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Al coordinatore del I° Circolo PD di Terni
Michele Pacetti
Al coordinatore comunale del PD di Terni
Giorgio Finocchio
Al coordinatore provinciale del PD di Terni
Roberto Montagnoli
L’anno scorso, a trentotto anni e dopo anni di impegno civile nell’associazionismo, per la prima volta nella mia vita ho deciso di aderire ad un partito politico. Il Partito Democratico.
L’ho fatto perché avevo visto nel “partito nuovo” una concreta, coraggiosa e necessaria innovazione nelle forme e nei contenuti della politica italiana e nella moderna rappresentanza dei valori di uguaglianza, solidarietà, libertà, responsabilità: nel solco della originale e tuttora attualissima intuizione alla base del progetto dell’Ulivo. Avevo in particolare apprezzato il coraggio di quanti, provenienti da precedenti percorsi di militanza, avevano fatto la mia stessa scelta dando un taglio definitivo con un coriaceo passato divenuto per questo inattuale, riversando energie ed entusiasmi in un percorso condiviso e privo di steccati; privo di quelle distinzioni fra “compagni” ed “amici” divenute antistoriche e pretestuose.
Purtroppo mi sono sbagliato. Dopo i primi timidi cenni, i freni inibitori dei “soli noti” sono stati disattivati. Sono stati da alcuni riproposti – da altri tollerati, assecondati e talvolta incoraggiati – i vecchi schemi, le vecchie appartenenze, i vecchi riti: magari camuffati in nuove alleanze fra vecchie correnti, in nome di ancor più vecchi conti da regolare all’interno dei vecchi partiti. E se a livello nazionale l’abilità del politico di rango ha in qualche modo consentito di far salva la forma in simili contesti, a Terni e in Umbria non si è potuto assistere a simili raffinatezze, per motivi facilmente intuibili. Tuttavia, combattendo lo sconcerto con l’ottimismo, ho ritenuto tutto questo un fenomeno momentaneo, dovuto ad un comprensibile periodo di transizione dalle vecchie abitudini alla nuova dimensione della politica. Ed ho abbozzato.
Purtroppo mi sono sbagliato un’altra volta. Approssimandosi le scadenze elettorali per le amministrative, le aspirazioni, le velleità, il gusto del potere e in alcuni casi gli interessi concreti dei “soliti noti” e delle rispettive “corti” hanno prodotto l’abiura dei due principi fondativi il PD e innovativi la politica italiana:
la partecipazione diretta degli iscritti alle decisioni e alle scelte programmatiche in virtù della centralità attibuita ai circoli nella struttura federale del partito;
la selezione delle responsabilità di governo del partito e delle candidature ai vari livelli amministrativi e politici attraverso lo strumento delle primarie.
Tutto ciò, a dispregio degli statuti appena approvati e a smentita delle iniziali, roboanti dichiarazioni di maniera; tutto ciò, anche a dispetto del buon senso e del mero calcolo politico.
Con questa involuzione, quanti avevano (o, per meglio dire, quanti hanno “berlusconianamente” avocato a sé) il potere di decidere si sono assunti – verso gli aderenti, verso i simpatizzanti, verso il futuro del partito – la responsabilità di ridurre l’ “operazione PD” ad una sconclusionata, truffaldina e controproducente campagna di marketing politico al servizio di una ingiustificabile e strenua difesa dello statu quo: istituzionale “ma anche” personale.
Trovo davvero “singolare” la pretesa di rispondere al degrado della politica locale (eloquentemente rappresentato dal proliferare delle liste personali) e all’assedio della democrazia proditoriamente avanzato dalla destra populista, proponendo alla cittadinanza ternana una insensata e frenetica contrapposizione di non-posizioni “politiche” basate essenzialmente su esigenze e velleità personalistiche. Non-posizioni fondate talvolta sulla malintesa richiesta del riconoscimento di improbabili meriti acquisiti; talaltra, sulla pretesa ad oltranza di inaccettabili indennizzi per “anzianità di servizio”. Ma soprattutto non-posizioni prive di proposte, di riferimenti, di prospettive, di strategie, di visione, di consenso democratico, di futuro.
Le primarie erano state individuate come lo strumento in grado di vanificare simili artifici e di restituire centralità alla qualità della proposta politica: a Terni, con ipocrisia e codardia, si è deciso di affrontare il problema… cancellando la soluzione! Con l’inqualificabile risultato di rispondere nei fatti all’offensiva del “predellino” con una sterile battaglia per lo “strapuntino”. E così sono state rimangiate le buone intenzioni e le regole, pur di difendere posti al sole… e posti a tavola. Ma così facendo, si è ottenuto l’ “eccellente” risultato di offendere gravemente i cittadini democratici, ancora una volta traditi da false promesse di partecipazione e di rinnovamento e che ora dovranno essere convinti ad assecondare un consenso elettorale preteso in ragione di superiori esigenze, che personalmente fatico ad individuare al di fuori della categoria del “meno peggio”.
Preso atto che la coerenza non ha purtroppo cittadinanza nelle forme attuali di esercizio della politica, devo rilevare che neanche nel Partito Democratico in questo momento c’è spazio per le mie idee e per la mia visione di una politica autenticamente democratica: né ci sono le condizioni minime perché questo spazio possa essere reclamato.
Ciò nondimeno, ritengo indispensabile ogni tentativo volto a salvare l’idea e il progetto originario del Partito Democratico. Per questo motivo non lascio il partito, ma esercito obiezione di coscienza e doverosamente mi autosospendo. Intendo pertanto astenermi da ogni forma di partecipazione alle attività politiche ed elettorali fino al prossimo 23 giugno, facendo tuttavia una dovuta eccezione per le attività connesse al sostegno che – mi auguro – il PD vorrà dare alla partecipazione e al voto “sì” ai referendum sulla vergognosa legge elettorale per la Camera e il Senato.
Osserverò con la necessaria attenzione e la necessaria autonomia di giudizio i meccanismi di ricerca del consenso che saranno attivati, e i contenuti che – mi auguro – saranno prima o poi proposti nella campagna per le elezioni amministrative, con la consapevolezza delle ingenti responsabilità gravanti in capo a chi si candida alla guida dei comuni e della provincia: quelle di dover necessariamente garantire alla nostra comunità forme di governo locale, se non capaci di costruire le basi per un florido avvenire, almeno in grado di reggere l’urto delle drammatiche sfide che il futuro prossimo inevitabilmente riserverà anche al nostro territorio.
Dopodiché, cessati in un modo o nell’altro i feroci appetiti che hanno ottusamente prodotto questa assurda situazione, confido di poter ritrovare le condizioni per riprendere e per riparare, insieme a quanti lo riterranno necessario, la strada che ci è stato imposto di abbandonare.
Cordialmente
Terni, 5 aprile 2009
Roberto Pettorossi
aderente al Partito Democratico di Terni
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Una novità epocale purtroppo passata inosservata…
CONFERENZA STAMPA
PRESENTAZIONE DEL PRIMO CIRCOLO ON-LINE
AREA LIBERAL PD
Sala Fiume – Palazzo Donini – Regione Umbria
Venerdi 13 marzo 2009
Ore 11:00
Venerdi 13 Marzo alle ore 11, presso la Sala Fiume della Giunta Regionale di Palazzo Donini – Regione Umbria – si terrà una conferenza stampa per la presentazione del primo circolo on-line umbro del Partito Democratico.
Coordina:
Franco Parlavecchio
Responsabile Regionale Area Liberal PD
Intervengono:
Stefano Fancelli
Coordinatore Segreteria Provinciale PD
Maria Pia Bruscolotti
Segretaria Regionale del PD
Gianfranco Passalacqua
Coordinatore Nazionale Sinistra Liberale
Sandro Gozi
Deputato PD
Enzo Bianco
Senatore PD e Presidente Nazionale Liberal
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Fermo restando il sostegno incondizionato agli autori di questa lodevole ma – almeno diciamolo – non originale iniziativa; la leggerezza con la quale ormai vivo le vicende del sedicente Partito Democratico soprattutto a livello locale e facendomi forte dell’assenza di qualsiasi cointeressenza di carattere economico, lavorativo, edilizio, lobbistico, pseudoclericale ed erotico-sentimentale nell’ardua prova di riconoscermi in questa malandata area politico culturale, mi impongo il divieto di farmi ulteriori domande e “mi fermo di nascosto a vedere l’effetto che fa”.
Cordiali saluti alla signora coordinatrice regionale.
A proposito di citazioni Jannacciane: qualcuno sa se ieri sera allo zoo provinciale qualcuno abbia gridato “aiuto, aiuto è scappato il leone primarino”?
Così, tanto per sapere…
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Scritto da Bebbo in Segnalazioni, tags: Umbria
Allora, quando potete, date un’occhiata a questo reportage della iena ripudiata Alessandro Sortino.
E’ andato in onda ieri notte su La7, ma vale la pena…
Molto spesso l’abitudine sottrae alla nostra vista ciò che invece è più evidente…
I “terroristi” di Spoleto
Cemento e Affari
Umbriagate
Riciclaggio in Umbria
La verde Umbria e la cementificazione
Droga in Umbria
Infiltrazioni mafiose
Buon ascolto.
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Trentatré trentini entrarono a Trento tutti e trentatré trotterellando.
Trecentotrentatré ternani torneranno a Terni tutti e trecentotrentatré titubanti.
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Io non posso restare
seduto in disparte
né arte né parte
non sono capace
di stare a guardare
quel che non mi piace
e poi provare
a tener tutto dentro
e far finta di niente,
allora, che facciamo…
ricominciamo?
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ovvero
la cronaca dell’Assemblea Nazionale Costituente vista da Filippo Ceccarelli de La Repubblica
ovvero
“lu cero se conzuma ma lu morto non cammina” (antico detto della Valnerina, macabro ma eloquente)
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SEMBRA che un paio di registi, Ettore Scola e Paolo Virzì, avessero in animo di girare un film sul “pazzesco tour” – così si legge su un trafiletto – del pullman elettorale veltroniano. Ore e ore di girato già le possiede l’emittente Nessuno tv. Bene. Per la storia politica del Pd si potrebbe integrare il progetto con le immagini di ieri. Per il luogo innanzitutto, la Nuova Fiera di Roma, questo sì veramente pazzesco. Enorme e praticamente irraggiungibile: gioiellone urbanistico pianificato e realizzato nell’era delle amministrazioni di centrosinistra. Un bianco, labirintico blocco di tubi, vetro e cemento sorto nel bel mezzo del nulla.
Incongrui ascensori, interminabili scalinate, lentissimi sferraglianti tapis-roulant, infiniti camminamenti da percorrere sotto lo schioppo del sole. Venti minuti almeno per arrivare all’assemblea – eppure ci sono anche persone anziane, donne con i tacchi, qualche disabile. Ogni tanto un cartello surreale: “Area smoking & relax”.
Perfetta location per un partito che dopo aver perso voti e frequentatori, sembra essersi perso esso stesso nel verde stento di questa infuocata periferia tecnologica e penitenziale. I massimi dirigenti arrivano invece a destinazione in automobile, belli freschi – per quanto la macchina di Veltroni, che di lì a poco citerà “i dannati della terra”, gira e gira e gira attorno al mostro, lato est, lato nord, lato boh, senza trovare il pertugio giusto. I dannati della Nuova Fiera, d’altra parte, vengono accolti da un essenziale fast-food che si chiama “Very italiano” e offre “mezze maniche alla puttanesca”. Ancorché vagamente ingiuriosa, la circostanza non contribuisce né alla potenza drammatica né alla desolante solennità dell’occasione.
Nella sala semideserta un’allegra marcetta rock fa cadere le braccia. Alle 10 e 20 ci sono Follini, Carra, Zanone e il mitico Diego Bianchi, che gira i corrosivi video “Tolleranza Zoro”, disponibili su You-tube. Quando ancora nessuno dei big è presente Arturo Parisi pone la questione del numero dei presenti. Ha contato le sedie e si è accorto che ce ne sono meno della metà dei membri dell’assemblea (2800). Ma in quel momento sono anche vuote per la metà.
Sui maxi-schermi, dopo la batosta, le tardo-icone della fondalistica veltroniana – neonati dormienti, bimbi che giocano, graziose ragazze, simpatici vecchietti, allegre nonnine, extracomunitari in bici – hanno perduto la loro magia e adesso sembrano la pubblicità di qualche fondo-vita delle assicurazioni. Non possono che cogliere un che di svogliato nell’organizzazione, i delegati che arrivano stanchi e sfiniti con i trolley, “come pecore senza pastore”. Ma nessuno s’impietosisce per loro – né essi lo pretendono.
L’impressione è che reggano meglio dei notabili il colpo anche psicologico della sconfitta: forse perché non vivono di politica, forse perché non agognano l’occhio delle telecamere. Si salutano, si siedono, prendono appunti, sbadigliano, alcuni qui e là si addormentano. Forse qualcuno riflette su una terribile frase che in un attimo di verità Parisi pronuncia al microfono: “Un’assemblea che con difficoltà associa al nome di partito l’aggettivo democratico”…
Si avverte una separatezza anche fisica tra ottimati e popolo, una distanza moltiplicata dallo scarto fra vana liturgia e cruda realtà. Dal palco verde emergono tante testoline eccellenti, una lunga fila di faccette malinconiche e distratte. I responsabili che finora non si sono assunti la responsabilità. In mattinata sembrano anche un po’ spaventati; più tardi, evidentemente a loro agio, ricominciano a chiamarsi per nome, Walter, Dario, Piero, Enrico: un segno di reciproca e cordiale spontaneità che però a volte suona come un certificato di appartenenza all’oligarchia.
Bettini traffica con fogli, biglietti, elenchi, liste; Fioroni sta al telefonino dalle tre alle quattro ore, in posa bisbigliante, con la manina a coprire l’apparecchio; alcuni guardano nel vuoto; altri, come Bersani, hanno improvvisi scoppi di ilarità; altri ancora, specialisti di convegni e seminari “a porte chiuse” convocano i rispettivi scudieri, li spediscono dai giornalisti. Veltroni, senza cravatta, distribuisce sorrisi tirati.
La nomenklatura, in altre parole, si basta. Questo è abbastanza normale, ma dopo la sconfitta, per quanto a lungo la si sia cercata di nascondere o negare, lo è molto meno. Così, sopra il Pd, grava una coltre anche rabbiosa di non detto, una cappa di sfiducia che nessun generoso tentativo di rianimazione riesce a rompere, e nemmeno a perforare.
Mai come in questa assemblea lo sconforto, da stato dell’animo, si è convertito in evidente e conseguente categoria politica. Tiepidi applausi segnano la relazione di Veltroni, diligente, ma priva di autocritica e comunque sorvegliatissima rispetto a temi scottanti. A partire da certe candidature troppo fantasiose e per continuare con certe altre fin troppo comode e furbastre. Non una parola sulla debacle anche personale di Roma. Niente sui sondaggi balenghi, sulla sopravvalutazione di vip e testimonial, sugli sprechi economici tipo il loft, durato meno di nove mesi. Nulla sulla laicità, i vescovi, i radicali, il rapporto con Di Pietro, gli scandali delle giunte rosse.
E le feste dell’Unità? Che “si chiamino come si vuole”. E già: ma come? E la presidenza del partito dopo l’ennesimo no di Prodi? Vattelappesca, come diceva Craxi. E l’eterna storia dei patrimoni ereditati e del finanziamento? Chissà. E la sorte dei dipendenti? Non è materia da discutere assemblea.
Anche il dibattito sembrava a tratti una recita. La passerella dei pochi. La consueta retorica dell’orgoglio, dell’innovazione e dell’identità plurale. Il “rimescolo” di Bersani, l’”autocoscienza costruttiva” della Bindi, Marini che fa l’elogio del “caminetto”, richiamando anche quello di sua nonna. Partito insieme leaderistico e correntizio, ibrido non proprio felice. Nella replica il segretario ha invocato la necessità di “liberarci dal dominio dell’io”. Prima del voto la Finocchiaro s’è inerpicata in una davvero complessa disquisizione statutaria sulla maggioranza qualificata. Quelli che c’erano hanno alzato la delega. E poi anche sulla Nuova Fiera è calata la sera.
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Stamattina, non fidandomi delle incerte condizioni metereologiche, ho preferito rinunciare alla gita di Pasquetta e dedicare parte della mattinata ad una più attenta lettura del domenicale della Repubblica, in attesa di vedere in televisione la cerimonia di accensione della fiaccola da Olimpia.
Ho trovato questo splendido articolo-recensione di Federico Rampini, che fornisce tanti preziosi spunti di riflessione sulla questione del Tibet, dei diritti, della democrazia, della globalizzazione: partendo da un punto di vista diverso ma non nuovo. Perchè dagli errori commessi nel passato – e dal loro pieno ed effettivo riconoscimento - c’è sempre molto da imparare.
La Cina e il suo Far West
di FEDERICO RAMPINI – LA DOMENICA DI REPUBBLICA, DOMENICA 23 MARZO 2008 – Nel colosso asiatico in pieno sviluppo è in corso il più vasto esodo umano della storia: ogni anno 15 milioni di contadini fuggono verso le città. Teatro di questa migrazione è l’autostrada 312, che attraversa il Paese da est a ovest. Un giornalista l’ha percorsa e racconta il suo viaggio straordinario - Chi ha vissuto la tragedia del Tibet nel resto del mondo non può immaginare la percezione che ne hanno i cinesi. Dalle famigliole che si incontrano la sera nei ristoranti popolari di Pechino, ai giovani che si esprimono sui blog, si sente vibrare un’indignazione ben diversa dalla nostra. «I tibetani sono degli ingrati», è una delle frasi più moderate che ho sentito in questi giorni. Ingrati, perché i cinesi sono convinti di aver fatto molto per loro: prima li hanno liberati da una teocrazia feudale e parassitaria, poi gli hanno costruito ospedali, strade, aeroporti e ferrovie, li hanno alfabetizzati. A loro è stato perfino concesso un privilegio negato a quasi tutti i cinesi han: in quanto minoranza etnica i tibetani non sono tenuti a rispettare la regola del figlio unico. Come tutta risposta gli «ingrati» si scatenano nelle scene di violenza contro la popolazione cinese, riprese dalla tv di Stato nei giorni scorsi.A pensarla così non sono soltanto i cinesi che vivono dentro le frontiere della Repubblica popolare e quindi sono sotto l’influenza della propaganda, di un’informazione censurata e manipolata. So che perfino le comunità di studenti cinesi nelle università americane di fronte agli avvenimenti del Tibet si arroccano, si sentono circondate da un muro d’incomprensione. Sentono montare l’ostilità degli occidentali. Ascoltando le accuse rivolte a Pechino, si considerano le vittime di un linciaggio ideologico. Questi giovani cinesi che da anni vivono negli Stati Uniti hanno ricevuto le notizie recenti dal Tibet come le abbiamo avute noi; hanno sentito parlare il Dalai Lama; hanno letto e ascoltato i nostri commenti. Eppure anche nei campus universitari americani i cinesi condividono il pareredei loro connazionali su quegli «ingrati» dei tibetani. La verità è che molti cinesi del Ventunesimo secolo hanno verso una parte del proprio Paese un atteggiamento che evoca quello dei pionieri americani dell’Ottocento. I tibetani sono i loro indiani pellerossa: dei selvaggi, incapaci di adattarsi alla rivoluzione industriale. I cinesi si sentono portatori di una missione civilizzatrice. Considerano i tibetani un popolo inferiore.Chi non ha traversato per esteso la Cina non può rendersi conto di questo paradosso: la nazione più popolosa del pianeta è per lo più un territorio disabitato. I cinesi etnici o han stanno quasi tutti concentrati nelle regioni costiere dell’est e del sud, dove la densità della popolazione è altissima. Restano ancora semivuote le aree ben più vaste che sono la Mongolia interna, lo Xinjiang musulmano, il Tibet. Lì il viaggiatore può passare settimane intere senza incontrare una vera città; a volte senza imbattersi in un’anima viva. La Cina del Ventunesimo secolo è impegnata a “portare il progresso”, colonizzandole, in quelle immense regioni che rappresentano il suo Far West: la nuova frontiera dello sviluppo. In mezzo ai deserti, o nelle steppe mongole, o su altipiani himalayani sconfinati lavorano battaglioni di tecnici e operai cinesi per fare le autostrade e le ferrovie, i tralicci dell’elettricità e i ripetitori dei telefonini. Proprio come i loro antenati emigrati in America costruivano la grande ferrovia transcontinentale che doveva unire la East Coast al Pacifico. La nuova frontiera da conquistare, il Far West cinese, rappresenta anche la grande speranza per salvare da un futuro collasso Shanghai, Shenzhen e Canton: è là nelle immensità semidesertiche che i cinesi cercano il petrolio e il gas, l’acqua e i metalli per continuare ad alimentare la crescita delle zone costiere.A metà strada fra Pechino e il Far West sono sorte gigantesche metropoli che rappresentano le “teste di ponte” della colonizzazione. Per esempio Chongqing (30 milioni di abitanti), la mostruosa piovra industriale sullo Yangze: sembra una Chicago del primo Novecento Ingigantita dalla fantasia dello scenografo di Blade Runner. In quei crocevia nel cuore della Cina cozzano due flussi, quello della conquista coloniale verso ovest, e le migrazioni dei più poveri che dalle campagne arretrate fuggono per cercare lavoro in fabbrica.Bisogna aver visto questo movimento incessante per capire la Cina di oggi, anche la sua durezza, la sua crudeltà. È lo sforzo che ha fatto Rob Gifford, un giovane veterano tra i giornalisti occidentali in Cina, che frequenta questo Paese dal 1987 e vi è stato corrispondente della National Public Radio americana (l’unica radio pubblica, e di qualità, negli Stati Uniti). Quando ha saputo che stava per concludersi il suo incarico di corrispondente in Cina, Gifford ha deciso di attraversare il Paese on the road. Si è messo in viaggio lungo l’autostrada 312, che attraversa la Cina per quasi cinquemila chilometri da est a ovest, da Shanghai si lancia nel cuore agricolo e povero del Paese fino a raggiungere il deserto del Gobi, e da lì la vecchia Via della Seta.L’autostrada 312 è, letteralmente, uno spaccato della Repubblica popolare: la taglia longitudinalmente e soprattutto la viviseziona. Consente di fare un viaggio nello spazio e nel tempo, dalla Cina più ricca e avanzata alle zone che sono ancora Terzo mondo. La 312 stessa è un microcosmo perché la Cina di oggi è una nazione in eterno movimento. È il teatro del più vasto esodo umano mai accaduto nella storia: ogni anno 15 milioni di contadini fuggono dalle campagne verso le città. Le autostrade sono la versione contemporanea della ferrovia transcontinentale negli Stati Uniti dell’Ottocento, lì passano i pionieri in viaggio verso la nuova frontiera. La 312 è anche diventata un luogo di culto, un itinerario di moda per i giovani cittadini in cerca di emozioni, l’equivalente della leggendaria Route 66 americana. Lungo l’autostrada cinese avvengono due pellegrinaggi di natura molto diversa. Da un lato c’è un popolo in cerca di speranza che fugge come i contadini dell’Oklahoma degli anni Trenta descritti da John Steinbeck nel romanzo Furore, i poveri scacciati dalla siccità che emigravano verso la California. Nel senso inverso c’è una gioventù in cerca di emozioni e di avventure che parte da Shanghai con lo spirito di Jack Kerouac, dei beatnik e degli hippy americani negli anni Cinquanta e Sessanta. Vanno verso il deserto del Gobi a cercare la loro California.L’autostrada è il luogo migliore per intercettare lo spirito della Cina di oggi, il suo eterno movimento, la frenesia di spostare, trasferire, trasportare uomini e cose. Per capire che Paese diventerà questa Cina, Gifford ha provato a esplorarlo seguendo l’arteria principale: «La mia idea è di rispondere a queste domande viaggiando lungo la 312, tra camionisti e puttane, yuppy e artisti, agricoltori e venditori di telefonini». Ne è venuto fuori un libro singolare, China Road, che esce in Italia tra pochi giorni, pubblicato da Neri Pozza col titolo Cina. Viaggio nell’Impero del futuro.«Negli Stati Uniti», scrive Gifford, «ci sono nove città con più di un milione di abitanti. In Cina quarantanove. Può capitare di viaggiare per la Cina, arrivare in una città grande due volte Houston e pensare che quel posto non lo si è mai nemmeno sentito nominare. La nuova Route 312 ha contribuito al cambiamento, riducendo drasticamente la durata del viaggio per Nanchino, a Shanghai e verso la costa. Così come hanno contribuito l’espansione verso l’interno di fabbriche e società in cerca di costi più contenuti, e le rimesse dei lavoratori emigrati sulla costa».La grande traversata inizia proprio da Shanghai — «energia, atmosfera, speranza, possibilità, passato futuro: è tutto qui» — dove Gifford focalizza subito una differenza tra noi e loro. La coglie nel comportamento diverso di due gruppi di turisti che passeggiano sul Bund, il lungofiume di Shanghai che ospita i palazzi art déco del primo Novecento, e sull’altra sponda ha di fronte Pudong, la Manhattan dell’Asia con selve di grattacieli che svettano sempre più in alto. «Gli occidentali, come fa immancabilmente ognuno di loro a Shanghai, cercano di ricreare il passato scattando qualche foto ai vecchi palazzi coloniali. Anche i cinesi fanno quello che i cinesi fanno immancabilmente a Shanghai, cercano di sfuggire al vecchio scattando foto nella direzione opposta, lo sguardo perso oltre il fiume».Penetrando nella Cina profonda, nella provincia agricola dello Anhui lungo la 312, Gifford s’imbatte in un uomo in bicicletta con un bandierone rosso attaccato alla sella che garrisce al vento mentre pedala, e ha un grande cartello giallo attaccato alla ruota posteriore. Sul cartello c’è scritto «Viaggio attraverso la Cina contro la corruzione». L’uomo, Wang Yongkang, è stato rovinato da funzionari statali disonesti. «Tutte uguali le dinastie», commenta il ciclista-dissidente solitario, «partono bene ma poi si guastano. È per questo che abbiamo bisogno di una riforma politica. Altrimenti il partito e il Paese crolleranno entro una decina d’anni. In Occidente la gente ha un modello morale interiore. I cinesi no. Se non c’è qualcosa di esterno a frenarli, loro fanno quello che vogliono per se stessi, senza chiedersi se è giusto o sbagliato». Una serata con una prostituta in una squallida e remota città di provincia rivela i miracoli del karaoke: «Da giornalista radiofonico ho scoperto nel corso degli anni che convincere i cinesi a parlare con franchezza al microfono è una fatica improba. Per quanto nel Paese non circoli più la rigidità dell’era maoista, resta sempre una certa titubanza a esprimersi apertamente, soprattutto con uno straniero. Ma basta ficcare un microfono da karaoke in mano a un cinese e lui o lei non esiteranno a cantare. Il karaoke per gli asiatici è il mezzo socialmente accettabile per esprimere ciò che sentono nel profondo. (La prostituta) Wu Yan ha detto un sacco di cose a questa grande stanza vuota e a me».Unico straniero su una corriera di campagna diretta a Jinchang, il reporter americano s’imbatte in una ginecologa che fa il giro dei villaggi per costringere ad abortire le donne che hanno già figli. Ne esce un racconto orripilante, di aborti forzati all’ottavo mese sotto la pressione della polizia. «La dottoressa non si rende conto che sta rivelando cose molto delicate. Per lei è tutto logico e patriottico e giusto. “I cinesi sono troppi”, ripete. Quando le chiedo come si sente come madre a fare quelle cose non capisce nemmeno la domanda. I cinesi vedono il mondo occidentale, con tutte le gravidanze adolescenziali e le relative conseguenze, e si domandano cosa diavolo crediamo di fare, lasciando che tutto questo succeda quando potremmo risolvere il problema con una semplice procedura medica».Arrivato nel deserto del Gobi dove l’autostrada 312 indica 2.643 chilometri da Shanghai, nella cittadina di Zhangye Gifford s’imbatte nei manifesti di Brad Pitt e Angelina Jolie, la pubblicità del film Mr & Ms. Smith. S’imbatte anche nei rappresentanti locali della Amway, celebre multinazionale americana della “vendita diretta”, il marketing porta-a-porta di prodotti domestici. È uno dei quadretti più deliziosi del suo racconto di viaggio. Il gruppo dei venditori locali della Amway, ai confini del più vasto deserto dell’Asia centrale, è organizzato quasi come una setta religiosa. Hanno i loro raduni, in cui ascoltano il Verbo del marketing dal loro capo, per assorbire le tecniche di persuasione occulta con cui vendere i prodotti più inverosimili: deodorante per le ascelle in una landa desolata dove i clienti sono rozzi muratori dei cantieri; spray per profumare il fiato dopo i pasti a base di cibi piccanti e soffritti d’aglio. Quasi come in un miraggio fra le dune del deserto Gifford ha la visione del Sogno Cinese e del Sogno Americano che si fondono l’uno nell’altro.La 312 prosegue attraversando lo Xinjiang, l’ex Turkmenistan orientale popolato dagli uiguri di religione islamica. Ai tempi di Marco Polo lo solcavano le carovane dei cammelli, i mercanti lungo la Via della Seta facevano la spola tra l’Impero di Mezzo e Samarcanda, Buccara, la Persia, il Mediterraneo. Lo Xinjiang ha le dimensioni dell’Italia più la Francia, la Germania e la Spagna messe assieme. Se fosse una nazione sarebbe la sedicesima al mondo per superficie, eppure ha appena venti milioni di abitanti. È solcato dall’oleodotto che trasporta energia dall’Asia centrale. Stagno, alluminio, rame, ferro, oro: sotto la sabbia del deserto ci sono giacimenti di ricchezze immense. Il cellulare di Gifford vibra, come sempre succede in Cina quando si entra in una nuova provincia o regione. Il messaggio pubblicitario dice: «Benvenuto nello Xinjiang». Subito dopo gli arriva un altro sms: «Cerchi un regalo? La giada di Khotan è perfetta per ogni occasione. Chiama subito questo numero». IL LIBROSi intitola Cina. Viaggio nell’Impero del futuro il libro in cui Rob Gifford ricostruisce la sua esperienza on the road sulla Route 312, attraversando tutto il Paese Pubblicato da Neri Pozza (380 pagine, 20 euro), il volume sarà in libreria giovedì 27 marzo
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A Terni non c’è il mare, e non c’è neanche un artigianato di qualità paragonabile a quello genovese: però nell’intervista rilasciata ieri a La Repubblica dalla Sindaco Marta Vincenzi io vedo molti punti in comune fra la realtà del capoluogo ligure e quella della nostra città.
Con quella faccia un pò così, quell’espressione un pò così che abbiamo noi, che abbiamo visto Terni.
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Finalmente il tribolato percorso di costruzione del Partito Democratico comincia a generare qualche significativo frutto.
Primo fra tutti, il debutto pubblico del PD a Terni, con il primo appuntamento di riflessione politica di carattere “istituzionale”.
pd.pdf Giovedì 17 alle 16 presso l’Hotel Michelangelo, Marina Sereni e Giampiero Bocci saranno i protagonisti dell’incontro pubblico “Costruiamo insieme il Partito Democratico a Terni”.
Poiché in questi casi la forma è anche sostanza, mi auguro che le modalità di svolgimento del dibattito (ovvero chi parla; cosa viene detto; come viene detto; chi, come e per quanto tempo ascolta) possano rappresentare con chiarezza concreti e irrevocabili segnali di rinnovamento dello stile e dei contenuti del fare politica nella nostra città.
Io sono fiducioso che ciò possa accadere.
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Nell’augurare a tutti i puntigliosi democratici – con doveroso realismo - un 2008 almeno non peggiore del 2007, sottopongo alla lettura e al commento le analisi di fine anno pubblicate negli ultimi giorni da alcune delle migliori penne (e dei più acuti cervelli) del giornalismo italiano.
Iniziamo con l’intervento di Marco Vitale pubblicato da Il Sole 24 Ore il 27 dicembre
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Cinque ragioni (non scontate) per essere ottimisti
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