Mercoledì 15 luglio la Camera dei deputati ha approvato due mozioni dell’UDC e del PdL che impegnano il governo a promuovere in sede ONU una risoluzione di condanna dell’uso dell’aborto come strumento di controllo demografico, con evidente riferimento a quei paesi in cui l’aborto è imposto alle donne per legge o è indotto con forti incentivazioni al fine di limitare il numero delle nascite. Contestualmente, sono state respinte tre mozioni del PD, dell’Italia dei Valori e dei Radicali, le quali formulavano la medesima richiesta ma sottolineavano anche, in forma e misura diverse, l’importanza della diffusione in tutti i paesi di una corretta informazione sessuale e dell’utilizzo dei metodi contraccettivi. Il PD ha scelto (con alcune eccezioni) di astenersi sulle due mozioni approvate. Francamente mi trovo d’accordo con l’articolo di Adriano Sofri su Repubblica di ieri (16 luglio), secondo cui sarebbe stato comunque preferibile un voto favorevole di PD e IdV sulle due mozioni, nonostante le loro evidenti lacune. In effetti, costringere una donna ad abortire costituisce una palese violazione dei suoi diritti e delle sue libertà e, soprattutto, un’orribile forma di violenza sul suo corpo, al di là di ciò che si può pensare sull’aborto e sul diritto alla vita del nascituro. Tale pratica è ancora più odiosa laddove viene usata in modo selettivo per favorire la nascita solo di bambini di sesso maschile. La battaglia contro ogni forma di costrizione all’aborto (da parte dello stato, della famiglia o di chiunque altro) rappresenta sicuramente una delle istanze migliori e più condivisibili dei movimenti cosiddetti “pro life”; su di essa si può senz’altro convergere. Lo stesso non si può dire, ovviamente, laddove tali movimenti pretendano che la libertà di procreare sia l’unica libertà concessa, negando ogni spazio all’autodeterminazione e alla libertà di scelta della donna (e men che meno laddove, su altro versante, essi pretendano che tutti debbano restare attaccati ad un sondino nasogastrico).

È però fuor di dubbio che, nei paesi a forte crescita demografica, il rifiuto dell’aborto come strumento di controllo delle nascite deve essere accompagnato da vaste campagne di diffusione e di promozione della contraccezione. Un aumento vertiginoso ed incontrollato della popolazione mondiale, come quello in atto, non è accettabile e non è sostenibile per un’ampia serie di ragioni, non ultimo il fatto che la terra non è in grado di produrre risorse illimitate e non è in grado di porre rimedio all’inquinamento generato da miliardi di esseri umani (emblematico è il caso di Cina e India, ma presto o tardi anche l’Africa potrebbe avviarsi sulla strada dello sviluppo). In passato la crescita della popolazione mondiale è stata tenuta a freno da un alto tasso di mortalità (dovuto a malattie, carestie e guerre) e da una minore speranza di vita; tuttavia nell’ultimo secolo, grazie soprattutto al progresso scientifico, queste “forme” di controllo demografico hanno via via diminuito la loro incidenza (e questo è senz’altro un bene). La condizione attuale dell’umanità è paragonabile a quella di una specie animale che, vedendo scomparire i propri predatori, inizia a moltiplicarsi senza limiti: la necessità di sfamarsi la porterà ad alterare e a distruggere il proprio ecosistema e, quindi, a mettere a rischio la propria sopravvivenza. Mi rendo conto che la soluzione di un simile stato di cose è piuttosto complessa e va affrontata con modalità diverse da paese a paese, con il mutare dei contesti economici, sociali, religiosi e culturali; essa tuttavia non può non passare anche attraverso una diffusione capillare della conoscenza e dell’uso dei metodi contraccettivi, pari a quella dei paesi più sviluppati. La via della castità, che alcuni propongono, sembra piuttosto ardua e difficile da percorrere.

7 Risposte a “Aborto, contraccezione e controllo demografico”
  1. Franz scrive:

    L’intervento di Fulvio è interamente condivisibile, ma credo che alcuni punti vadano necessariamente sviluppati perché i temi richiamati sono di notevole complessità.
    Dal punto di vista domestico è presto detto: premesso che le mozioni parlamentari sono strumenti di dubbia (o forse di nessuna) utilità, credo sia da accogliere con soddisfazione che il nostro Parlamento chieda al Governo di appoggiare una risoluzione ONU di condanna dell’uso dell’aborto come strumento di controllo demografico. È invece inspiegabile il comportamento del PD, dell’Italia dei Valori e dei Radicali: la loro decisione di astenersi a mio avviso è fortemente criticabile. Credo infatti che le due questioni (la condanna dell’uso dell’aborto come strumento di controllo demografico e la diffusione di una corretta informazioni sui metodi contraccettivi) in sede internazionale andrebbero separate, non fosse altro perché l’approvazione di una risoluzione sul primo argomento è questione più semplice (anche se, ahimè, non è agevole neanche l’approvazione di una semplice risoluzione) degli sforzi e delle risorse che una politica tesa al raggiungimento del secondo scopo richiederebbe.
    Dal punto di vista internazionale, la questione – come dicevo – è complicatissima, per cui mi soffermerò solo su due aspetti.
    Partiamo da un dato: sì, è vero, siamo tanti, saremo ancora di più e le risorse non sono illimitate. Purtroppo noi difficilmente possiamo presentarci come dei maestri virtuosi in questa materia: noi Occidentali siamo meno del 15 per cento della popolazione mondiale ma controlliamo ed utilizziamo circa l’85 per cento delle risorse mondiali. Si tratta di una sproporzione evidente quanto esecrabile. Presentarci ai Paesi poveri solo con le nostre pratiche contraccettive sembra significare proprio quello che in realtà vogliamo fare: NOI siamo abituati a uno stile di vita lussuoso e se VOI diventate tanti metterete in pericolo il nostro benessere più di quanto state facendo adesso, quindi contenetevi usando i nostri preservativi. Forse una politica di più equa distribuzione delle risorse mondiali sarebbe prioritaria. E spiego cosa significa per noi: benzina molto più cara, legno pregiato più caro, metalli più cari, energia più costosa. In sostanza, ci dobbiamo impoverire. A qualcuno piace questa politica di impoverimento? Fino a quando non ci piacerà, saremo impresentabili con i nostri discorsi sulla crescita demografica; faremo delle bellissime conferenze e pubblicheremo tanti bei libri, ma faremo dell’accademia senza calarci nel reale.
    Proviamo a calarci nella realtà. Primo passo: ignoriamo il suddetto ragionamento sull’equità (se non altro perché lo faranno i nostri Governi). E procediamo al passo successivo: ipotizziamo che ci sia un ampio consenso internazionale sulle politiche di controllo demografico tramite pratiche contraccettive. In primo luogo, occorrerà identificare i Paesi “bersaglio”, quelli cioè con la crescita demografica più elevata. Tanto per fare un esempio, partiamo dall’India. Dovremo fornire preservativi a quante centinaia di milioni di indiani? Raduneremo le flotte aeree di tutto l’Occidente per bombardarli di preservativi? Il 70 per cento degli indiani vive in zone rurali. Apriremo qualche farmacia in periferia? Sarebbe già un miracolo se questi poveretti riuscissero ad ottenere una qualche prestazione sanitaria in una struttura più o meno moderna per essere curati da malattie per noi banali ma per loto fatali; non hanno le più banali medicine e noi vogliamo dare loro preservativi. Passiamo al Pakistan: Wikipedia ci ricorda che è il paese con la sesta maggior popolazione mondiale e potrebbe diventare la terza nazione più popolosa del mondo entro il 2050. Ricordo anche che si tratta del Paese con la più alta percentuale di integralisti islamici al mondo. Come gliele imponiamo queste pratiche contraccettive? Inviamo delle task force di operatori sanitari nelle migliaia di madrasse in cui insegnano ai ragazzi ad odiare l’Occidente? Il loro eroe, tra l’altro (ma questa vuol essere poco più di una battuta), è Bin Laden: ha 3 mogli, una ventina di figli e una cinquantina di fratelli.
    La risposta alla domanda “come diffonderemo le pratiche contraccettive?” è tanto ovvia quanto ardua da attuare. Attraverso lo sviluppo di questi Paesi, con la loro modernizzazione. L’informazione sessuale, i metodi di contraccezione, i preservativi (per sintetizzare), sono roba da Paesi benestanti. Possiamo diffonderli solo aiutando i Paesi a progredire, a svilupparsi. Come? Le nostre politiche di cooperazione allo sviluppo sono andate a farsi benedire (se mai sono state sostanziose): utilizziamo le risorse per mandare a destra e a manca contingenti militari e mettere navi alle frontiere. Come, allora? Sostenendo con le nostre politiche estere (per chi è scettico, ricordo che l’insieme delle politiche estere dei Paesi occidentali è ciò che attualmente fa girare il mondo) i Paesi che si muovono verso il progresso, accelerandone il consolidamento. Purtroppo non abbiamo sempre tanta intenzione di procedere in questa direzione: in Pakistan il progresso era promosso da una donna coraggiosa, Benazir Bhutto. L’abbiamo sostenuta poco e niente. Certe occasioni non ricapitano tanto spesso: la Bhutto è morta. Con la sua morte la probabilità che il Governo venga controllato da estremisti aumenta (ne potrebbe scaturire, dati i seri problemi con l’India la prima guerra atomica della storia: così ci dicono alcuni analisti. Altro che preservativi).
    In Iran (wikipedia: “Il tasso di crescita demografica è assai elevato: la popolazione, più che raddoppiata negli ultimi cent’anni, è molto giovane”) una chance di modernizzazione c’è già stata prima delle ultime contestate elezioni: il progresso era rappresentato da Khatami. In questo caso la politica estera “illuminata” di Clinton ha realizzato un colpo da maestro: in quello scacchiere o sceglievi di appoggiare l’Afghanistan o l’Iran. Nel dubbio hanno scelto di appoggiare i talebani in funzione anti-iraniana ( e dunque anti-Khatami). Come mai? Beh c’era un gasdotto che doveva convogliare il gas proveniente dal Turkmenistan e doveva passare attraverso l’Afghanistan; i talebani sembravano rappresentare l’ipotesi più credibile di governo forte così gli USA puntarono su di loro (parliamo della seconda metà degli anni Novanta). Inoltre, un governo forte talebano avrebbe contenuto dal punto di vista geopolitico l’Iran. Com’è andata a finire lo sappiamo tutti, ma Simon Reeve, giornalista del Sunday Times, ha ben sintetizzato la scelta americana Iran-Afghanistan con queste parole: “Nel 1999 l’Iran aveva un nuovo leader moderato che si recò in Vaticano per incontrare il Papa e permise l’ingresso in Iran di una squadra di wrestling americano. Furono i talebani a diventare estremisti, impedendo alle donne di istruirsi e lavorare, vietando la musica e gli aquiloni: al confronto, il regime di Teheran sembrava una democrazia scandinava”. Il disastro fu triplo in realtà: 1-indebolimento di Khatami, 2-rafforzamento dei talebani, 3-indebolimento di Massud (musulmano moderato). Anche Massud è morto. Potrei passare all’Egitto, il Paese arabo più popolato, praticamente una polveriera, ma mi sono già dilungato troppo.
    Non potendo pensare che queste politiche siano state dettate dalla stupidità (la prima regola per chi non crede di essere stupido è di non pensare che lo siano gli altri), non possiamo che prendere atto che sono state orientate a beneficio di ristretti gruppi per il perseguimento di determinati interessi.
    Lasciamo allora da parte l’alibi Vaticano e la questione della castità. La diffusione della contraccezione non può non accompagnarsi alla cultura avanzata dell’igiene, alla distribuzione di medicine, alla diffusione capillare di strutture sanitarie moderne e di medici preparati. Ripeto, è roba per Paesi benestanti. Noi dobbiamo impoverirci, loro devono svilupparsi.

  2. isa scrive:

    Condivido pienamente le considerazioni di Franz in merito alla situazione internazionale e alle possibili (?) soluzioni. In più sottolineerei soltanto che un tentativo di controllo dell’esplosione demografica a livello mondiale dovrebbe procedere di pari passo con l’emancipazione femminile. I nostri aiuti, le nostre politiche estere dovrebbero orientarsi in quella direzione. In India, un paese difficile ma pur sempre democratico, ogni anno l’uno per cento della popolazione emerge dalla soglia di povertà in larga parte grazie al lavoro femminile e con la crescita di quest’ultimo diminuisce il numero di figli per donna. Purtroppo ancora esistono aborti selettivi se non addirittura omicidi di neonati femmine ma sono (per fortuna) in calo costante da almeno una decina di anni, un calo inversamente proporzionale all’aumento della presenza femminile nella vita pubblica e lavorativa. (La mia fonte è una ragazza indiana che per motivi personali ho avuto il privilegio di conoscere a fondo).

    Tornando all’Italia, però, il discorso si fa molto diverso. In Italia l’influenza del Vaticano non è un alibi ma un’ostacolo reale. L’85 per cento dei medici, parandosi dietro l’obiezione di coscienza, non pratica aborti, ma purtroppo c’è da sospettare che il numero degli obiettori reali sia decisamente minore, in un ambiente in cui non è il merito che fa avanzare la carriera ma la raccomandazione della persona giusta o il benestare del politico di turno.
    Controllare le coscienze, controllare il momento dell’inizio e della fine della vita, i momenti in cui gli esseri umani sono più fragili e dove il dolore ancora non è stato sconfitto (e forse non lo sarà mai) è un ottimo metodo per continuare a mantenere un certo potere sulle persone e quindi, di conseguenza, può essere un modo per continuare a controllare i voti.

    Forse sto uscendo fuori tema rispetto all’argomento del post di Fulvio. Il fatto è che non riesco a credere, ahimè, nella buona fede di chi ha proposto e votato quelle mozioni (nella sostanza comunque assolutamente condivisibili) e comprendo la decisione del PD e dell’IdV di astenersi. Quelle mozioni parlavano dell’ONU ma ho il sospetto che il messaggio dovesse arrivare da ben altra parte…
    a pensar male si fa peccato…..

  3. Francesco scrive:

    La mozione fa riferimento ad una risoluzione delle Nazioni Unite che condanni l’uso dell’aborto come strumento di controllo demografico. Si parla cioè dell’aborto di Stato, ovvero della pratica disumana di controllare le nascite obbligando donne che non vogliono farlo ad abortire. Si tratta di una violazione palese dei diritti umani, praticata purtroppo in alcuni Paesi (come la Cina), il cui rispetto dei diritti umani non ci permettiamo di sindacare, per ragioni economiche e geo-politiche.

    Ben venga dunque la risoluzione, ma affinché non diventi solo una petizione di principio (o, come sostiene Isa, un modo per tener “caldo” l’argomento aborto per usi interni), è necessaria una politica estera europea più coraggiosa nei confronti dei Paesi che violano patentemente i diritti dell’uomo. Ha poco senso promuovere moratorie e poi “flirtare” senza proferir verbo con i Paesi responsabili di tali violazioni.

    Quanto alla prevenzione degli aborti volontari (altra cosa rispetto agli “aborti di Stato”), non c’è dubbio che la diffusione della contraccezione sia l’unica arma a nostra disposizione. Molto di più, a mio avviso, si dovrebbe fare in Italia. Si registrano infatti casi di farmacisti obiettori che si rifiutano di vendere la pillola del giorno dopo, la cui prescrizione è ancora troppo macchinosa (in Spagna è distribuita gratuitamente in ogni farmacia senza prescrizione). La diffusione dei preservativi (perché non c’è un distributore automatico di fronte ad ogni farmacia?) è insufficiente e il loro costo può disincentivarne l’utilizzo tra i più giovani e i più poveri. molto di più andrebbe fatto per aiutare le donne immigrate a raggiungere una migliore consapevolezza di sè e della propria sessualità (ma dove sono andate a finire le femministe?).

    Quanto ai Paesi del Terzo mondo è, come si suol dire, un altro paio di maniche. Ha perfettamente ragione Franz nel suo argomentato intervento a sostenere che la cultura della contraccezione necessita di enormi progressi nel campo sociale, economico ed igienico-sanitario. Questo non deve bastare a scoraggiarci, soprattutto perché in molti Paesi dell’Africa l’AIDS è tra le prime cause di mortalità. Davvero è impossibile far capire agli uomini (e soprattutto alle donne) dell’Africa, che il preservativo può salvar loro la vita? Magari, con una campagna capillare e culturalmente attenta, si potrebbe riuscire a convincere solo l’1% delle persone ad utilizzarlo. Ridurre però dell’1% i morti di AIDS signfica salvare la vita a centinaia di migliaia di persone (sono 25-28 milioni gli affetti da HIV nella ola Africa subsahariana!). Dunque la difficoltà dell’impresa non può esserer un’alibi per non provare a compierla.

    Per concludere, quoto da Franz una frase su tutte: “Utilizziamo le risorse per mandare a destra e a manca contingenti militari e mettere navi alle frontiere”, mentre la cooperazione allo sviluppo è andata a farsi benedire. Quello è il vero scandalo, in un Parlamento che in modo bipartisan sembra affetto dalla sindrome del sostegno “ai nostri ragazzi” che portano la pace nel mondo e “dimentica” di finanziare adeguatamente la cooperazione allo sviluppo.

  4. Fulvio scrive:

    Caro Franz, ti ringrazio per il tuo commento articolato e documentato; era mia intenzione cercare di avviare un dibattito su un tema estremamente complesso, senza alcuna pretesa di esaurirlo o di risolverlo. Ovviamente non penso che si debbano “bombardare di preservativi” i paesi ad elevata crescita demografica. Faccio semplicemente una considerazione. La crescita demografica nel mondo è dovuta essenzialmente all’abbassamento della mortalità e all’aumento della speranza di vita degli esseri umani, a loro volta causate dai progressi tecnico-scientifici in campo medico (cura delle malattie e delle ferite di guerra) e nella produzione di cibo. Questo ha permesso di mettere in scacco tre storici nemici dell’umanità (malattie, guerre e carestie), che nel corso dei secoli hanno tenuto sotto controllo la crescita della popolazione. Ovviamente mi rendo conto che in alcune parti del mondo c’è ancora moltissima strada da fare e che milioni di persone, soprattutto bambini, continuano a morire di malnutrizione e di malattie per noi banali come la dissenteria; tuttavia il trend a livello mondiale indica una crescita di circa 80 milioni di persone all’anno, concentrata soprattutto in alcuni paesi dell’Asia e dell’Africa. Ora, dal momento che le tecniche e le conoscenze che hanno permesso tutto ciò sono state in gran parte esportate dall’occidente sviluppato verso il resto del mondo (e questo, ripeto, è molto positivo, perché è stata salvata la vita e sono state alleviate le sofferenze di un numero enorme di persone), mi sembra doveroso e sensato che lo stesso occidente cerchi di esportare anche le tecniche e le conoscenze che permettono di tenere sotto controllo le nascite senza ricorrere all’aborto. Mi rendo conto delle grandissime difficoltà che si incontrano calandosi nella realtà concreta, mi rendo conto delle resistenze di ordine religioso e culturale, mi rendo conto che per raggiungere questo obiettivo è necessario un certo grado di sviluppo economico e sociale e di emancipazione femminile. Tuttavia bisognerà pur cominciare a porsi seriamente il problema e a cercare di porvi rimedio; l’occidente deve fare tutto il possibile per promuovere e diffondere l’uso di metodi contraccettivi nei paesi ad elevata crescita demografica. Non credo sia desiderabile, se non da poche persone al mondo, che il problema venga risolto, prima o poi, da un olocausto nucleare.

    Cara Isa, è vero che le mozioni approvate avevano probabilmente una valenza strumentale ad uso interno; su questo non mi faccio illusioni. Tuttavia il loro contenuto era pienamente condivisibile e riguarda una pratica così odiosa che, secondo me, erano comunque meritevoli di approvazione, nonostante la sordità dei loro presentatori e del governo a considerazioni di altra natura. Detto questo, è senz’altro necessario vigilare affinché, in Italia, il diritto (legittimo) all’obiezione di coscienza di medici e farmacisti non ostacoli o limiti il ricorso (anch’esso legittimo) all’aborto o all’uso di contraccettivi da parte dei cittadini. Purtroppo sui giornali si leggono con preoccupante frequenza storie di donne che hanno dovuto affrontare un calvario per ottenere la prescrizione e la vendita della pillola del giorno dopo.

  5. Francesco scrive:

    Concordo in pieno, anche se oltre al problema della contraccezione (fondamentale, come detto, per la prevenzione delle malattie), non si può pretermettere la questione della struttura economico-familiare dei Paesi del terzo mondo.

    E’noto, infatti, che nei Paesi la cui economia è fondata sull’autoproduzione agricola, il numero dei figli è più ampio, proprio perchè una famiglia numerosa è più funzionale a quel tipo di produzione (detto in soldoni: più figli=più braccia per arare i campi).

    La famiglia mononucleare con numero limitato di figli è invece tipica delle società a produzione industriale. Del resto c’è anche chi sostiene che nella società consumistica e post-industriale il nucleo familiare più efficiente sarebbe quello unipersonale (che massimizza i consumi), ma questa è ovviamente solo una provocazione, che esula dal nostro discorso.

  6. franz scrive:

    Inizierò prendendo a prestito una frase di Fulvio: “Tuttavia bisognerà pur cominciare a porsi seriamente il problema”. Condivido anch’io questa affermazione e infatti mi chiedo che cosa si stia facendo di concreto in materia. Me lo chiedo da tanto tempo. Ho iniziato ad appassionarmi all’argomento nel 1994 (allora avevo 19 anni) quando si tenne la Conferenza del Cairo su popolazione e sviluppo, che seguii attraverso i giornali nazionali. Anni dopo ebbi modo di ritornare e di approfondire l’argomento nella mia tesi di laurea, dato che il tema del controllo demografico era ed è uno degli argomenti più importanti in materia di sviluppo sostenibile.
    Da allora cosa è cambiato? Sono passati ben 15 anni da quella Conferenza e ancora pare che ci stiamo nascondendo la portata del problema. Come ho già detto: è perché abbiamo Governi incapaci? O piuttosto non sono incapaci, ma mirano al perseguimento di altri interessi? Io propendo decisamente per quest’ultima ipotesi. Ho già fatto qualche esempio concreto per argomentare che le politiche estere sono “orientate a beneficio di ristretti gruppi per il perseguimento di determinati interessi”. Penso che questa fosse la frase cardine di tutto il precedente intervento; tutto il resto era teso a darne qualche piccola dimostrazione.
    La frase chiave questa volta invece è della Banca mondiale ed è tratta dalla suddetta Conferenza del Cairo: “E’ urgente contenere la crescita della popolazione mondiale coordinando strategie demografiche e progresso socioeconomico”. Progresso. Per metterla in termini politici: non sarebbe ora di elaborare politiche veramente progressiste? Possibile che anche i governi controllati da forze di sinistra debbano farsi guidare in campo internazionale – facendo sempre finta che non sia così – dai criteri del puro interesse? Tanto per dirne un’altra, è possibile che (lo si controlli su qualunque manuale) nella storia della politica estera degli Stati Uniti non risulti un solo caso – anche uno solo! – di appoggio a un movimento di liberazione nazionale? E dire che l’ONU non potrebbe proferir parola se si seguisse una politica del genere, perché, secondo una norma internazionale consuetudinaria, il sostegno (anche materiale) ai movimenti di liberazione nazionale è del tutto legittimo. Ma ci chiediamo perché questo non è mai avvenuto? Ci chiediamo perché preferiamo che molti Paesi siano governati da Governi per nulla rappresentativi ma molto collaborativi con noi? Mi sembra evidente: un movimento progressista che prendesse il potere (ad esempio, in un Paese africano dotato di consistenti giacimenti di qualunque materia prima) avrebbe ben chiari i propri interessi: difendere le proprie risorse per venderle a un prezzo equo (non a basso costo), pretenderebbe il rispetto dell’ambiente e dei diritti dei propri cittadini da parte alle multinazionali (del petrolio, dei metalli preziosi o di altro ancora) senza riconoscere loro trattamenti, anche fiscali, iperprivilegiati. È questo che darebbe loro quel progresso socio-economico di cui parlava la Banca mondiale, che accompagnerebbe la costruzione di una cultura sanitaria moderna capace di realizzare con efficacia strategie di controllo demografico.
    Quando si parla dei Paesi africani non si può ignorare che attualmente gli unici a fare qualcosa (leggasi: a portare un po’ di sostegno umanitario) sono la Chiesa cattolica, da una parte, e le organizzazioni umanitarie, dall’altra. Parliamo delle organizzazioni umanitarie. Qui tocchiamo veramente un altro nodo fondamentale e raggiungiamo le più alte vette dell’ipocrisia. Giovani volenterosi di tutto il mondo civilizzato operano in Africa con grandi rischi per portare un po’ di civiltà. Purtroppo le popolazioni che soffrono non vivono nel vuoto cosmico, ma sono pur sempre cittadini di uno Stato, spesso (anzi, quasi sempre) dittatoriale. Ebbene, per consentire alle organizzazioni di operare, occorre avere il permesso del Governo locale e i nostri Stati o l’ONU dovranno negoziare per averlo (molti Governi poi non si pongono neanche il problema di permettere l’ingresso delle organizzazioni; lo abbiamo visto con il caso della Birmania: pur con un’emergenza umanitaria in corso, hanno rifiutato qualunque sostegno) e spesso i Governi locali chiederanno il controllo di una buona parte delle risorse stanziate per gli aiuti umanitari. Accade l’incredibile situazione per cui, da un lato, i nostri operatori umanitari si danneranno per dare sollievo ai problemi della popolazione con pochissimi mezzi a disposizione e, dall’altra, i Governi locali, con i nostri soldi da destinare agli aiuti, equipaggeranno eserciti e compreranno armi che sempre noi Occidentali venderemo loro (sempre che si tratti di armi tecnologiche, altrimenti si rivolgeranno alla più economica Cina, come nel caso del Darfur). È come cercare di svuotare un mare con un secchiello (operazione già di per sé improba), mentre c’è qualcuno che lo alimenta con una enorme pompa a getto continuo. Quell’1 per cento della popolazione che avremo tolto al flagello dell’AIDS morirà di fame, di sete o in qualche guerra, insieme a qualche altro 2-3 per cento della popolazione. Il progresso socioeconomico invece darebbe loro i mezzi per avere quello che abbiamo anche noi in materia sanitaria. Quindi sono d’accordo con Francesco, ossia che nel frattempo si può fare qualcosa, però ricordiamoci che la strada principale passa altrove e che i veri mezzi sono nelle mani dei nostri Governi. I Governi progressisti non dovranno essere tali solo all’interno dei nostri confini nazionali: se vedono passare in giro per il mondo qualche personalità o movimento progressista si ricordino di esserlo anche loro.

  7. Francesco scrive:

    Un tempo si professava l’internazionalismo proletario (che poi è diventato un’arma per fare gli interessi geopolitici dell’URSS).

    Poi ci siamo accorti di aver sbagliato tutto e ci siamo riempiti la bocca di “realpolitik” e di “interesse nazionale”.

    Sarebbe bello tornare ad un internazionalismo progressista. Magari ci fosse qualcuno con il coraggio di dirlo…

  8.  
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