Che significa “laicista”?
Scritto da Fulvio in Discussioni, Io ci punto e tu?, tags: congresso, Fassino, Ignazio Marino, laicità, Marino, PD, segretario, segreteria PD, testamento biologico
Fassino critica sul Riformista il candidato alla segreteria del PD Ignazio Marino definendo la sua impostazione “laicista” e parlando poco dopo di «forme di integralismo laicista». Ma che significa “laicista”? Secondo lo Zingarelli 2006 il “laicismo” è la «tendenza ideologica che sostiene la piena indipendenza del pensiero e dell’azione politica dei cittadini dall’autorità ecclesiastica», nonché l’«atteggiamento di chi si oppone a ingerenze della gerarchia ecclesiastica negli affari civili». Secondo il De Mauro on line è la «corrente di pensiero che rivendica l’autonomia dello stato dall’autorità ecclesiastica sul piano politico, sociale e culturale» e l’«atteggiamento di chi è laico, di chi intende essere consapevolmente indipendente da scelte aprioristiche e da dogmi religiosi, etici, ideologici, ecc». Perché allora essere laicisti, cioè sostenere la piena indipendenza dell’azione politica dei cittadini dall’autorità ecclesiastica, dovrebbe essere motivo di critica o di censura o essere individuato come un elemento di debolezza? Non dovrebbe essere la condizione normale di ogni uomo politico, addirittura una condizione necessaria, almeno finché sarà vigente il primo comma dell’articolo 7 della Costituzione («Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani»)? E cosa sarebbero poi le “forme di integralismo laicista”?
In realtà, “laicismo” e “laicista” hanno assunto negli ultimi tempi una connotazione fortemente negativa, quasi spregiativa, sono diventati, soprattutto da parte di chi difende le posizioni delle gerarchie cattoliche, una sorta di arma da scagliare contro chi la pensa diversamente, per accusarlo di assenza di valori morali, di indifferenza etica o, come dicono alcuni, di “relativismo”. Un’arma pesante ed efficace, soprattutto perché rende difficile ogni replica da parte dell’interessato, non sostanziandosi in una critica specifica su un oggetto determinato, ma limitandosi ad una generica accusa di amoralità, talvolta di anticlericalismo, comunque di sorda indifferenza o di pervicace ostilità nei confronti delle idee e dei valori dei credenti (accusa particolarmente ridicola nel caso di Marino). Spiace che a una persona intelligente come Fassino siano sfuggite quelle parole. Più in generale, però, sarebbe opportuno escludere dal dibattito politico le parole “laicismo” e “laicista” (con i loro vari scivolamenti semantici e le sfumature più o meno negative che hanno assunto). Se si vuole criticare qualcuno per le sue posizioni su temi particolarmente sensibili e controversi (fine vita, coppie di fatto, personalità giuridica dell’embrione, per citare solo alcuni esempi), lo si faccia entrando nel merito delle questioni, argomentando le proprie idee e confutando quelle altrui; in questo modo l’interessato avrà modo di replicare, di chiarire le sue posizioni e – perché no? – di avviare un dialogo e un confronto costruttivi che magari permettano di giungere ad una mediazione nobile. Mettiamo da parte l’accusa di “laicismo”, che favorisce solo la contrapposizione pregiudiziale e la demonizzazione delle idee altrui. Diamo per scontato (anche se spesso così non è) che tutti gli attori del dibattito politico riconoscano la reciproca indipendenza dello stato dall’autorità ecclesiastica e confrontiamoci, anche aspramente, sul merito dei problemi, sia all’interno del PD che nel dialogo con gli altri partiti e le altre forze sociali. Credo che Ignazio Marino ne sarebbe ben felice.
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Grazie Fulvio per aver fatto chiarezza su questo punto.
Concordo in pieno con la tua posizione. E’ ora di ridare alla parola “laicista” la sua giusta connotazione, e rivalutare il “laicismo” come principio base per una democrazia moderna.
L’effetto Marino arriva anche su puntodemocratico.it, dopo aver portato entusiasmo, ora giungono anche commenti chiari e competenti.
Ottimo.
Le parole sono importanti. E’assurdo questo utilizzo in chiave negativa di parole che hanno invece un significato nobile.
Per non parlare della differenza, incomprensibile e pretestuosa, tra “laico” e “laicista”.
Al di là della disputa terminologica, l’intervento sollecita il dibattito su un tema interessante e problematico, ovvero in che termini vogliamo intendere la laicità nel nostro ordinamento.
Sicuramente è incompatibile con la Costituzione repubblicana una forma di stato confessionale, che ammetta una qualche ingerenza dell’autorità religiosa sull’autorità civile o che privilegi alcune confessioni religiose rispetto ad altre. Di qui la legittima critica alle interferenze (talvolta di chiara evidenza) e agli impianti regolatori sbilanciati a favore della Chiesa cattolica, su cui non di rado la Corte costituzionale è intervenuta dichiarandone l’illegittimità.
Altrettanto incompatibile con la Costituzione, tuttavia, è l’indifferenza dello Stato verso il fenomeno religioso collettivo ed individuale, posto che la libertà di culto è un diritto fondamentale tutelato dall’art. 19 (oltrechè da varie Carte internazionali dei diritti fondamentali). Di qui l’impegno dell’autorità pubblica a garantire il rispetto del sentimento religioso e a promuovere il pluralismo nei culti (anche mediante azioni positive), sempre nel solco ineludibile dell’uguaglianza delle confessioni. Ad esempio non sarebbe possibile, a mio avviso, legittimare l’offesa delle religioni o del sentimento religioso (attualmente sanzionata in via amministrativa) oppure impedire l’uso di simboli religiosi sul proprio corpo. Questi estremi potrebbero essere qualificabili come “laicismo integralista”.
La Corte costituzionale, nell’interpretare l’articolo 8 (tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge), ha sempre sottolineato questo aspetto: laicità non significa indifferenza, ma pluralismo.
All’interno di questi limiti dati, possiamo muoverci e proporre soluzioni sui casi concreti, come giustamente sostiene Fulvio. I problemi sono aperti, non c’è dubbio, e a mio avviso sarebbe necessario affrontare la discussione nel pd in modo propositivo, abbandonando ogni forma di integralismo (sia esso laico o religioso) e abbandonando l’inutile prospettiva dei “valori non negoziabili”: la discussione deve senz’altro approdare alla sintesi, assumendo come comune la posizione maggioritaria (questo davvero mi pare l’unico punto non negoziabile).
La discussione stuzzica.
Ovviamente uno Stato laico deve essere imparziale tra le diverse posizioni (i credenti nella religione cattolica, i diversamente credenti e i troppo spesso dimenticati non credenti).
Uno Stato laico non può impedire di esprimere il sentimento religioso in qualsiasi forma che non sia lesiva degli altri consociati e può scegliere se promuovere o meno, con azione positive, il sentimento religioso.
Il tema in questione, però, è un altro. Non si tratta della libertà di esprimere il proprio spirito religioso o della promozione dello stesso nella collettività (entrambe cose buone).
Si tratta di opporsi alla tendenza mai sopita di assumere un punto di vista confessionale (ancorché supposto come maggioritario) nella decisione normativa su materie che dovrebbero essere lasciate all’autodeterminazione dell’individuo (secondo il concetto nordamericano di privacy).
In questo senso essere laico (o laicista) significa consentire a ciascuno di compiere – nelle materie che attengono alla sua sfera più intima – le scelte che ritiene a lui più adatte, purchè non ledano i diritti altrui.
Per esemplificare: anche se la maggior parte degli italiani non dovesse condividere la scelta eutanasica, ritengo sia doveroso battersi affinché essa sia comunqe consentita. Chi la ritiene un’offesa alla sacralità della vita non sarà costretto ad applicarla a sè. Chi la ritiene un gesto di umana pietà potrà compiere questa difficile scelta, con i limiti e le cautele necessari per non creare abusi.
Spiace che Fassino abbia parlato di “laicismo” con una connotazione negativa tipica della gerarchia ecclesiastica. “libera chiesa in libero stato ” era il pensiero liberale che ha portato all’unità dell’Italia (Cavour).Ancora adesso credo sia valido ed attuale.
Quando ho parlato di discussione che deve arrivare alla sintesi assumendo come comune la posizione maggioritaria, mi riferisco alla discussione interna al partito – ovviamente – e con ciò intendo dire che, metodologicamente, è inconcepibile che posizioni di minoranza all’interno di un partito ne condizionino la posizione. Chi ritiene la posizione comune inaccettabile, resta libero di andarsene.
Scendendo sul piano del merito politico, personalmente ritengo che come sempre i valori vadano soppesati fuori dalle contingenze e bilanciati, in quanto è la loro assolutizzazione a traformarli negli -ismi di cui non abbiamo bisogno. Siamo tutti un po’ provati dal confessional-ismo (appunto) che ci ha invaso con tracotanza e questo rende più che comprensibile anche la reazione forte, che talvolta ho avuto occasione di incontrare.
Mi piacerebbe poter instaurare una discussione dialettica con Francesco, ma sul tema della libertà di coscienza sono perfettamente d’accordo con lui: “con le cautele necessarie a non creare abusi”, sono favorevole alla pma (che non diventi attività speculativa), alla ricerca sulle cellule staminali, alla libertà di cura e al diritto di non essere curati (includendo nel concetto di cure l’alimentazione forzata). Anche l’aborto, come si configura nella attuale disciplina legislativa, mi pare una libertà necessaria, seppure mi spiace profondamente che lo Stato abbia rinunciato a forme di educazione civica, accettando che di fatto esso sia praticato da milioni di italiani come banale forma di contraccezione (tema di discussione rimosso).
Infine, mi preme dire che il valore della vita e dell’humanitas (come sostanza di cui ogni individuo è portore) a me sembra un prezioso patrimonio comune della cultura laica e cattolica, dal quale secondo me sarebbe molto utile ri-partire per affrontare le tante questioni sul tavolo.
Non sarà che Fassino ha voluto semplicemente sottolineare che (almeno secondo lui) bisogna tenere aperto il canale per un eventuale accordo con l’UDC?
Attaccare Marino su questo punto, probabilmente, non serve più che altro a rassicurare la frangia cattolico-integralista purtroppo ampiamente rappresentata nel PD?
Vorrei aggiungere alcune considerazioni sulla necessità di “non creare abusi” (di cui hanno parlato Francesco e Angela) nell’assumere scelte difficile e sofferte, come quelle di sospendere le terapie e il sostegno vitale ad un paziente senza possibilità di recupero o di accelerarne la morte per risparmiargli inutili sofferenze (l’eutanasia propriamente detta). Quello di evitare abusi è un problema importante e di notevole delicatezza, a volte trascurato con troppa superficialità da parte dei sostenitori del diritto all’autodeterminazione dell’individuo, ma, d’altro canto, spesso pretestuosamente utilizzato dai sostenitori della “sacralità della vita” per negare o limitare fortemente il diritto all’autodeterminazione stessa. Io credo che un dialogo serio e un confronto leale tra i due diversi punti di vista su questo terreno dovrebbe avere ad oggetto proprio la necessità di evitare abusi (ivi compresa la complessa questione di chi deve decidere per un soggetto che non ha lasciato dichiarazioni anticipate e non è più in grado di esprimere la sua volontà). Una simile mediazione, se ben svolta, potrebbe portare a definire uno strumento giuridico in grado di tutelare efficacemente e in egual misura sia la scelta di chi vuole continuare a ricevere le cure e il sostegno vitale fino all’ultimo istante di vita, sia la scelta di chi vuole che siano sospesi al verificarsi di determinate condizioni; in questo modo davvero si eviterebbero abusi, cioè decisioni contrarie alla volontà della persona. Una simile legge sarebbe nel pieno interesse di entrambi i punti di vista, non a favore di uno e contro l’altro; al contrario, la mancanza di una legge o una cattiva legge danneggia entrambe le posizioni, perché lascia ampio spazio a possibili abusi. È chiaro che per giungere a questo risultato è necessario che la collaborazione sia “leale”, non surrettiziamente volta a svuotare un’eventuale norma di ogni valore e significato, come è successo con il disegno di legge sul testamento biologico approvato dal Senato.