Archivio per agosto 2009

Ignazio_Marino_in_SenatoLa difesa della laicità è uno dei punti qualificanti del programma di Ignazio Marino. Come egli stesso sottolinea, la laicità è un metodo; non è una risposta ai problemi, ma la via più adatta per trovare delle risposte che sappiano tutelare al meglio gli interessi di ognuno. Essa presuppone una disponibilità serena ed obiettiva al confronto e al dialogo, senza la presunzione di avere ragione a priori, al fine di giungere ad una sintesi che consenta al singolo individuo di godere della massima libertà di scelta possibile nel rispetto delle libertà altrui, evitando ogni abuso o sopraffazione e ogni forma di costrizione. Laicità significa che le scelte e le convinzioni di alcuni, anche se sono in maggioranza, non possono e non devono essere imposte a tutti, a meno che non vi sia un interesse collettivo da tutelare; a maggior ragione non possono essere imposte a tutti le convinzioni di una minoranza, magari nel nome di valori non negoziabili. Il tema della laicità è stato più volte usato per attaccare la candidatura di Ignazio Marino, sia dal fronte cattolico, accusandolo di “laicismo” o addirittura di “deriva laicista”, sia dal fronte laico, rimproverandogli il fatto che non si può guidare un partito portando avanti solo questo tema (e forse rischiando di compromettere un possibile accordo con i cattolici centristi).

In effetti, in una democrazia funzionante la laicità non dovrebbe essere un obiettivo da raggiungere o un tema su cui confrontarsi; dovrebbe essere il presupposto ineliminabile di ogni dibattito, un metodo accettato in partenza da chiunque voglia entrare nell’agone politico. In democrazia non possono trovar posto valori assoluti e non negoziabili, se non quello della democrazia stessa (come insegna Zagrebelsky). Che la situazione in Italia sia molto diversa da quella di una democrazia liberale matura è sotto gli occhi di tutti. Il problema non è tanto quello dell’ingerenza delle gerarchie ecclesiastiche nella vita politica; quest’ingerenza c’è ed è fortissima, ma tuttavia può essere considerata alla stregua di un’attività di lobbying che, per quanto pressante, è pur sempre accettabile nell’ambito delle dinamiche democratiche (né si può negare alla Chiesa il pieno diritto di esprimere liberamente le proprie opinioni). Il problema, oggi, è rappresentato dal comportamento di ampi strati della classe politica italiana, soprattutto di centro e di centrodestra, i quali (per garantirsi il pieno appoggio del Vaticano e magari per farsi perdonare alcuni provvedimenti non graditi, come quelli in materia di sicurezza e di immigrazione) su determinate questioni concernenti i diritti civili individuali sono pronti a far propri i diktat vaticani e a trasformarli in legge dello stato, sono pronti a sposare e a difendere i punti di vista della Chiesa cattolica con cieca assolutezza e senza alcun discernimento critico, ostentando un ossequio prono. Una classe politica che in questo modo si rivela priva di senso dello Stato, estranea ai valori liberali e ai principi democratici, ignara del significato della parola libertà. Di fronte a questo modo di concepire la politica, la difesa della laicità, e quindi delle libertà civili, è un dovere irrinunciabile, un’urgenza pressante e non differibile.

Un altro aspetto della questione è quello che riguarda il dibattito interno al PD. Anche in questo caso non è accettabile che la difesa di determinati valori da parte di una minoranza (in sé assolutamente legittima e fonte di ricchezza per il dibattito politico) si trasformi in un arroccamento su posizioni non negoziabili e pretenda di condizionare il comportamento di tutto il partito. Laddove sia impossibile raggiungere una mediazione soddisfacente, è inevitabile e giusto che la posizione del partito sia quella della maggioranza dei suoi componenti, anche ricorrendo, nei casi più delicati e importanti, ad una consultazione tra tutti i suoi elettori. “Laicità significa che quando si considera chiuso il dibattito, e si è presa una decisione nell’interesse di tutti, si accetta quella decisione sentendosi vincolati e sostenendola con onestà” (Mozione Marino, pag. 16, MozioneMarino.pdf).

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Dopo l’annuncio della sua candidatura a segretario del Partito Democratico, la figura di Ignazio Marino è stata lasciata un po’ in ombra sui media e nel dibattito politico nazionale, almeno rispetto agli altri due candidati principali, Franceschini e Bersani. Tutto questo era in fondo prevedibile e conferma il ruolo di outsider di Marino rispetto alle gerarchie e agli equilibri interni al partito. Tuttavia la novità e il significato della sua candidatura meriterebbero di imporsi con più attenzione agli occhi dell’opinione pubblica. In Italia si parla da molti anni della necessità di un rinnovamento e di un ricambio all’interno della classe politica. Ebbene, Marino è, a tutti gli effetti, un uomo nuovo. È vero che il rinnovamento di per sé non è sempre e necessariamente un fatto positivo ed è vero che anche Franceschini e Bersani incarnano un’idea di ricambio, se non altro perché finora non hanno mai ricoperto ruoli di vertice. Tuttavia la “diversità” di Marino è lampante e salta agli occhi. La sua vicenda biografica parla chiaro. In un paese dove la perdita di fiducia dei cittadini nei confronti della politica e dei suoi rappresentanti è uno dei problemi più seri, soprattutto a sinistra (ripeto, soprattutto a sinistra), Marino può rappresentare la risposta giusta e la carta vincente da giocare. La sua faccia, le sue idee, il suo modo di parlare e di proporsi possono costituire una risposta all’antipolitica, una risposta più convincente ed efficace rispetto a quella di persone che, per pensiero e formazione, rinviano a un’idea di politica più tradizionale e quindi richiamano anche quei difetti (autoreferenzialità, distanza dalla società e dai suoi problemi, mancanza di trasparenza, incapacità di innovare e di guardare al futuro) che alla politica, soprattutto da sinistra, vengono rimproverati. Il fenomeno popolare e mediatico di Beppe Grillo (della cui improvvisata proposta di candidatura si è molto parlato sui media, ben più che di Ignazio Marino) rappresenta una risposta sbagliata e poco seria ad un’istanza reale e serissima, che sale da ampi strati della società: la domanda di una classe politica nuova, onesta, preparata, in grado di rispondere alle sfide attuali e future. Su un piano diverso, la stessa improvvisa popolarità di Debora Serracchiani dimostra quanto sia forte il desiderio di volti nuovi all’interno del PD. Ignazio Marino è una persona nuova, “altra” rispetto alla figura del politico tradizionale, ma allo stesso tempo è un uomo serio, convincente, concreto, non populista e non improvvisato, come dimostrano la sua storia personale e i traguardi raggiunti, prima ancora che il suo programma e le sue idee. La sua attività politica, così come i suoi interventi pubblici, sono stati sempre improntati alla massima chiarezza e sorretti da un pensiero lucido e coerente, concentrato soprattutto sulle tematiche di sua diretta competenza (com’era giusto che fosse). Mi rendo conto che, nell’Italia e nel PD di oggi, immaginare Marino segretario del partito e, un domani, a capo del governo del paese possa apparire alquanto idealistico e velleitario, un’illusione senza speranza. Si tratta però di una possibilità così vera e autentica di cambiamento, così densa di significato (nel panorama desolante dell’Italia del 2009), che credo valga la pena di provarci con tutte le forze. “Non vinceremo mai se attaccheremo un po’ di più o un po’ di meno il nostro avversario politico, ma vinceremo quando sapremo convincere gli italiani che siamo radicalmente diversi da lui e che le nostre idee sono più utili per ogni persona e per tutta la comunità” (www.ignaziomarino.it/wp-content/uploads/allegati/mozionemarino.pdf).

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