La nevrosi securitaria che sta contagiando l’Italia dovrebbe portare il più grande partito della sinistra del Paese a porsi interrogativi profondi sul complesso rapporto tra migranti e italiani e sulle vecchie e nuove forme di marginalità che interessano il Paese. Sbagliato sarebbe inseguire la destra in una risposta culturalmente misera ed anche complessivamente di scarsa efficacia, che si limita ad atteggiamenti “law and order” che difficilmente potranno arginare l’ inevitabile e continuo afflusso dei tanti disperati della Terra che bussano alle porte del Nord del mondo. Allo stesso modo sarebbe miope ignorare l’impatto che il fenomeno migratorio ha proprio sulla parte più misera della popolazione italiana. Il pogrom di Napoli deve farci interrogare su quale Paese siamo diventati.
Sui fatti di Napoli ci dobbiamo specchiare e capire che essi derivano certo dal disagio reale dei quartieri in cui sono insediati i campi rom, ma sono anche il frutto avvelenato di uno slittamento costante ma pericoloso della cultura italiana. Slogan come “Tornare ad essere padroni a casa nostra” sono stati sdoganati, insieme al riferimento culturalmente aberrante alla “radici cristiane dell’Europa e del Paese”. Le fiaccolate anti-rom, le ronde, un’informazione che alimenta artatamente l’emergenza e dimentica la responsabilità individuale dei singoli, rinchiudendo nei nuovi ghetti concettuali ed indentitari intere “etnie”, e le risposte di una politica astuta che maschera efficacemente il proprio vuoto di idee nelle risposte muscolari alle emergenze, ci hanno condotto ad un abbrutimento culturale indegno del popolo italiano.
Come si deve porre il PD di fronte a tutto questo? Ricordo l’emozione di un mio amico albanese, entrato prima come clandestino (maledetti clandestini!!!) e poi regolarizzatosi, dopo aver votato alle primarie del PD. Era il suo primo voto. Era, per lui, un modo per sentirsi riconosciuto come italiano. Un partito politico di sinistra (nella speranza che il PD voglia essere l’una e l’altra cosa), potrebbe allora essere un utile strumento di integrazione degli immigrati, di confronto tra italiani nati in Italia e nuovi italiani (che belle sarebbe iniziare a chiamarli così…), rinunciando nettamente ad un’impostazione che vede gli immigrati come un problema e riconoscendoli come membri della comunità che, come tali, devono essere necessariamente coinvolti nella vita dei partiti. Anche questo, del resto, è parte di quel radicamento sul territorio di cui tanto si parla. Del resto non è stato anche grazie alla paziente opera di integrazione ed educazione dei grandi partiti di massa che le masse popolari hanno preso coscienza della possibilità di un loro ruolo attivo nella vita democratica del Paese?
Oggi il “popolo” italiano è composto di lavoratori di tante diverse nazionalità, dispersi, spesso isolati, a volte disperati, che vivono ai margini delle nostre società, i cui problemi e la cui vita ignoriamo quasi del tutto. Il PD, a Terni come nel resto d’Italia, si sta ponendo l’obiettivo di conoscere questi “nuovi italiani”, di ascoltarli, di capire il loro disagio, di farsi carico dei loro problemi, delle loro speranze e dei loro drammi (la sinistra non dovrebbe avere, del resto, proprio il compito di essere vicina ai più deboli?) di integrarli e di invitarli ad essere parte attiva dell’attività politica del nostro partito? Oppure gli immigrati, anche per noi del PD, sono solo un problema e una minaccia di fronte a cui bisogna offrire rassicurazione ad un Paese “italiano, bianco e cristiano”, sempre più spaventato e gretto?