quanto la macchina di Veltroni, che di lì a poco citerà “i dannati della terra”, gira e gira e gira attorno al mostro, lato est, lato nord, lato boh, senza trovare il pertugio giusto. I dannati della Nuova Fiera, d’altra parte, vengono accolti da un essenziale fast-food che si chiama “Very italiano” e offre “mezze maniche alla puttanesca”. Ancorché vagamente ingiuriosa, la circostanza non contribuisce né alla potenza drammatica né alla desolante solennità dell’occasione.
Nella sala semideserta un’allegra marcetta rock fa cadere le braccia. Alle 10 e 20 ci sono Follini, Carra, Zanone e il mitico Diego Bianchi, che gira i corrosivi video “Tolleranza Zoro”, disponibili su You-tube. Quando ancora nessuno dei big è presente Arturo Parisi pone la questione del numero dei presenti. Ha contato le sedie e si è accorto che ce ne sono meno della metà dei membri dell’assemblea (2800). Ma in quel momento sono anche vuote per la metà.
Sui maxi-schermi, dopo la batosta, le tardo-icone della fondalistica veltroniana – neonati dormienti, bimbi che giocano, graziose ragazze, simpatici vecchietti, allegre nonnine, extracomunitari in bici – hanno perduto la loro magia e adesso sembrano la pubblicità di qualche fondo-vita delle assicurazioni. Non possono che cogliere un che di svogliato nell’organizzazione, i delegati che arrivano stanchi e sfiniti con i trolley, “come pecore senza pastore”. Ma nessuno s’impietosisce per loro – né essi lo pretendono.
L’impressione è che reggano meglio dei notabili il colpo anche psicologico della sconfitta: forse perché non vivono di politica, forse perché non agognano l’occhio delle telecamere. Si salutano, si siedono, prendono appunti, sbadigliano, alcuni qui e là si addormentano. Forse qualcuno riflette su una terribile frase che in un attimo di verità Parisi pronuncia al microfono: “Un’assemblea che con difficoltà associa al nome di partito l’aggettivo democratico”…
Si avverte una separatezza anche fisica tra ottimati e popolo, una distanza moltiplicata dallo scarto fra vana liturgia e cruda realtà. Dal palco verde emergono tante testoline eccellenti, una lunga fila di faccette malinconiche e distratte. I responsabili che finora non si sono assunti la responsabilità. In mattinata sembrano anche un po’ spaventati; più tardi, evidentemente a loro agio, ricominciano a chiamarsi per nome, Walter, Dario, Piero, Enrico: un segno di reciproca e cordiale spontaneità che però a volte suona come un certificato di appartenenza all’oligarchia.
Bettini traffica con fogli, biglietti, elenchi, liste; Fioroni sta al telefonino dalle tre alle quattro ore, in posa bisbigliante, con la manina a coprire l’apparecchio; alcuni guardano nel vuoto; altri, come Bersani, hanno improvvisi scoppi di ilarità; altri ancora, specialisti di convegni e seminari “a porte chiuse” convocano i rispettivi scudieri, li spediscono dai giornalisti. Veltroni, senza cravatta, distribuisce sorrisi tirati.
La nomenklatura, in altre parole, si basta. Questo è abbastanza normale, ma dopo la sconfitta, per quanto a lungo la si sia cercata di nascondere o negare, lo è molto meno. Così, sopra il Pd, grava una coltre anche rabbiosa di non detto, una cappa di sfiducia che nessun generoso tentativo di rianimazione riesce a rompere, e nemmeno a perforare.
Mai come in questa assemblea lo sconforto, da stato dell’animo, si è convertito in evidente e conseguente categoria politica. Tiepidi applausi segnano la relazione di Veltroni, diligente, ma priva di autocritica e comunque sorvegliatissima rispetto a temi scottanti. A partire da certe candidature troppo fantasiose e per continuare con certe altre fin troppo comode e furbastre. Non una parola sulla debacle anche personale di Roma. Niente sui sondaggi balenghi, sulla sopravvalutazione di vip e testimonial, sugli sprechi economici tipo il loft, durato meno di nove mesi. Nulla sulla laicità, i vescovi, i radicali, il rapporto con Di Pietro, gli scandali delle giunte rosse.
E le feste dell’Unità? Che “si chiamino come si vuole”. E già: ma come? E la presidenza del partito dopo l’ennesimo no di Prodi? Vattelappesca, come diceva Craxi. E l’eterna storia dei patrimoni ereditati e del finanziamento? Chissà. E la sorte dei dipendenti? Non è materia da discutere assemblea.
Anche il dibattito sembrava a tratti una recita. La passerella dei pochi. La consueta retorica dell’orgoglio, dell’innovazione e dell’identità plurale. Il “rimescolo” di Bersani, l’”autocoscienza costruttiva” della Bindi, Marini che fa l’elogio del “caminetto”, richiamando anche quello di sua nonna. Partito insieme leaderistico e correntizio, ibrido non proprio felice. Nella replica il segretario ha invocato la necessità di “liberarci dal dominio dell’io”. Prima del voto la Finocchiaro s’è inerpicata in una davvero complessa disquisizione statutaria sulla maggioranza qualificata. Quelli che c’erano hanno alzato la delega. E poi anche sulla Nuova Fiera è calata la sera.

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Non so voi, ma io mi organizzo le vacanze…
TUTTIALMAREEEEEEEEEEEE !
Per essere triste, è triste davvero. Non vorrei essere impietoso, ma a tratti sembra Martinazzoli.
Per essere solitario, lo è senza dubbio alcuno. Aspetto il momento in cui anche la Madia gli volterà le spalle, girando di scatto la chioma olezzante di shampoo e balsamo.
Ma secondo te, Bebbo, Wally è anche arrivato allo stadio “final”? E, soprattutto, ciò sarebbe davvero un bene?
A sinistra abbiamo la sindrome del totem: innalziamo dei leader con entusiasmo (anche eccessivo) e poi li abbattiamo a roncolate subito dopo.
Sull’idea di partito che sta propugnando Veltroni c’è molto da ridire. Ma siamo sicuri che sia saggio abbatterlo, senza che vi sia una reale alternativa e dopo averlo invocato per anni come il nostro uomo della provvidenza?
A che stadio è arrivato Wally? Non lo so, ma di certo la gran parte dei notabili che lo avrebbero dovuto accompagnare e sostenere se ne sono rimasti beatamente seduti all’ombra.
Ciò con le conseguenze a tutti ben evidenti: con rispetto parlando per la storia e la letteratura patria, il percorso politico di Walter di questi tempi lo ha portato ad assumere il ruolo di Carlo Pisacane sul Cagliari ed i panni del Renzo Tramaglino diretto dall’avvocato Azzeccagarbugli. Con annessa carenza di rifornimenti e rumorosa compagnia dei litigiosi ed incoscienti capponi.
E questo è ancor più triste, se solo si guarda agli atteggiamenti e alle strategie (che termine altisonante…) dei due e dei quattro di briscola che a livello locale ambiscono a presidiare ed ipotecare il dibattito politico (cooosa? dooove? quaaando?) e gli equilibri di potere (ahhh…!!).
Insomma è tutto fermo, fuorché gli appetiti.
In ogni caso, io trovo molto condivisibili le riflessioni del professor Cacciari:
‘Non c’ è alternativa a Walter ma accetti la sfida del congresso’
Repubblica — 22 giugno 2008 pagina 11 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA – Non c’ era nemmeno lui, nell’ assemblea dei tanti vuoti in sala.
«Facevo il sindaco. Qualcuno fa politica, a qualcun altro tocca portare la croce», dice con un pizzico di sarcasmo Massimo Cacciari, primo cittadino di Venezia. Ma la sua assenza non significa che anche lui spara contro il segretario del Pd Walter Veltroni, ne contesta la linea, il dialogo con Berlusconi, la leadership.
«Io spero che duri a lungo, non vedo alternative. Però torni a decidere, come ha fatto in campagna elettorale. Vada a un congresso su mozioni contrapposte. A gennaio, non dopo le Europee».
Parisi sintetizza: «Dopo gli elettori, sono scappati anche i delegati». è così?
«C’ è un rischio di disaffezione e di demoralizzazione. Non tanto per il risultato elettorale che secondo me non è del tutto negativo. Ma il Pd non ha riflettuto abbastanza su questo voto».
Rottura consensuale con la sinistra, disponibilità verso il Cavaliere, governo ombra…
«Ma questo non c’ entra un bel niente. Le elezioni dimostrano che non siamo riusciti a convincere della bontà riformista del nostro progetto e non siamo riusciti a superare quello che Ilvo Diamanti chiama il muro di Arcore. La composizione sociale del nostro elettorato è drammatica. Noi perdiamo nelle nuove professioni, nei ceti produttivi, negli operai. Vinciamo un po’ qua e un po’ là, ma i settori dove siamo maggioranza sono insegnanti e professori, aristocrazia operaia, pensionati. E tanti giovani, vero. Ma il dato interessante è che questi smettono di votarci quando finiscono di studiare e cominciano a lavorare. Noi, tra chi lavora, quasi non esistiamo. Eppoi, il Nord: è una questione immensa».
Lei ha il pallino del Nord. Ma il Pd paga pegno dappertutto, basta vedere i dati della Sicilia.
«Il Nord è decisivo. Qui servono linea e struttura del partito. Abbiamo bisogno, ripeto, del Pd federale sennò non saremo mai credibili in zone dove la Lega si muove come sindacato del territorio. Al Nord non servono proconsoli del potere romano, ma dirigenti locali che non si occupino solo di organigrammi. Io qui sono avvertito come un cane sciolto e in politica da soli non si fa niente».
Ma un partito demoralizzato come reagisce alla sconfitta?
«La delusione totale è sbagliata. Semmai direi che Veltroni ha suscitato fin troppe illusioni nella campagna elettorale: era scontato che perdessimo. Il fallimento del governo Prodi si è rivelato pesantissimo e noi lo abbiamo scontato così come abbiamo scontato il rodaggio. Ma un partito che si afferma ben oltre il 30 per cento, che prende più voti della somma di Ds e Dl ottiene un risultato buono da cui partire. Il punto è che non si parte. Anche al Nord puoi vincere. Lo ha fatto Variati a Vicenza. E sa che succede nel Pd? Qualcuno gli dà del no global. A Variati, che è un democristiano doc. Ma andiamo».
Oggi il Pd è sotto il 30 per cento, come dicono i sondaggi?
«Sì, non c’ è dubbio. Guardiamo la Sicilia. Ma non solo. In Sardegna abbiamo perso clamorosamente in comuni dove si vinceva da 10 generazioni. E glielo dico adesso: lì perderemo anche le regionali del prossimo anno perché governa uno con la puzza sotto il naso che non ha capito che il traino è la piccola impresa, il capitalismo personale, non la grande industria».
Allora Veltroni dura poco.
«Io spero che duri a lungo, non vedo alternative. A me non interessa che abbia l’ appoggio dei gruppi dirigenti, ma dell’ elettorato. Deve dividere, deve decidere. Come prima del voto quando ha detto: andiamo da soli. Non vorrei rivedere il film della Bolognina: scelta coraggiosa ma gestita in modo compromissorio. Sarebbe la rovina. Perché sei andato da solo se non continui a decidere? Poi non ci si può lamentare che vengano fuori quelli dell’ Ulivo, delle vecchie alleanze… Bisogna scommettere sulle scelte e pagheranno. Veltroni organizzi un congresso con mozioni contrapposte, da fare a gennaio. Altrimenti dopo le Europee le correnti lo impallinano».
Le correnti sono il male assoluto?
«Vanno benissimo quando si misurano sulla vita reale. Se invece servono discutere del ritorno di Prodi o dell’ alleanza con Rifondazione allora fanno casino e gratificano solo gli pesudocapi. Esiste un gioco di correnti oligarchico e un altro che ha referenti sociali. Oggi nel Pd c’ è solo il primo».
- GOFFREDO DE MARCHIS
Caro Francesco, rifletti sul fatto che in un qualsiasi altro Paese un leader che perde così clamorosamente si ritira da solo, non ha bisogno di farsi abbattere….
certo, la nostra situazione non è mai “normale”, però alla prima riflessione aggiungerei il ricordo di tutti i mal di pancia sofferti di fronte alla “non opposizione” di questi ultimi mesi…
il malessere è profondo, il distacco con la base non potrebbe essere più forte.
Sono d’accordo con Bebbo, il congresso ci vuole.
magari la scelta dei partecipanti dovrebbe essere anche molto diversa rispetto all’ultima volta (ricordiamo i mal di pancia dell’epoca….), anche se temo che non ci sia modo di rompere le clientele a livello politico. La spinta dovrebbe venire da altri fronti
Cara Isabella, il mio scoramento politico lo conosci molto bene, però non sono convinto che Veltroni si sarebbe dovuto ritirare.
Siamo sinceri; la situazione elettorale era davvero molto molto complicata e non si può imputare a Veltroni tutta la responsabilità della sconfitta. Di certo ha la responsabilità di alcune scelte che si sono rivelate sbagliate e di un partito che fatica ancora a vedere la luce.
Ben venga il congresso allora, per decidere attraverso un dibattito (e non un plebiscito) la linea del partito, il suo modello organizzativo, i suoi punti di riferimento culturali, la sua idea di società e, di conseguenza, le riforme istituzionali conseguenti. Se per far emergere un dibattito vero è necessario un confronto tra candidati leader che, in maniera franca, presentano diverse opzioni programmatiche, ben venga anche questo confronto. Di certo mi piace pensare che la segreteria Veltroni possa dare, nel tempo, un contributo ulteriore (e migliore) rispetto a quello offerto in questi mesi.
Direi piuttosto che la novità del programma PD delle scorse elezioni stava tutta nel primo punto che coniugava necessità di nuove infrastrutture a quelle della sostenibilità: se i Comuni, le Provincie e le Regioni del PD cominciassero ad insistere su quel punto e a palesarlo ai cittadini, credo sia già un buon esempio di novità.
…anche perchè un paese che non sa progettare (e realizzare in tempi brevi!) infrastrutture e sostenibilità è un paese in cui non si scrive presente e futuro. Anche in relazione allo stra-abusata comparazione Italia-Spagna…alla questione del “sorpasso” (non solo calcistico) e all’uso del PIL come indicatore di sintesi il discorso delle infrastrutture rivela tutto il suo carattere SOSTANZIALE davanti a tante parole!
D’accordo con Cacciari sulla necessità del congresso a breve, anche perchè, altrimenti, continueremmo ad apparire il partito che non c’è. Ancora più d’accordo sulla necessità del partito federale. Come il sindaco di Venezia penso che non sarebbe salutare tagliare la testa a Veltroni.
Credo abbia ragione Francesco quando sostiene che le colpe della sconfitta non si possano attribuire (quantomeno per intero) a Walter. Il parallelo con gli altri leader europei che si dimettono dopo una debacle elettorale (peraltro non è sempre vero) nel caso specifico, a mio avviso, non regge. Viste le circostanze, e da come, quando e dove si è partiti, pensare che Veltroni avrebbe vinto le elezioni, più che ingenuo, sarebbe stato malizioso. Forse qualcuno ha intravisto nell’ex sindaco di Roma la carne da far macellare nell’emergenza elettorale. Per poi ripartire da zero o, peggio ancora, dal “vecchio”. Personalmente non posso essere favorevole a una visione del genere.
Detto questo, c’è sicuramente bisogno di una svolta. Allo stato attuale il Pd sta perdendo progressivamente appeal e senso. C’è necessità di definire un’identità chiara, basata su valori e su un’idea di società fortemente distintivi. Manca una vera agenda di sfide da intraprendere, che delinei il profilo innovativo e riformista che vorremmo avere.
Personalmente mi piacerebbe che Veltroni torni ad essere il Wally che conoscevamo, che segua il suo istinto e se ne infischi dei sondaggi di opinione …
Un esempio: oggi Repubblica pubblica un articolo sulla schedatura dattiloscopica dei Rom (bambini compresi). L’articolo si conclude con una citazione di Veltroni che critica la politica del Governo sull’immigrazione perché creerà problemi alle famiglie in cui lavorano le badanti.
Dunque il governo presenta provvedimenti che al povero Luzzatto fanno tornare in mente la sua infanzia di ebreo ai tempi del fascismo e Veltroni schiva l’argomento, non fa una parola sul rispetto dei diritti civili di rom, clandestini ed immigrati e si preoccupa soltanto delle italianissime vecchine, che senza badanti non possono tirare avanti! Invece di criticare il fondo culturale aberrante delle proposte dell’Esecutivo stiamo lì ad occuparci dei particolari.
Analogamente, di fronte alla proposta completamente dissennata di utilizzare i militari per garantire la sicureza nelle strade, non si critica il folle messaggio simbolico che si crea militarizzando le città ed inventando un’emergenza che non esiste, ma si dice soltanto che 3000 militari (per lo più carabinieri) costituiscono solo una mossa ad effetto senza valore alcuno (il che sarà pure vero, ma non colgie il valore simbolico dell’operazione).
Insomma, dobbiamo trovare la forza e il coraggio intellettuale di contestare radicalmente il retroterra culturale delle proposte del governo (che è terribilmente pericoloso, populista e di destra) e proporsi un’alternativa concreta, attuabile, ma completamente diversa. Pensavo che Veltroni (il Veltroni capace di far viaggiare la politica su un binario nobile, capace di emozionare e di arrivare a sfidare anche la retorica dei buoni sentimenti) sarebbe stato in grado di fare ciò meglio di chiunque altro. E sono ancora convinto che potrebbe essere davvero il nostro Obama. Però deve smettere di fare il Martinazzoli.
A proposito delle nuove leggi sull’immigrazione clandestina, segnalerei l’allarme sollevato dai pediatri italiani (ieri su Repubblica) per il fatto che i bambini, figli di clandestini timorosi di essere arrestati, non vengano più portati dai medici o al pronto soccorso e non vengano più vaccinati ne seguiti nei casi necessari con la conseguente diffusione di malattie che si pensavano debellate, come la TBC.
Oltre alla clamorosa e terribile violazione dei diritti umani e dell’infanzia, questo significherà maggiore pericolo anche per i figli degli italiani e dei “regolari”.
Mi sarebbe piaciuto molto sentire qualche voce levarsi dall’opposizione per far notare una simile mostruosità (tipo quella di un Obama..)
Come diceva saggiamente mio nonno: “chi sputa per aria, in faccia gli ricade”. Peccato che, nella fattispecie, la faccia saremmo noi!
C’è assolutamente bisogno di un congresso per rilanciare la linea politica del PD!
Già, sono d’accordo con Alessandro, ci vuole un congresso. Il problema è che non si tratta di rilanciare ma darci un linea politica, tornare a discutere nelle sedi opportune. Non è sufficiente che autorevoli dirigenti nazionali critichino semplicemente il fiorire di associazioni e fondazioni appellandosi al senso di responsabilità e chiedendo unità, perchè, se si decide di aggregarsi in queste forme è perchè manca un partito con le proprie sedi di discussione e con un’agenda politica credibile e valori di riferimento condivisi.
Che si faccia però con chiarezza. Candidati veri e mozioni alternative. Niente congressi con unità di facciata e lunghi coltelli sotto il tavolo. Ognuno con una mozione chiara e concreta. Come sarà l’organizzazione del partito. Quale sarà la sua cultura di riferimento e la sua collocazione internazionale. Come dovrà essere il suo atteggiamento all’opposizion2 e quali saranno le sue future alleanza. E, soprattutto, che tipo di Paese e che tipo di Europa intende costruire il Pd nei prossimi 10 anni.
Insomma, niente infingimenti, niente prestanomi e, soprattutto, niente lunghi e tormentati logoramenti. Una volta per tutte, finalmente, D’Alema contro Veltroni. E chi vince governa il partito fino alle prossime elezioni.
Che si faccia però con chiarezza?!!? certo! perchè fino ad ora nulla mi è chiaro riguardo al PD
e nulla di chiaro si scorge all’orizzonte.
La speranza del congresso è proprio quella che si ripristini una costruttiva vita di partito. Se dovesse fallire anche il congresso…? beh, allora, che dire…
Terribile la denuncia di Isabella… Con il reato di clandestinità si finisce solo per mettere la polvere sotto il tappeto. O, come si diceva con molta saggezza, per sputare in aria.
Anche di queste cose (e non solo di fondazioni e correnti) si dovrebbe parlare al congresso.
A proposito: mi è stato riferito che nella riunione di un circolo alcuni eletti al coordinamento hanno espresso sincero stupore nell’apprendere, per la prima volta evidentemente, che le badanti ucraine di Terni si riuniscono settimanalmente per tagliarsi vicendevolmente i capelli in uno spazio all’aperto della città. “Ma come, non vanno dal parrucchiere?” è stata la sconcertata riflessione. Ecco, gente dotata di tale consapevolezza della realtà si candida a governare la città (e magari si considera pure di sinistra…). Stiamo freschi…
Purtroppo caro Alessandro, grande chiarezza non c’era neanche nei vecchi congressi di partito. Accordo di facciata e guerriglia sotto banco.
Non penso al congresso come alla panacea di tutti i mali… ma rimane pur sempre lo strumento più efficace per capire che partito siamo e cosa vogliamo.
Poi, se questo partito non sarà neanche in grado di fare un congresso da cui scaturisca una linea politica stabile ed efficace, beh… allora… che dire…
“Addio!” può essere un’opzione.
Piuttosto che un Congresso in cui hanno diritto di parola e vera partecipazioni tutti quelli della catastrofica vecchia guardia, credo semmai sia più necessario accollarci – da giovani (non più tanto) – il compito di cominciare a promuoverCI tutti in ambito territoriale: alla fine dei conti dobbiamo essere NOI a riavvicinarci alla gente. Un esempio che propongo, sebbene possa sembrare una goccia nel mare – sarebbe quello di ricoinvolgere le persone della nostra città attraverso serate a tema in cui far scrivere ciò che piace e ciò che non piace alla gente del quartiere in cui abita, della città, del traffico, delle strade (manutenzione), dei centri di aggregamento (quando ci sono), della vita culturale, ecc…ecc… Se le persone ricominciano a sentirsi considerate forse è già un vero primo passo al rinnovamento.
L’intezione è lodevole e concettualmente corretta…ma bisogna fare i conti con la realpolitik.
Ai fini di un lavoro dall’interno del partito la autopromozione senza diritto di “vera partecipazione” al pari della vecchia guardia non porta a molto. Proporsi senza poi potersi candidare a qualcosa un po’ di smarrimento lo creerebe…
E’ il circolo territoriale di riferimento inoltre a fare “animazione territoriale” zonizzata.
Nulla ci vieta però di inventarci qualcosa..
per fare un congresso ci vuole un partito.
O Daniele,
ti ho spedita una mail ma non mi rispondi mai….com’è?
Non mi è arrivato nulla. Ma ho avuto problemi con il server dell’ufficio. Riprova: d.lombardini@sir.umbria.it oppure d.lombardini@tiscali.it
La Svizzera vi attende a braccia aperte cari Francesco e Alessandro!
No, a parte tutto, che depressione. Hai ragione Francesco a dire che le proteste dell’opposizione sono completamente fuori obiettivo. Abbiamo un governo che si sta fabbricando uno stato delle banane su misura (e il cui leader è verosimilmente nella posizione di diventare presidente della Repubblica, garante della costituzione e capo dell’esercito) e stiamo lì a guardare e a dire “ohibò, ma con che coraggio, ohibò, che scandalo! Noi dell’opposizione non ci parliamo più col governo, faremo opposizione dura. Ma dopo l’estate, badabèn”.
A me, in facoltà, mi pigliano in giro. Pure un iraniano, l’altro giorno mi fa “ma a voi va bene farvi governare da uno come Berlusconi?”. Iraniano, eh.
te lo meriti alberto sordi. te lo meriti
Ciao Timbro!
Ah, benedetta “concretezza italica”!!! Non pensi che sarà più facile fare opposizione dopo l’estate, quando saranno approvati “blocca processi” e “lodo schifani la vendetta”?
Siamo un piccolo paese fatto di gente sempre più piccola!
P.S.
e lasciamo perdere tutti i tatticismi politici che possono esserci dietro…
I tatticismi purtroppo sono presenti eccome e capisco che la proposta di Di Pietro di scendere in piazza subito rappresenti una trappola per il Pd. Però non possiamo pensare solo al posizionamento del partito (i tatticismi, appunto), ma dobbiamo riflettere su una situazione di vera emergenza per il Paese, che va contrastata in maniera forte, anche scendendo in piazza.
Se poi c’è il timore che a luglio la gente non partecipi alla manifestazione perché troppo caldo (a questo ci siamo ridotti…), ho una proposta. Grande manifestazione di spiaggia: tutti sul Lungomare di Ostia per difendere la democrazia. E al posto dei panini con la porchetta offriamo una frittura democratica.
Tanto, peggio di così…
Ciao Timbro, bentrovato!!! Detta da te la frase “La Svizzera vi aspetta a braccia aperte” risulta un caloroso e gradito invito. Di questi tempi però, puotrebbe apparire persino sinistra.
“Addio Lugano bellaaaa…O dolce terra pia…Scacciati senza colpa… Gli anarchici van via…”
Poco trambusto sul lungomare di Ostia, che probabilmente saranno gli unici fine settimana di vacanza per me…a casa dei suoceri!!! La Svizzera mi rimanda troppo al film in cui Manfredi faceva l’emigrante. Io mi sto organizzando per Stoccolma. Periferia s’intende.
La mattina ho smesso di ascoltare la radio. Anche se guido ho la nausea pensando alla situazione italiana!