“Io contavo i denti ai francobolli/ dicevo grazie a dio buon natale/ mi sentivo normale…”
F. De Andrè
Ticchettio di tastiera in sottofondo costante. Occhi fissi sul monitor. Fa caldo, troppo caldo per una giornata di fine ottobre. Apro la finestra dell’ufficio gialleggiante nel neon e ritorno a ballare il tip-tap sulla tastiera. Da fuori – esiste un fuori anche nelle giornate di ufficio! – un ritmo cadenzato, un coro da stadio, un’onda gracchiante di megafoni. Allento la cravatta e scruto meditabondo, da una finestra del Palazzo, la cinta d’assedio dei manifestanti. La solita stanca riedizione della protesta, mi trovo a pensare. Appuntamento autunnale più puntuale della caduta delle foglie. Eppure…
Spengo il computer, aggiusto la cravatta, timbro il cartellino, esco all’aperto. Li trovo ancora lì, sudati, sgolati, spompati, a innalzare il santino della “Beata ignoranza” per difendere, a detta loro, la scuola pubblica. Scansafatiche, si potrebbe pensare. Manifestanti oggi e fannulloni domani, sento commentare. Ma cosa sanno loro della riforma? Hanno letto tutti gli articoli, tutti i commi e tutti i sottocommi? Che idee hanno, cosa pensano, cosa vogliono davvero, oltre che trovare una scusa per non andare a scuola, per rimorchiare le ragazze, per stare insieme, lì, tutti insieme a protestare? Brusio di fondo di passantame scettico. Già: “insieme”, una parola che non pensavo da un po’, a pensarci bene. Ma sì, sarà la solita bolla di sapone, un nuovo ’68 montato dalla stampa, che si asciuga via nel corso di poche settimane. Eppure…
Eppure sarebbe bello pensare che possa davvero accadere qualcosa di nuovo, che una generazione che tutti davamo per dispersa, rabbiosa ma silente, rassegnata a portare sulle proprie spalle precarie il peso del declino, possa alzare finalmente la voce. Possa dimostrare di non avere paura di nulla, perché tutto quello che è stato loro promesso si sta già sgretolando. Possa aver capito che, quando non ci sono più vie di fuga individuali, quando il futuro è torvo, quando tutti di dicono “rasségnati” e “sopravvivi”, forse l’unica salvezza è stare insieme. Urlando alla facciata di un Palazzo che tanto lo sai che non ti ascolterà, ma con l’arrogante pretesa di essere protagonisti almeno di un brandello di presente.
Siate arroganti, sibilo tra me e me. Siate sfrontati, mi trovo a dire a mezza bocca. E cercate di non assomigliarci, quasi urlo all’indirizzo di un alieno con un lungo trecciolone rasta che mi scruta con l’occhio stolido di un cormorano. Poi si incammina con una birra in mano ed in fondo non lo sa nemmeno lui se sta replicando il passato o costruendo il futuro.
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Dopo l’adunata oceanicha di sabato 25, lo ammetto, persinoa me è tornata un pò di voglia di sperare.
Sarà per quella sensazione di forza che da il gruppo, o sarà il pensiero consolante che non siamo soli.
Ho l’impressione che il soldato Wally sia salvo, almeno per un pò!