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grouchomarx Colpo ad effetto del Pd ternano per uscire dall’impasse che lo sta paralizzando in questi giorni.

“Le primarie si faranno”, ha detto il segretario comunale del PD (e forse futuro segretario provinciale), Giorgio Prezzemolo “perchè sono un indispensabile strumento di democrazia e un mito fondativo del nostro partito”.

Il segretario ha però aggiunto allargando le braccia: “Purtroppo però, per motivi di natura strattamente tecnica e organizzativa (il regolamento regionale del partito è stato ingoiato dallo schnauzer della Bruscolotti e il tipografo incaricato di stampare i moduli per la votazione giace malato in una dacia sul Mar Nero n.d.r.), le primarie per decidere il candidato a sindaco si terranno ad agosto, appena due mesi dopo le elezioni amministrative”.

Non si scompongono i giovani Vladimiro Carnieri e Natasha Liviantoni, belle speranze del forum giovanile “Giovani speranze per il rinnovamento del partito”: “Le primarie ad agosto consentiranno una più attenta ponderazione delle candidature, anche alla luce del risultato delle amministrative”. E a chi li solletica parlando di una candidatura giovane, sul modello fiorentino di Matteo Renzi, rispondono decisi: “I nomi non mancano. Il problema è che i cognomi sono sempre gli stessi!”

Partito democratico: oltre la politica, dentro la satira!

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foto-veltroni3189_img1.jpg Peccato. Eravamo un partito unito su tutto. Purché non si parlasse di politica.

E’ triste commentare la fase finale di una parabola, che all’inizio ci ha visto creare questo sito e il gruppo di Punto democratico, sulle ali del nascente Pd Veltroniano, ed oggi ci vede basiti e increduli, mentre assistiamo al suicidio collettivo della sinistra italiana.

L’idea di partenza, forse, non era una cattiva idea. Non vogliamo unirci al coro dei tanti scettici dell’oggi, che dimenticano di essere stati entusiasti al tempo in cui faceva comodo. Noi ci abbiamo creduto. E non lo neghiamo.

Ora non rimane che raccogliere i cocci e cercare di capire cosa è andato storto. Al di là delle tante analisi più o meno pedestri che si possono abbozzare, la fine del PD di Veltroni (e, per coerenza, di tutti coloro che hanno appoggiato la sua segreteria) è la fine di quella che potremmo chiamare la “politica della sintesi senza dialettica”.

La fine, cioè, dell’idea che bastasse giustapporre idee e pensieri diversi, fingendo di non vedere la distanza tra le reciproche posizioni, per farli convivere senza problemi in un unico partito. Ci si è provato. E ne è scaturito il partito delle mille astensioni, incapace di prendere una qualsiasi posizione che andasse oltre il più trito buon senso.

Non so se il PD abbia ancora un senso e una prospettiva. Di certò potrà assumerla solo se al conflitto tra pensieri divergenti sia data la possibilità di esprimersi e confrontarsi dialetticamente. Facendo emergere le differenze, contandosi e prendendo una posizione netta, chiara, comunicabile.

Vale per le questioni etichie, certo, ma anche per i temi della sicurezza e per le questioni economiche. Sempre che si riesca, ad esempio, ad elaborare uno straccio di analisi che dia un senso a questa crisi e faccia uscire l’economia da una spirale conservatrice, che ha visto la terribile compressione dei salari a beneficio di rendite e profitti. Il tutto senza cadere nell’altra forma ancor più nefasta di conservatorismo, che porta a ristatalizzare tutto e a chiudersi nelle frontiere impermeabili del protezionismo.

Certo, servono idee, serve energia, servono ricerca e pensiero.

E serve un partito strutturato e dialettico, in cui ci sia posto per tanti, ma non per tutti. Un partito, ad esempio, in cui non ci sia spazio per chi nega alla radice la laicità dello Stato e l’autodeterminazione dell’individuo. Un partito in cui non ci sia spazio per i vecchi ceffi per cui la politica è solo occupazione del potere (ad ogni costo, con ogni mezzo). Un partito in cui non ci sia spazio per i tanti, troppi, che sono scesi a compromessi troppo infami e sono andati oltre i limiti della decenza e della legalità.

Caro Walter, sei uscito di scena con dignità e compostezza e questo ti va riconosciuto. Forse le speranze che hai suscitato erano troppo belle per poter reggere il peso di una realtà così amara.

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garibaldi_36049 In Senato è stato appena approvato un emendamento all’articolo 1 della legge delega Brunetta in materia di pubblica amministrazione, che suona più o meno così: “Il Governo è delegato ad adottare uno o più decreti legislativi volti a (…)  una più efficace organizzazione delle procedure concorsuali su base territoriale (…)  da garantirsi  mediante specifiche disposizioni del bando, con riferimento al luogo di residenza dei concorrenti, quando tale requisito sia strumentale all’assolvimento dei servizi altrimenti non attuabili o almeno non attuabili con identico risultato“.

Siamo, cioè, alla regionalizzazione dei concorsi. Se il Comune di Varese dovesse pensare, ad esempio, che un vigile urbano di Napoli non può svolgere la mansione con identico risultato di quanto farebbe un lùmbard, nel bando di concorso potrà favorire i propri residenti rispetto agli altri italiani.

E’ una piccola cosa, ma segna una prima crepa nell’unità nazionale. Praticamente le limitazioni allo spostamento dei lavoratori tra gli Stati dell’Unione, vengono clamorosamente reintrodotte all’interno di uno Stato nazionale. Il tutto per evitare che i “terroni” occupino i posti di lavoro nelle pubbliche amministrazioni del Nord (ma i bresciani possono andare a Reggio Calabria per prendere il titolo di avvocato, vero ministra Gelmini?).

In fondo la questione setterntrionale, tanto cara anche ai nostri Chiamparini e ai fanatici dell’assurda proposta del PD del Nord (ma sì, balcanizziamoci un altro po’: ne abbiamo proprio bisogno!) è tutta in questo coacervo di egoismo gretto e di insofferenza, espressa dalla parte più ricca del Paese, che non ne può più di accollarsi i bisogni e le esigenze di un’altro pezzo di Italia, che ha tornato a sentire estraneo e lontano.

E la risposta del PD? Ovviamente abbiamo votato contro l’emendamento, facendo anche qualche intervento in dichiarazione di voto. Spero però che, a causa di questa norma, il voto sull’intero provvedimento sarà fermamente contrario (ma temo che così non sarà).

Magari anche noi abbiamo l’esigenza di “avere insegnanti più legati al territorio ed espressione dello stesso”, come ha sostenuto una pur brava senatrice del PD. E in fondo il provvedimento è figlio di quella stessa grettezza e di quel provincialismo che fa sostenere ai nostri amministratori locali che l’università a Terni serve per non far andare i nostri bardascitti a studiare fuori dalla Conca. Ognuno a casa sua. E tutti più contenti.

Perché, in fondo,  respiriamo anche noi quell’aria di provincialismo gretto che si respira in Italia. In Italia…Sempre che di Italia, ormai, si possa più parlare.

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Da www.ansa.it

«ROMA – Il Parlamento toglierà la “retroattività” dalla norma che introduce modifiche al bonus fiscale del 55% sugli interventi di risparmio energetico. Lo ha detto il ministro dell’Economia Giulio Tremonti durante un’audizione alla Camera».

Chissà che anche la protesta che ha iniziato a correre su internet non abbia influito sulla retromarcia.

Ma visto che il decreto è firmato dallo stesso ministro Tremonti, non ci poteva pensare prima? Una svista? Oppure ci ha provato?

Comunque non c’è molto da festeggiare:  la retroattività “salta”, ma la norma rimane per il futuro…

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…è piena di amici di Punto Democratico!

Citiamo tra gli altri:

Federica Cercarelli, responsabile della comunicazione (che potrà così utilizzare al meglio l’esperienza da blogger).

Gregorio Alteri, responsabile dell’organizzazione (un compito da grande vecchio, Greg…)

Emilio Giachetti, coordinatore della segreteria (il posto di chi studia da segretario, dicono i giornali)

Riccardo Giubilei, coresponsabile degli enti locali (nonché delegato alle discussioni internettiane con i compagni radicali).

Grandi felicitazioni per i nostri amici chiamati a ricoprire ruoli cardine in un momento assai delicato.

Cambiare si può. Anzi, si deve. E la loro nomina è un gran bel segnale.

In bocca al lupo!

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Ma davvero stiamo decidendo il candidato a sindaco sulla base di un sondaggio telefonico?

Siamo passati dalle primarie al televoto!

Neanche all’Isola dei famosi…

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Alcuni stralci di un crudele articolo di Giuseppe D’Avanzo.

«Altri sono i fatti. Tra gli eletti del Pd gli under 40 (dunque, i giovani autentici) sono appena il 13 per cento e, se si allarga la forbice ai 49 anni, si arriva soltanto al 43 per cento (34 per cento in meno rispetto alla Lega, il partito – ripeto – più “antico”). Un risultato assai modesto, anche se il PD è riuscito ad abbassare in questa legislatura la media dei suoi eletti da 54 a 49 anni, un anno in meno del Partito della Libertà (50).

Se poi si guarda ai criteri di selezione o alla qualità di questa presenza giovanile, la luna diventa nera. Al contrario dei volti nuovi della Lega, non si scorge nessun radicamento nel territorio, nessun legame con la società. Paiono decisive cooptazione, fedeltà senza discussione, buona presenza mediatica.

L’avventura politica di Marianna Madia ne è il prototipo più esplicito. Ventotto anni, scelta addirittura come capolista a Roma, presentata come “economista” tra le perplessità degli economisti, avventurosamente si presentò così: “Metto al servizio del Paese la mia incompetenza”. Merito, competizione e senso di responsabilità non orientano i comportamenti e le scelte di chi governa il Partito Democratico né sollecitano quei giovani che chiedono di governarlo o almeno di contare di più, di avere più spazio e potere».
 
«Il quarto e ultimo argomento: se si guardano i numeri, la politica italiana non è priva di giovani. Anzi, è giovane. Il suo deficit è un altro.

Se si guarda al PD, è ossessionata dall’obbedienza, disinteressata alle competenze spendibili liberamente. È dominata dalla prudente ragione del primum vivere che orienta da sempre i maturi di ogni partito e ora anche gli acerbi dell’ultimo partito nato. E’ una politica che non conosce il conflitto.

Il conflitto vero sulle questioni reali (non le cerimonie mediatiche) è, al contrario, sempre salutare e necessario se un corpo sociale, qualche che sia, non vuole sclerotizzarsi e conservare vitalità e dinamismo. E’ il conflitto il grande assente nel parolaio del discorso politico giovanilistico. Dove comme il faut si fa un gran parlare di Barack Obama (chi sarà il nostro Obama? dove troveremo il nostro Obama?).

Si dimentica che il nuovo presidente americano ha sconfitto in campo aperto, al termine di una lunga e dura battaglia, Stato per Stato, elettore per elettore, due micidiali clan politici (Bush e Clinton) che hanno governato gli Stati Uniti negli ultimi venti anni.

Ce l’ha fatta non perché è su Facebook (anche), ma perché (innanzitutto) ha un’idea della natura della crisi degli Stati Uniti e un programma per affrontarla. È apparso autorevole, credibile, responsabile, capace di stringere forti legami sociali, di radicarsi nel Paese e tra la sua gente perché la sua intelligenza delle cose è maturata a contatto con la realtà in cui vive e si muove un popolo in carne e ossa e non nel mondo frammentato dell’immagine, dei consumi, delle mode, dello spettacolo dove abitano soltanto figurine di cartone».

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Evitare il bagno di sangue delle primarie.

Così, con un eccesso grandguignolesco, si esprime la stampa locale a proposito delle manovre piddine sulla scelta del candidato a sindaco.

Ma le primarie non erano la panacea di tutti i mali, il segno inequivocabile della nostra diversità, lo stigma attraverso cui marcare l’identità di un partito nuovo, appunto, democratico? E ora sono diventate un “bagno di sangue”…

C’è qualcosa che non torna. O mi è sfuggito qualche passaggio statutario sulle modalità di svolgimento delle stesse (assalto all’arma bianca tra gli sfidanti; lotta gladiatoria al Colosseo; salto nel cerchio di fuoco; lotta libera nel fango) oppure la contraddizione tra atti e parole si fa davvero stridente.

E allora, perché non provare a credere veramente che un partito può essere ancora il luogo del confronto (che non è necessariamente scontro all’ultimo sangue) tra idee diverse di città? Perchè non chiamare la politica ad una sfida alta e aperta, che veda più candidati “veri” confrontarsi pubblicamente (altrimenti le primarie diventano solo il computo delle amicizie e delle consorterie) sui programmi e sulle prospettive?

Questo metodo ci darebbe un poderoso vantaggio rispetto alla destra, a prescindere dalla scelta del candidato.

Potremmo infatti dimostrare di essere noi la vera forza innovatrice della città e non una destra che candida a sindaco un personaggio calato dall’alto, costretto a confrontarsi con i giochetti politicisti melasecchiani, con un grande futuro alle spalle, fatto di esperienze brillanti (da Presidente della Consulta) e da altre più recenti e disastrose (da Presidente della RAI), e che ha cambiato più casacche di Bobo Vieri (comunista, liberale e ora esponente della destra berlusconiana).

Certo, fare le primarie significa mettersi in gioco. Significa rischiare. Significa fare un passo indietro in caso di sconfitta, senza poter contrattare posticini di ripiego in attesa di sorte migliore (cosa che accade sempre quando il candidato viene scelto “a monte”).

Ma non è forse di coraggio che, in questo momento, abbiamo bisogno?

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 Secondo i giornali di oggi, i vertici del PD starebbero implorando Micheli di candidarsi a sindaco di Terni.

La cosa mi ricorda pericolosamente quando, durante le ultime elezioni, i vertici del PD implorarono Rutelli di candidarsi a sindaco di Roma… Detto, si intende, con tutto il rispetto e l’ammirazione per la storia di Enrico Micheli.

Primo: davvero non capisco chi glielo faccia fare. E’ stato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ed ora si dovrà mettere a fare le trattative con Campili (appena transitato nell’Italia dei vetusti, forse affascinato dall’idea di confrontare la propria acrobatica facondia con quella, altrettanto spericolata, di Di Pietro).

Secondo: ma perché, se stiamo sempre a sbandierare ai quattro venti che siamo il partito delle primarie, passiamo tutto il nostro tempo a trovare candidati unitari per scongiurarle? Allora diciamo esplicitamente che le primarie ci fanno schifo. Mica sono un obbligo.

Terzo: al primo che si azzarda a parlare di rinnovamento generazionale gli stacco un orecchio a mozzichi (tanto per citare il marchese de Tayllerand).

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  Sarebbe proprio bello, domani mattina, svegliarsi e sentirsi tutti americani…

Tutto il mondo incrocia le dita e spera nel miracolo di un candidato nero, con un programma spiccatamente di sinistra, che conquista la Casa Bianca.

Dandoci così una triplice lezione. Sull’importanza dell’integrazione e del meticciato. Sulla necessità di un cambio generazionale a sinistra. E sul fatto che si vince se si è moderati nei toni, ma chiari e netti nelle idee e nei valori.

E speriamo che domani sia, per tutti, the rising…

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