Posts Tagged “crisi economica”
Un paio di osservazione sulla cruciale manovra economica che il governo sta varando.
Equità
Tra le misure più sbandierate c’è il taglio alle pensioni di invalidità. D’ora in poi avrà diritto alla pensione di invalidità chi è invalido almeno all’80%. È importante osservare che non si sta togliendo la pensione a falsi invalidi, tanto meno si sta rimuovendo un privilegio ad una ricca casta, ma si sta togliendo la pensione e l’assistenza a persone spesso non autosufficienti! Si scarica la crisi sulle persone più deboli della società.
Idee per lo sviluppo
In tutta la manovra non c’è una riga che parla di sviluppo, non c’è un’idea di futuro, non c’è una proposta economica, fosse anche a costo zero. Sono più di due anni che Tremonti guida il tesoro, e ora sembra addirittura avere il potere di guidare il governo, ciononostante non riesce ad inserire una sola proposta economica innovativa in tutta la manovra.
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Può sembrare incredibile. Siamo nel bel mezzo di una crisi globale che ha messo seriamente in discussione i dogmi del neo liberismo rampante e del capitalismo iper-finanziarizzato. Gli Stati Uniti hanno eletto un Presidente schiettamente, apertamente e magnificamente “di sinistra”, che fa della rivoluzione verde, del pacifismo e della difesa della mddle class i suoi punti di riferiento. Nonostante questo la vecchia sinistra della vecchia Europa arretra quasi dappertutto.
Come spesso accade nel bel mezzo della crisi molti elettori cercano ricette di destra, di più corto respiro, certamente meno complesse e forse per questo più rassicuranti. Va notato, però, che la sinistra meno tradizionale (da Cohn Bendit in Francia ai Verdi tedeschi) aumenta nettamente i propri consensi, raccogliendo con nettezza le sfide dell’ecologia, della nuova politica energetica, della vivibilità dei centri urbani, dei diritti individuali e dell’integrazione dei migranti.
Sarebbe dunque sbagliato porsi in una prospettiva “geometrica” e chiedersi se la sinistra europea debba andare più al centro o più a sinistra. Sarebbe invece utile studiare davvero il “caso Obama”, per capire come il fronte progresista può raccogliere davvero le sfide della modernità, senza tentennamenti, lanciando messaggi chiari e innovativi, rompendo con le tradizioni più arcaiche della sinistra continentale, ma avendo il coraggio di lanciare messaggi chiari, comprensibili e non paludati.
Soprattutto bisognerrebbe smetterla di inseguire eternamente la destra, facendosi portare sul suo terreno di battaglia. Bisogna invece trovare messaggi forti da contrapporre: alla paura dello straniero dobbiamo contrapporre la bellezza di una multiculturalità ordinata, al bellicismo destrorso il coraggio del dialogo internazionale, alle smanie nucleariste di ritorno le opportunità della rivoluzione verde, ad un’etica conservatrice e retriva una laicità rispettosa delle diversità di ciascuno.
E’ ovvio: per rinnovarsi occorrono donne e uomini nuovi. A chi ha gestito la sinistra europea (e italiana) negli ultimi anni, va chiesto con nettezza un ultimo atto di coraggio: farsi da parte.
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Eccoci in vista delle elezioni europee, ma come ci stiamo arrivando?
Tanto per cominciare l’attenzione dell’opinione pubblica, dei media, e della politica e’ tutta concentrata sui fatti privati del Presidente del Consiglio. Prima di iniziare a scrivere questo articolo ho fatto un giro sul sito del Partito Democratico, mi sono trovato di fronte alla hot news: Apicella in missione? (Vedi immagine)

Vista la situazione economica senza precedenti in cui ci troviamo, possibile che non si trovi prioritario discutere dell’Europa che vogliamo?
Inoltre, non si può certo dire che l’Unione europea goda di ottima salute, gli stop alla ratifica della costituzione e del Trattato di Lisbona hanno segnato un seria battuta d’arresto al processo di rafforzamento politico dell’Unione. Inoltre sembra che gli elettori dei paesi dell’Est non abbiano intenzione di correre alle urne, si stima un’affluenza media del 30%, anche se gran parte delle popolazioni si ritiene soddisfatta della presenza nell’Unione europea.
Questo e’ uno dei primi successi dell’Unione: che cosa sarebbe successo ai paesi dell’Est se si fossero trovati ad affrontare questa crisi fuori dall’Unione europea, costretti tra l’Occidente e l’”influente” Russia?
Per quanto ci riguarda, come avremmo potuto reggere la globalizzazione dei mercati e la successiva crisi con la vecchia Lira?
Grazie all’Unione europea possiamo affrontare una crisi come questa con una base economica forte, e senza il pericolo di instabilità politiche continentali. Scontato? non tanto visto che dopo la crisi del 1929 si arrivo’ alla Seconda Guerra Mondiale.
Se vogliamo andare a rappresentare l’Italia in Europa da europesiti credo che questi siano fatti da ripetere fino allo sfinimento! Non sono conquiste per niente scontate e vanno continuamente consolidate!
Se poi volessimo proporre anche qualcosa, ho trovato un interessante spunto leggendo una dichiarazione di Romano Prodi sugli Eurobond:
“… Li avevo proposti sul Financial Times parecchio tempo fa. Son d’accordo perché gli eurobond sono uno strumento come un altro, ma hanno un particolare: danno l’idea agli speculatori che se tenteranno di attaccare uno dei paesi, tutta l’Europa risponderà. E questo politicamente è un’altra cosa”. Oltre a fermare la speculazione, gli Eurobond come potrebbero essere investiti? Romano Prodi: “Si è parlato di alcuni grandi progetti europei, come l’economia verde. Se si indirizza il ricavato degli Eurobond in questa direzione…”.
Quindi usare uno strumento finanziario stabile e sicuro, per far ripartire l’economia continentale e dare una svolta decisiva verso un futuro piu’ eco-sostenibile. Mi sembra un interessante punto di discussione.
Abbiamo un cosi’ grande strumento politico… ma i nostri politici appaiono cosi’ piccoli.
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Chissà che cosa avrà regalato Berlusconi alla fresca diciottenne Noemi, di certo lui si e’ fatto un bel regalone: le frequenze del digitale terrestre.
20 giorni fa Corrado Calabrò, presidente della Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, ha emesso un comunicato stampa dove viene stabilito come verranno assegnate le 21 reti nazionali in tecnica DVB-T.
La delibera sul dividendo digitale prevede che quattro canali siano dati a Rai, quattro a Mediaset, tre a Telecom Italia, due a ReteA e uno a Europa TV. Quanto ai restanti cinque canali, alcuni dettagli portano a pensare che a Rai e Mediaset sarà assegnato un ulteriore canale a testa. Restano quindi solo tre canali su cui sarà effettuato un beauty contest limitato a operatori televisivi.
Questo significa che le frequenze, che faranno la fortuna delle televisioni del fututo, saranno assegnate senza che lo stato chieda un soldo! Vi ricordate i soldi che vennero incassati dalla stato grazie alla vendita delle frequenze (sola) dell’UMTS?
Perché’ lo stato non mette all’asta le ben più’ appetibili frequenze del digitale terrestre? se non altro per recuperare i soldi spesi nelle ultime finanziarie del precedente governo Berlusconi per il bonus per l’acquisto del decoder.
Nel resto d’Europa i governi stanno mettendo all’asta le frequenze, e per aumentare la competizione invitano a partecipare anche gli operatori di telefonia mobile e i provider internet.
In un periodo dove lo stato e’ alla disperata ricerca di soldi, si regalano le licenze ai più’ grandi veicolatori di pubblicità!
Ecco una bella pagina di economia berlusconiana.
Per approfondimenti:
Autorità per le garanzie nelle comunicazioni COMUNICATO STAMPA
SE LO STATO NON VUOLE INCASSARE IL DIVIDENDO DIGITALE di Tommaso Valletti
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Nel segnalare un’iniziativa interessante apparsa su facebook relativa “all’8 per mille” (Scriviamo al Parlamento per destinare l’8 per mille alle famiglie indigenti) colgo l’occasione per ricordare a tutti cosa sia e come funzioni:
Come otto per mille viene definito il meccanismo con cui lo Stato italiano ripartisce in base alle scelte dei contribuenti l’8‰ dell’intero gettito fiscale IRPEF fra lo Stato e diverse confessioni religiose, per scopi definiti dalla legge.
Va notato che la scelta espressa con la firma non determina direttamente la destinazione della propria quota di gettito fiscale, ma quella di una quota media uguale per tutti i cittadini. Lo Stato calcola l’importo totale delle entrate dovute all’IRPEF e da questo importo totale scorpora l’otto per mille; poi calcola il numero totale di firme e le percentuali di queste firme attribuite ai vari enti; infine ripartisce l’otto per mille tra gli enti in base alle percentuali delle firme espresse. In questo modo le firme di tutti i contribuenti hanno lo stesso peso, indipendentemente dal loro reddito.
Anche l’otto per mille dell’IRPEF di chi non firma viene comunque redistribuito tra cinque dei sette enti contendenti (vedi più avanti), secondo le percentuali calcolate in base a chi ha espresso una scelta.
Il funzionamento, quindi, è simile a quello di un referendum sulla destinazione del gettito complessivo sia per quanto riguarda i voti espressi (parità di efficacia di tutti i voti qualunque sia il censo del contribuente) che per i voti inespressi (inefficacia dell’astensione).
L’aspetto più controverso dell’8 per mille è la ripartizione delle scelte inespresse. Tale ripartizione è attualmente effettuata secondo un criterio proporzionale rispetto alle scelte espresse. Questo criterio, che secondo le principali critiche violerebbe di fatto il principio di equo sostegno alle confessioni religiose su cui avrebbe dovuto basarsi il sistema dell’otto per mille, fu definito già nel 1984 “una mostruosità giuridica” dallo storico Piero Bellini in un suo articolo per Il Sole 24 Ore, e criticato da diverse personalità del mondo laico e dello stesso mondo cattolico, compreso l’ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.
Secondo molti critici il sistema si configura dal punto di vista giuridico come una sorta di votazione su una imposta (in cui chi non ha espresso una preferenza non viene considerato). Il fatto che i cittadini non possano esprimersi direttamente su una imposta, infatti, è un fatto ampiamente acquisito nella civiltà giuridica dei paesi occidentali, e anche la nostra Costituzione vieta espressamente referendum in materia tributaria e di bilancio (art. 75). L’analoga iniziativa del Cinque per mille, che ha lo scopo di finanziare la ricerca ed il non profit, prevede che in caso di non espressione di una preferenza il gettito venga incamerato dallo Stato: in questo modo il cittadino può disporre soltanto del 5×1000 calcolato sulla propria IRPEF, e non influenza in alcun modo l’utilizzo del denaro di chi non ha espresso preferenza.
http://www.facebook.com/video/video.php?v=1084378000612&ref=nf#/group.php?gid=59568161051&ref=nf
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 In greed we trust
Negli ultimi tempi sono alla disperata ricerca di qualche parola che mi ispiri un nuovo modello sociale, politico, economico e culturale. Ne ho disperatamente bisogno! Alcune le ho trovate in un articolo di Giorgio Ruffolo pubblicato su La Repubblica del 9 marzo di cui vi riporto la parte finale. Allego l’articolo completo.
…
È la logica della sterminatezza che sta alla base sia dei disastri ambientali che di quelli finanziari. E dovrebbe essere venuto il momento di opporre a questa logica dissennata l´etica dei limiti. Di combattere la vergogna criminale dei paradisi fiscali. Di limitare la «creatività» delle scommesse finanziarie. Di rallentare i movimenti di capitale speculativi. Di reintrodurre politiche dei redditi che proporzionino lavoro e produttività. Di introdurre misure di decenza nella sfrenata corsa delle rendite manageriali. Di osservare proporzioni programmatiche nella dinamica rispettiva dei consumi pubblici e di quelli privati.
Insomma, di realizzare una «moral reentry» dalla follia che ci ha condotto a questo passo. E che non riguarda solo l´economia, ma anche e soprattutto la politica. Vedete: quando dalla sommità della politica, si fa per dire, giunge un messaggio di comprensione dell´evasore fiscale, è lì che si misura il guasto arrecato all´etica del capitalismo. Quando io difendo le ragioni dell´antiberlusconismo non mi curo delle battute sulle donne (ciascuno ha i suoi gusti) ma dell´immoralità politica di quel messaggio (come di tanti altri dello stesso «tenore», nel doppio senso) e dell´insensibilità che insigni maestri di «liberalismo» dimostrano nell´accantonarlo.
Giorgio Ruffolo
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Vi segnalo questo articolo di Irene Tinagli pubblicato su Il Riformista il 17 febbraio scorso dal titolo “Meno iscritti all’università il vero segnale del declino”.
Ai tanti dati di segno negativo di questi ultimi tempi se n’è aggiunto un altro: il calo delle immatricolazioni universitarie. Un dato che forse fa meno notizia di un calo del Mibtel, dell’occupazione o dei prezzi delle case, ma che dà indicazioni molto preoccupanti sulla situazione in cui versa il nostro Paese e soprattutto sulle sue prospettive.
Secondo i dati recentemente diffusi dal ministero dell’Università gli iscritti nell’anno 2008-2009 sono diminuiti del 3,3 per cento rispetto all’anno precedente, il 4,4 per cento in meno rispetto a due anni fa e quasi l’8 per cento rispetto al 2003. Insomma, un trend che va avanti da anni e che si sta rapidamente aggravando.
Al di là dei soliti commenti sul fallimento della riforma del 2001, questo dato ci dice due cose.
Innanzitutto ci mostra che negli ultimi quindici anni mentre l’economia globale è diventata più esigente in termini di competenze e mentre molti paesi hanno quasi raddoppiato il livello di istruzione della popolazione, l’Italia è rimasta pressoché ferma.
Seconda cosa, ci dice che gli italiani non credono che questa tendenza si invertirà, non credono che l’economia e il mercato del lavoro in Italia si riqualificheranno. Quando c’è crisi nel mercato del lavoro per un diplomato dovrebbe essere più conveniente andare all’università che cercare lavoro: si tira fuori dal mercato quando è debole e vi rientra più formato quando questo ricomincia a crescere, ristrutturato e più esigente.
Il fatto che in Italia osserviamo il contrario ci dice sostanzialmente che gli italiani non hanno fiducia nella capacità di rinnovamento e riqualificazione del nostro mercato del lavoro.
Questo fenomeno preoccupa perché avrà ripercussioni negative sulla capacità innovativa del nostro Paese e sulla mobilità sociale, le due debolezze principali del nostro sistema socio-economico. È noto infatti che i primi a uscire o a non entrare nel sistema scolastico e universitario sono i giovani provenienti dai ceti medio-bassi, che non possono permettersi di investire anni importanti (gli anni della formazione professionale, in cui si può imparare un mestiere) in percorsi universitari che funzionano sempre meno da ascensori sociali. Non è un caso se, all’interno del dato nazionale sul calo degli immatricolati, si vedono enormi differenze tra atenei del Nord, che tengono bene (con Milano che vede un complessivo balzo in avanti) e atenei del Centro-Sud che subiscono i cali maggiori.
Ecco, questi sono i dati a cui dovremmo pensare quando vediamo le posizioni disastrose dell’Italia nelle classifiche sulla competitività, non all’Ici o all’imposta di successione.
Qualsiasi pacchetto o intervento “anticrisi” dovrebbe affrontare in modo serio questo problema ormai strutturale dell’Italia.
Un problema che con la crisi non farà altro che aggravarsi. Questo non significa investire in chissà quali alte tecnologie o presunti centri di eccellenza che producano qualche brevetto, ma in massicci interventi che aiutino i tanti ragazzi che a malapena finiscono le scuole dell’obbligo a completare le scuole superiori, e magari li portino all’università, e che riportino sui banchi di scuola o all’interno di percorsi formativi adeguati le migliaia di lavoratori scarsamente qualificati che corrono i maggiori
rischi di povertà e disoccupazione.
Purtroppo non si vede niente di tutto questo. Si parla di incentivi per le lavatrici, i mobili, le ristrutturazioni e le auto, evocando spesso i massicci aiuti varati dal nuovo governo americano.
Ma curiosamente ci si scorda che il pacchetto anticrisi di Obama non dispensa solo aiuti a grandi banche e aziende, ma include anche il più grande aumento di spesa in istruzione mai visto in America. Il budget del dipartimento per l’Educazione è passato dai 60 miliardi di dollari del 2008 a 135 miliardi di dollari per il 2009 e circa 146 miliardi per il 2010.
Altri 20 miliardi di dollari saranno allocati ad agenzie federali per supportare programmi collegati all’istruzione. Il provvedimento è molto variegato, include fondi per l’edilizia scolastica, borse di studio (quasi raddoppiate) e una serie misure per sostenere il mercato dei prestiti studenteschi.
Si può discutere sui metodi e i criteri di distribuzione di tali fondi, ma quello che l’Amministrazione
Obama sta dando è un segnale molto forte sull’importanza dell’istruzione, sulla volontà di investire nel futuro del Paese, e di fare sì che l’America, nonostante i suoi mille difetti, possa continuare a essere (o tornare a essere) un Paese in cui anche chi nasce in contesti meno favorevoli possa accedere alle risorse necessarie per crescere e realizzarsi.
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Leggendo ieri le prime dichiarazioni del cosiddetto dream team economico scelto da Obama, mi sono imbattuto in frasi del tipo: le nostre priorità sono la scuola, la sanità e le energie rinnovabili…
Esattamente in linea con il governo italiano.
Polemica facile e semplicistica.
Ma certo, se dietro al piano economico USA si intravvede una chiara idea di futuro, quale futuro ci suggeriscono la manovra varata ieri e i precedenti 5 anni di governo Berlusconi?
Le risposta e’ troppo facile.
Fortunamente qualche idea alternativa fa capolino anche in Italia. Oggi per esempio, su lavoce.info, un interessante e concreto articolo di Tito Boeri, Entrare in un circolo virtuoso? Si puo’.
Non sono un economista, ma voglio aggiungere qualche idea. Credo che spendere massicciamente soldi in energie rinnovabili, come si appresta a fare il prossimo governo USA, sia un grande investimento in infrastrutture, in ricerca e per il futuro.
Altra piccola considerazione, ricordo che quando frequentavo l’università di Firenze, i miei amici che studiavano fisica mi raccontavano che la loro facoltà era piena di soldi, perché riceveva dal Ministero della Difesa vagonate di soldi per ricerche con ricadute nel campo militare.
Perché non dirottare quei soldi per qualche ricerca che ci garantisca un futuro?
Perché non si propone questo discorso a livello europeo, la ricerca militare la si faccia, ma a livello europeo, spendendo meno soldi e meglio. In questo modo si libererebbero risorse da impiegare nella ricerca per avere energie pulite più vantaggiose, mezzi di trasporto eco sostenibili, un trattamento più efficiente dei rifiuti…
Altra piccola idea: il mondo dell’auto e’ in crisi? si prospettano licenziamenti e casse integrazioni? bene ad aiuti alle case automobilistiche, ma solo in cambio di mezzi di trasporto innovativi ed eco sostenibili.
Solo un po’ di idee, idee che possono apparire ingenue ed utopiche, ma che si appoggiano alla ventata di novità che arrivano da oltre oceano, che fino a qualche mese sembravano impossibili.
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Per carità, non dico che si debba festeggiare perché l’attuale crisi economica i cui nesfasti effetti sconteremo tutti.
Non dico che bisogna prendersela con chi, alla caduta del comunismo, ha inneggiato alla nascita del pensiero unico turbocapitalista, senza rendersi conto che il mercato, non più temperato dalla pressione dell’ideologia avversa, avrebbe portato agli sfaceli che abbiamo tutti sotto gli occhi.
Non dico che dovremmo iniziare ad apostrofare Berlusconi chiamandolo “Zombie con le grandi orecchie” o dare alle stampe impegnativi volumoni dal titolo “il libro nero del capitalismo” in cui si descrivono le molteplici atrocità perpetrate in nome del libero mercato.
Non dico che bisognerebbe andare da un incravattatissimo broker neolicenziato da una banca d’affari, con un mesto scatolone in mano, e definirlo “Sconfitto alla prova della storia”.
E’ vero: non si può non essere preoccupati per la grande crisi del capitalismo finanziario… Però, a 20 anni di distanza dal fatidico 1989, mi consentirete di sorridere sotto i baffi, assistendo al crollo del muro di Wall Street e alla sconfitta del pensiero unico iperliberista…
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