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Congo, La tragedia, la speranza.

Le ACLI di Terni, in occasione del 20° anniversario della presenza missionaria della Diocesi di Terni-Narni-Amelia nella regione del Kananga, vogliono portare all’attenzione dei cittadini ternani uno dei piu’ cruenti conflitti dimenticati: quello della regione del Nord Kivu, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo.

La zona orientale del paese piu’ ricco di risorse del Continente Nero continua ad essere devastato da una guerra senza fine. Ma la contrapposizione nella regione dei Grandi Laghi delle etnie Hutu e Tutsi trova i maggiori fattori di destabilizzazione negli interessi geopolitici dei paesi confinanti e soprattutto nelle politiche razziatrici dei gruppi economici e criminali che sfruttano indiscriminatamente le risorse naturali del Congo approfittando del caos.

Per approfondire questo tema e per rilanciare forme ed intensita’  della presenza della comunita’  ternana a sostegno dell’esperienza missionaria diocesana in Congo, le ACLI di Terni invitano tutta la cittadinanza all’incontro dibattito di venerdi’ 5 dicembre alle ore 17:00, presso l’auditorium di Palazzo Primavera in via Giordano Bruno.

Saranno presenti:

Eugenio Melandri, uomo di Pace, europarlamentare e giornalista che ha vissuto l’esperienza del Congo come missionario saveriano;
Jean Leonard Touadi, Deputato della Repubblica Italiana e giornalista di origine congolese;
Alfredo Cucciniello, Membro della Presidenza Nazionale delle ACLI con delega alla Pace.

Locandina
Invito

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Ecco l’ultima perla del Vaticano sull’omosessualità.

Devo ammettere che questa, in quanto a creatività, non teme confronto nè con quanto detto in passato nè con quanto potrà essere affermato in futuro (anche se è sempre meglio non porre limiti alla provvidenza).

L’autore della saggia raccomandazione è Monsignor Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, che ha motivato così l’opposizione del Vaticano alla proposta di depenalizzazione universale dell’omosessualità, presentata all’Onu dalla Francia: “Tutto ciò che va in favore del rispetto e della tutela delle persone – ha affermato l’arcivescovo – fa parte del nostro patrimonio umano e spirituale. Il Catechismo della Chiesa cattolica, dice, e non da oggi, che nei confronti delle persone omosessuali si deve evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione”.

“Ma qui – ha aggiunto Migliore, in riferimento alla proposta che la Francia ha intenzione di presentare all’Onu in favore della depenalizzazione dell’omosessualità nel mondo intero – la questione è un’altra. Con una dichiarazione di valore politico, sottoscritta da un gruppo di paesi, si chiede agli Stati ed ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni”.

“Per esempio – ha detto l’ arcivescovo all’agenzia cattolica I-Media – gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come “matrimonio” verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni” (virgolettato preso da Repubblica.it).

Che dire, nonostante la “letteratura” del Vaticano intorno al tema dell’omosessualità sia ampia, mai come stavolta rimango senza parole.

Vorrei però suggerire che, in tal caso, Stati come Vietnam e Pakistan potrebbero innervosirsi: se tanto mi dà tanto, anche la moratoria sulla pena di morte, approvata un anno fa proprio dall’Onu, discriminerebbe quei Paesi che ancora la applicano.

E che cavolo! Chi figli e chi figliastri? Contro tutte le discriminazioni, propongo di annullare la moratoria contro la pena capitale!!!

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Stamattina, non fidandomi delle incerte condizioni metereologiche, ho preferito rinunciare alla gita di Pasquetta e dedicare parte della mattinata ad una più attenta lettura del domenicale della Repubblica, in attesa di vedere in televisione la cerimonia di accensione della fiaccola da Olimpia.

 Ho trovato questo splendido articolo-recensione di Federico Rampini, che fornisce tanti preziosi spunti di riflessione sulla questione del Tibet, dei diritti, della democrazia, della globalizzazione: partendo da un punto di vista diverso ma non nuovo. Perchè dagli errori commessi nel passato – e dal loro pieno ed effettivo riconoscimento - c’è sempre molto da imparare.

La Cina e il suo Far West

di FEDERICO RAMPINI – LA DOMENICA DI REPUBBLICA, DOMENICA 23 MARZO 2008 – Nel colosso asiatico in pieno sviluppo è in corso il più vasto esodo umano della storia: ogni anno 15 milioni di contadini fuggono verso le città. Teatro di questa migrazione è l’autostrada 312, che attraversa il Paese da est a ovest. Un giornalista l’ha percorsa e racconta il suo viaggio straordinario  - Chi ha vissuto la tragedia del Tibet nel resto del mondo non può immaginare la percezione che ne hanno i cinesi. Dalle famigliole che si incontrano la sera nei ristoranti popolari di Pechino, ai giovani che si esprimono sui blog, si sente vibrare un’indignazione ben diversa dalla nostra. «I tibetani sono degli ingrati», è una delle frasi più moderate che ho sentito in questi giorni. Ingrati, perché i cinesi sono convinti di aver fatto molto per loro: prima li hanno liberati da una teocrazia feudale e parassitaria, poi gli hanno costruito ospedali, strade, aeroporti e ferrovie, li hanno alfabetizzati. A loro è stato perfino concesso un privilegio negato a quasi tutti i cinesi han: in quanto minoranza etnica i tibetani non sono tenuti a rispettare la regola del figlio unico. Come tutta risposta gli «ingrati» si scatenano nelle scene di violenza contro la popolazione cinese, riprese dalla tv di Stato nei giorni scorsi.A pensarla così non sono soltanto i cinesi che vivono dentro le frontiere della Repubblica popolare e quindi sono sotto l’influenza della propaganda, di un’informazione censurata e manipolata. So che perfino le comunità di studenti cinesi nelle università americane di fronte agli avvenimenti del Tibet si arroccano, si sentono circondate da un muro d’incomprensione. Sentono montare l’ostilità degli occidentali. Ascoltando le accuse rivolte a Pechino, si considerano le vittime di un linciaggio ideologico. Questi giovani cinesi che da anni vivono negli Stati Uniti hanno ricevuto le notizie recenti dal Tibet come le abbiamo avute noi; hanno sentito parlare il Dalai Lama; hanno letto e ascoltato i nostri commenti. Eppure anche nei campus universitari americani i cinesi condividono il pareredei loro connazionali su quegli «ingrati» dei tibetani. La verità è che molti cinesi del Ventunesimo secolo hanno verso una parte del proprio Paese un atteggiamento che evoca quello dei pionieri americani dell’Ottocento. I tibetani sono i loro indiani pellerossa: dei selvaggi, incapaci di adattarsi alla rivoluzione industriale. I cinesi si sentono portatori di una missione civilizzatrice. Considerano i tibetani un popolo inferiore.Chi non ha traversato per esteso la Cina non può rendersi conto di questo paradosso: la nazione più popolosa del pianeta è per lo più un territorio disabitato. I cinesi etnici o han stanno quasi tutti concentrati nelle regioni costiere dell’est e del sud, dove la densità della popolazione è altissima. Restano ancora semivuote le aree ben più vaste che sono la Mongolia interna, lo Xinjiang musulmano, il Tibet. Lì il viaggiatore può passare settimane intere senza incontrare una vera città; a volte senza imbattersi in un’anima viva. La Cina del Ventunesimo secolo è impegnata a “portare il progresso”, colonizzandole, in quelle immense regioni che rappresentano il suo Far West: la nuova frontiera dello sviluppo. In mezzo ai deserti, o nelle steppe mongole, o su altipiani himalayani sconfinati lavorano battaglioni di tecnici e operai cinesi per fare le autostrade e le ferrovie, i tralicci dell’elettricità e i ripetitori dei telefonini. Proprio come i loro antenati emigrati in America costruivano la grande ferrovia transcontinentale che doveva unire la East Coast al Pacifico. La nuova frontiera da conquistare, il Far West cinese, rappresenta anche la grande speranza per salvare da un futuro collasso Shanghai, Shenzhen e Canton: è là nelle immensità semidesertiche che i cinesi cercano il petrolio e il gas, l’acqua e i metalli per continuare ad alimentare la crescita delle zone costiere.A metà strada fra Pechino e il Far West sono sorte gigantesche metropoli che rappresentano le “teste di ponte” della colonizzazione. Per esempio Chongqing (30 milioni di abitanti), la mostruosa piovra industriale sullo Yangze: sembra una Chicago del primo Novecento Ingigantita dalla fantasia dello scenografo di Blade Runner. In quei crocevia nel cuore della Cina cozzano due flussi, quello della conquista coloniale verso ovest, e le migrazioni dei più poveri che dalle campagne arretrate fuggono per cercare lavoro in fabbrica.Bisogna aver visto questo movimento incessante per capire la Cina di oggi, anche la sua durezza, la sua crudeltà. È lo sforzo che ha fatto Rob Gifford, un giovane veterano tra i giornalisti occidentali in Cina, che frequenta questo Paese dal 1987 e vi è stato corrispondente della National Public Radio americana (l’unica radio pubblica, e di qualità, negli Stati Uniti). Quando ha saputo che stava per concludersi il suo incarico di corrispondente in Cina, Gifford ha deciso di attraversare il Paese on the road. Si è messo in viaggio lungo l’autostrada 312, che attraversa la Cina per quasi cinquemila chilometri da est a ovest, da Shanghai si lancia nel cuore agricolo e povero del Paese fino a raggiungere il deserto del Gobi, e da lì la vecchia Via della Seta.L’autostrada 312 è, letteralmente, uno spaccato della Repubblica popolare: la taglia longitudinalmente e soprattutto la viviseziona. Consente di fare un viaggio nello spazio e nel tempo, dalla Cina più ricca e avanzata alle zone che sono ancora Terzo mondo. La 312 stessa è un microcosmo perché la Cina di oggi è una nazione in eterno movimento. È il teatro del più vasto esodo umano mai accaduto nella storia: ogni anno 15 milioni di contadini fuggono dalle campagne verso le città. Le autostrade sono la versione contemporanea della ferrovia transcontinentale negli Stati Uniti dell’Ottocento, lì passano i pionieri in viaggio verso la nuova frontiera. La 312 è anche diventata un luogo di culto, un itinerario di moda per i giovani cittadini in cerca di emozioni, l’equivalente della leggendaria Route 66 americana. Lungo l’autostrada cinese avvengono due pellegrinaggi di natura molto diversa. Da un lato c’è un popolo in cerca di speranza che fugge come i contadini dell’Oklahoma degli anni Trenta descritti da John Steinbeck nel romanzo Furore, i poveri scacciati dalla siccità che emigravano verso la California. Nel senso inverso c’è una gioventù in cerca di emozioni e di avventure che parte da Shanghai con lo spirito di Jack Kerouac, dei beatnik e degli hippy americani negli anni Cinquanta e Sessanta. Vanno verso il deserto del Gobi a cercare la loro California.L’autostrada è il luogo migliore per intercettare lo spirito della Cina di oggi, il suo eterno movimento, la frenesia di spostare, trasferire, trasportare uomini e cose. Per capire che Paese diventerà questa Cina, Gifford ha provato a esplorarlo seguendo l’arteria principale: «La mia idea è di rispondere a queste domande viaggiando lungo la 312, tra camionisti e puttane, yuppy e artisti, agricoltori e venditori di telefonini». Ne è venuto fuori un libro singolare, China Road, che esce in Italia tra pochi giorni, pubblicato da Neri Pozza col titolo Cina. Viaggio nell’Impero del futuro.«Negli Stati Uniti», scrive Gifford, «ci sono nove città con più di un milione di abitanti. In Cina quarantanove. Può capitare di viaggiare per la Cina, arrivare in una città grande due volte Houston e pensare che quel posto non lo si è mai nemmeno sentito nominare. La nuova Route 312 ha contribuito al cambiamento, riducendo drasticamente la durata del viaggio per Nanchino, a Shanghai e verso la costa. Così come hanno contribuito l’espansione verso l’interno di fabbriche e società in cerca di costi più contenuti, e le rimesse dei lavoratori emigrati sulla costa».La grande traversata inizia proprio da Shanghai — «energia, atmosfera, speranza, possibilità, passato futuro: è tutto qui» — dove Gifford focalizza subito una differenza tra noi e loro. La coglie nel comportamento diverso di due gruppi di turisti che passeggiano sul Bund, il lungofiume di Shanghai che ospita i palazzi art déco del primo Novecento, e sull’altra sponda ha di fronte Pudong, la Manhattan dell’Asia con selve di grattacieli che svettano sempre più in alto. «Gli occidentali, come fa immancabilmente ognuno di loro a Shanghai, cercano di ricreare il passato scattando qualche foto ai vecchi palazzi coloniali. Anche i cinesi fanno quello che i cinesi fanno immancabilmente a Shanghai, cercano di sfuggire al vecchio scattando foto nella direzione opposta, lo sguardo perso oltre il fiume».Penetrando nella Cina profonda, nella provincia agricola dello Anhui lungo la 312, Gifford s’imbatte in un uomo in bicicletta con un bandierone rosso attaccato alla sella che garrisce al vento mentre pedala, e ha un grande cartello giallo attaccato alla ruota posteriore. Sul cartello c’è scritto «Viaggio attraverso la Cina contro la corruzione». L’uomo, Wang Yongkang, è stato rovinato da funzionari statali disonesti. «Tutte uguali le dinastie», commenta il ciclista-dissidente solitario, «partono bene ma poi si guastano. È per questo che abbiamo bisogno di una riforma politica. Altrimenti il partito e il Paese crolleranno entro una decina d’anni. In Occidente la gente ha un modello morale interiore. I cinesi no. Se non c’è qualcosa di esterno a frenarli, loro fanno quello che vogliono per se stessi, senza chiedersi se è giusto o sbagliato». Una serata con una prostituta in una squallida e remota città di provincia rivela i miracoli del karaoke: «Da giornalista radiofonico ho scoperto nel corso degli anni che convincere i cinesi a parlare con franchezza al microfono è una fatica improba. Per quanto nel Paese non circoli più la rigidità dell’era maoista, resta sempre una certa titubanza a esprimersi apertamente, soprattutto con uno straniero. Ma basta ficcare un microfono da karaoke in mano a un cinese e lui o lei non esiteranno a cantare. Il karaoke per gli asiatici è il mezzo socialmente accettabile per esprimere ciò che sentono nel profondo. (La prostituta) Wu Yan ha detto un sacco di cose a questa grande stanza vuota e a me».Unico straniero su una corriera di campagna diretta a Jinchang, il reporter americano s’imbatte in una ginecologa che fa il giro dei villaggi per costringere ad abortire le donne che hanno già figli. Ne esce un racconto orripilante, di aborti forzati all’ottavo mese sotto la pressione della polizia. «La dottoressa non si rende conto che sta rivelando cose molto delicate. Per lei è tutto logico e patriottico e giusto. “I cinesi sono troppi”, ripete. Quando le chiedo come si sente come madre a fare quelle cose non capisce nemmeno la domanda. I cinesi vedono il mondo occidentale, con tutte le gravidanze adolescenziali e le relative conseguenze, e si domandano cosa diavolo crediamo di fare, lasciando che tutto questo succeda quando potremmo risolvere il problema con una semplice procedura medica».Arrivato nel deserto del Gobi dove l’autostrada 312 indica 2.643 chilometri da Shanghai, nella cittadina di Zhangye Gifford s’imbatte nei manifesti di Brad Pitt e Angelina Jolie, la pubblicità del film Mr & Ms. Smith. S’imbatte anche nei rappresentanti locali della Amway, celebre multinazionale americana della “vendita diretta”, il marketing porta-a-porta di prodotti domestici. È uno dei quadretti più deliziosi del suo racconto di viaggio. Il gruppo dei venditori locali della Amway, ai confini del più vasto deserto dell’Asia centrale, è organizzato quasi come una setta religiosa. Hanno i loro raduni, in cui ascoltano il Verbo del marketing dal loro capo, per assorbire le tecniche di persuasione occulta con cui vendere i prodotti più inverosimili: deodorante per le ascelle in una landa desolata dove i clienti sono rozzi muratori dei cantieri; spray per profumare il fiato dopo i pasti a base di cibi piccanti e soffritti d’aglio. Quasi come in un miraggio fra le dune del deserto Gifford ha la visione del Sogno Cinese e del Sogno Americano che si fondono l’uno nell’altro.La 312 prosegue attraversando lo Xinjiang, l’ex Turkmenistan orientale popolato dagli uiguri di religione islamica. Ai tempi di Marco Polo lo solcavano le carovane dei cammelli, i mercanti lungo la Via della Seta facevano la spola tra l’Impero di Mezzo e Samarcanda, Buccara, la Persia, il Mediterraneo. Lo Xinjiang ha le dimensioni dell’Italia più la Francia, la Germania e la Spagna messe assieme. Se fosse una nazione sarebbe la sedicesima al mondo per superficie, eppure ha appena venti milioni di abitanti. È solcato dall’oleodotto che trasporta energia dall’Asia centrale. Stagno, alluminio, rame, ferro, oro: sotto la sabbia del deserto ci sono giacimenti di ricchezze immense. Il cellulare di Gifford vibra, come sempre succede in Cina quando si entra in una nuova provincia o regione. Il messaggio pubblicitario dice: «Benvenuto nello Xinjiang». Subito dopo gli arriva un altro sms: «Cerchi un regalo? La giada di Khotan è perfetta per ogni occasione. Chiama subito questo numero». IL LIBROSi intitola Cina. Viaggio nell’Impero del futuro il libro in cui Rob Gifford ricostruisce la sua esperienza on the road sulla Route 312, attraversando tutto il Paese Pubblicato da Neri Pozza (380 pagine, 20 euro), il volume sarà in libreria giovedì 27 marzo 

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