Siamo giunti quasi alla fine di questo lungo percorso che ci portera’ alla scelta del nuovo segretario del partito. Due mesi fa la candidatura di Ignazio Marino era poco piu’ di una scommessa, ma basta vedere questi due video che allego, per capire quanta strada ha fatto la mozione Marino e quanto sia stato importante il contributo della mozione alla vita del congresso. Continuiamo a rilanciare questa bellisima sfida, andiamo a votare per la mozione Marino domenica 25 ottobre!
La mozione Marino e’ caratterizzata da delle novità profonde che rispecchiano in pieno il mondo in cui viviamo. Questo mondo fatto di lavoro precario, meritocrazia inesistente, di giovani che vanno all’estero per far fruttare i propri studi.
Questo mondo dove comunicare e’ immediato, dove le comunità diventano multi-etniche, dove la societa’ si trasforma con una rapidità senza precedenti.
Finalmente il Partito ha una persona che può in pieno incarnare questi tempi, non si tratta di nuovo o nuovismo, si tratta del mondo di oggi, con buona pace di chi guarda al passato.
Marino ha da subito catalizzato le energie migliori di una generazioni che non trovava più punti di riferimento in politica, perché la politica attuale e’ espressione di qualcosa che non c’e’ più. Il mondo cambia rapidamente, ma i nostri uomini politici sono sempre gli stessi, dopo mille sconfitte, dopo poche vittorie e un infinito numero di compromessi, e senza aver generato una nuova nuova classe dirigente, dietro di loro c’e’ il vuoto.
Voglio partecipare a costruire un partito che abbia solide radici nella migliore storia laica, cristiana e social-democratica italiana. Abbiamo la fortuna di poterci ispirare a vite politiche come quelle di Antonio Gramsci, Altiero Spinelli, Giorgio La Pira, Sandro Pertini, Enrico Berlinguer.
Tutti noi dobbiamo avere ben chiaro che i più grandi progressi socio-politici italiani degli ultimi 60 anni li dobbiamo a uomini come loro, e da loro dobbiamo trarre continua ispirazione.
Con la mozione Marino, abbiamo la possibilità di creare una classe dirigente che nasce ispirandosi alla migliore eredita’ della sinistra italiana, e che, allo stesso tempo, sia essa stessa la migliore rappresentante della realta in cui viviamo. Questa e’ la sfida più importante per il nostro Partito. Il Partito Democratico deve cogliere questo momento per rigenerarsi in uomini e donne che siano realmente capaci di rappresentare il mondo di oggi, in uomini e donne che non abbiamo alla spalle mille compromessi, in uomini e donne che abbiamo la freschezza politica per essere un punto di riferimento per un’Italia migliore.
Da molti anni si parla in Italia di “merito” e di “meritocrazia” come di un rimedio in grado di guarire una parte dei mali del paese e di proiettarlo verso il futuro. Esponenti politici e governativi non perdono occasione per proclamare la necessità di valorizzare il merito a tutti i livelli, scarsamente creduti e ascoltati ormai con indifferenza e stanchezza dai cittadini. Intanto lo Stato salva le aziende in difficoltà con i soldi pubblici (Alitalia), predispone condoni fiscali, protegge le corporazioni e le rendite, alimenta una visione clientelare e assistenzialista della cosa pubblica; l’unico merito riconosciuto e premiato non è quello di essere più bravi degli altri, ma quello di essere più furbi degli altri. Perché allora si dovrebbe dare credito a Ignazio Marino, che fa del riconoscimento del merito uno dei pilastri del suo programma? Perché dovrebbe essere diverso dagli altri? Perché dovremmo credere che sia davvero intenzionato a cambiare e che riesca a cambiare ciò che in Italia non è mai cambiato per anni e anni, addirittura per secoli?
Se ci riuscirà ovviamente non è dato saperlo; si può però ritenere che egli abbia, più di altri, l’intenzione di provarci. Prima di farne un punto del suo programma, Marino ha vissuto la meritocrazia in prima persona, l’ha messa in pratica e ne ha fatto lo strumento che lo ha portato ad affermarsi come chirurgo di successo negli Stati Uniti. Ne ha conosciuto e apprezzato il valore e i benefici. Egli inoltre proviene da un campo, quello della medicina e della ricerca scientifica, nel quale gli enormi vantaggi della valorizzazione del merito (per tutta la collettività) sono assolutamente evidenti. Può quindi permettersi più di altri di parlare di questo tema con un minimo di credibilità. È vero che sulla meritocrazia non è forse il caso di farsi troppe illusioni: i grandi cambiamenti di cultura e di mentalità non si verificano da un anno all’altro e non basta una legge a determinarli. Forse dovremmo rassegnarci ad accettare il fatto che la meritocrazia non fa parte del DNA degli italiani (o meglio, della maggior parte degli italiani), per ragioni che affondano le loro radici molto indietro nella storia. I migliori continueranno a lasciare il paese, perché altro non possono fare, e il paese continuerà ad andare avanti come meglio può, collocandosi su una linea di confine tra le nazioni sviluppate e quelle sottosviluppate. Ma i danni di questo stato di cose sono enormi, a livello culturale e soprattutto economico, in un mondo dove la competizione è sempre più spietata. Se si vuole provare a mantenere l’attuale livello di benessere, si deve fare in modo che i migliori restino qui da noi; non si può pensare che tanto, in qualche modo, si riuscirà comunque ad andare avanti. Provare a credere in una pur minima possibilità di cambiamento, aggrapparsi ad una pur tenue speranza, è anzitutto una necessità. Questa possibilità e questa speranza oggi, nelle parole di Ignazio Marino, assumono un significato nuovo e si sostanziano di una concretezza umana ed intellettuale difficili da reperire altrove nell’attuale scenario politico, anche di centrosinistra.
Dopo l’annuncio della sua candidatura a segretario del Partito Democratico, la figura di Ignazio Marino è stata lasciata un po’ in ombra sui media e nel dibattito politico nazionale, almeno rispetto agli altri due candidati principali, Franceschini e Bersani. Tutto questo era in fondo prevedibile e conferma il ruolo di outsider di Marino rispetto alle gerarchie e agli equilibri interni al partito. Tuttavia la novità e il significato della sua candidatura meriterebbero di imporsi con più attenzione agli occhi dell’opinione pubblica. In Italia si parla da molti anni della necessità di un rinnovamento e di un ricambio all’interno della classe politica. Ebbene, Marino è, a tutti gli effetti, un uomo nuovo. È vero che il rinnovamento di per sé non è sempre e necessariamente un fatto positivo ed è vero che anche Franceschini e Bersani incarnano un’idea di ricambio, se non altro perché finora non hanno mai ricoperto ruoli di vertice. Tuttavia la “diversità” di Marino è lampante e salta agli occhi. La sua vicenda biografica parla chiaro. In un paese dove la perdita di fiducia dei cittadini nei confronti della politica e dei suoi rappresentanti è uno dei problemi più seri, soprattutto a sinistra (ripeto, soprattutto a sinistra), Marino può rappresentare la risposta giusta e la carta vincente da giocare. La sua faccia, le sue idee, il suo modo di parlare e di proporsi possono costituire una risposta all’antipolitica, una risposta più convincente ed efficace rispetto a quella di persone che, per pensiero e formazione, rinviano a un’idea di politica più tradizionale e quindi richiamano anche quei difetti (autoreferenzialità, distanza dalla società e dai suoi problemi, mancanza di trasparenza, incapacità di innovare e di guardare al futuro) che alla politica, soprattutto da sinistra, vengono rimproverati. Il fenomeno popolare e mediatico di Beppe Grillo (della cui improvvisata proposta di candidatura si è molto parlato sui media, ben più che di Ignazio Marino) rappresenta una risposta sbagliata e poco seria ad un’istanza reale e serissima, che sale da ampi strati della società: la domanda di una classe politica nuova, onesta, preparata, in grado di rispondere alle sfide attuali e future. Su un piano diverso, la stessa improvvisa popolarità di Debora Serracchiani dimostra quanto sia forte il desiderio di volti nuovi all’interno del PD. Ignazio Marino è una persona nuova, “altra” rispetto alla figura del politico tradizionale, ma allo stesso tempo è un uomo serio, convincente, concreto, non populista e non improvvisato, come dimostrano la sua storia personale e i traguardi raggiunti, prima ancora che il suo programma e le sue idee. La sua attività politica, così come i suoi interventi pubblici, sono stati sempre improntati alla massima chiarezza e sorretti da un pensiero lucido e coerente, concentrato soprattutto sulle tematiche di sua diretta competenza (com’era giusto che fosse). Mi rendo conto che, nell’Italia e nel PD di oggi, immaginare Marino segretario del partito e, un domani, a capo del governo del paese possa apparire alquanto idealistico e velleitario, un’illusione senza speranza. Si tratta però di una possibilità così vera e autentica di cambiamento, così densa di significato (nel panorama desolante dell’Italia del 2009), che credo valga la pena di provarci con tutte le forze. “Non vinceremo mai se attaccheremo un po’ di più o un po’ di meno il nostro avversario politico, ma vinceremo quando sapremo convincere gli italiani che siamo radicalmente diversi da lui e che le nostre idee sono più utili per ogni persona e per tutta la comunità” (www.ignaziomarino.it/wp-content/uploads/allegati/mozionemarino.pdf).
Fassino critica sul Riformista il candidato alla segreteria del PD Ignazio Marino definendo la sua impostazione “laicista” e parlando poco dopo di «forme di integralismo laicista». Ma che significa “laicista”? Secondo lo Zingarelli 2006 il “laicismo” è la «tendenza ideologica che sostiene la piena indipendenza del pensiero e dell’azione politica dei cittadini dall’autorità ecclesiastica», nonché l’«atteggiamento di chi si oppone a ingerenze della gerarchia ecclesiastica negli affari civili». Secondo il De Mauro on line è la «corrente di pensiero che rivendica l’autonomia dello stato dall’autorità ecclesiastica sul piano politico, sociale e culturale» e l’«atteggiamento di chi è laico, di chi intende essere consapevolmente indipendente da scelte aprioristiche e da dogmi religiosi, etici, ideologici, ecc». Perché allora essere laicisti, cioè sostenere la piena indipendenza dell’azione politica dei cittadini dall’autorità ecclesiastica, dovrebbe essere motivo di critica o di censura o essere individuato come un elemento di debolezza? Non dovrebbe essere la condizione normale di ogni uomo politico, addirittura una condizione necessaria, almeno finché sarà vigente il primo comma dell’articolo 7 della Costituzione («Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani»)? E cosa sarebbero poi le “forme di integralismo laicista”?
In realtà, “laicismo” e “laicista” hanno assunto negli ultimi tempi una connotazione fortemente negativa, quasi spregiativa, sono diventati, soprattutto da parte di chi difende le posizioni delle gerarchie cattoliche, una sorta di arma da scagliare contro chi la pensa diversamente, per accusarlo di assenza di valori morali, di indifferenza etica o, come dicono alcuni, di “relativismo”. Un’arma pesante ed efficace, soprattutto perché rende difficile ogni replica da parte dell’interessato, non sostanziandosi in una critica specifica su un oggetto determinato, ma limitandosi ad una generica accusa di amoralità, talvolta di anticlericalismo, comunque di sorda indifferenza o di pervicace ostilità nei confronti delle idee e dei valori dei credenti (accusa particolarmente ridicola nel caso di Marino). Spiace che a una persona intelligente come Fassino siano sfuggite quelle parole. Più in generale, però, sarebbe opportuno escludere dal dibattito politico le parole “laicismo” e “laicista” (con i loro vari scivolamenti semantici e le sfumature più o meno negative che hanno assunto). Se si vuole criticare qualcuno per le sue posizioni su temi particolarmente sensibili e controversi (fine vita, coppie di fatto, personalità giuridica dell’embrione, per citare solo alcuni esempi), lo si faccia entrando nel merito delle questioni, argomentando le proprie idee e confutando quelle altrui; in questo modo l’interessato avrà modo di replicare, di chiarire le sue posizioni e – perché no? – di avviare un dialogo e un confronto costruttivi che magari permettano di giungere ad una mediazione nobile. Mettiamo da parte l’accusa di “laicismo”, che favorisce solo la contrapposizione pregiudiziale e la demonizzazione delle idee altrui. Diamo per scontato (anche se spesso così non è) che tutti gli attori del dibattito politico riconoscano la reciproca indipendenza dello stato dall’autorità ecclesiastica e confrontiamoci, anche aspramente, sul merito dei problemi, sia all’interno del PD che nel dialogo con gli altri partiti e le altre forze sociali. Credo che Ignazio Marino ne sarebbe ben felice.
Avevo 17 anni e mi ero appena iscritto alla Sinistra giovanile, quando il segretario di sezione interruppe la mia sudata versione di greco per dirmi: “C’è il congresso del PDS: voti per D’Alema o per Veltroni?”. Era il 1994: un giovane Bill Clinton era da poco entrato alla Casa bianca, Kohl e Mitterand guidavano la politica europea, Internet era una neonata invenzione che incuriosiva solo qualche appassionato.
Sono passati 14 anni: Gli Stati Uniti hanno fatto in tempo a cambiare tre Presidenti, Kohl si gode in pace la pensione, la vita senza il Web ci sembrerebbe semplicemente impensabile. Quanto a me, ho messo i capelli bianchi e non saprei più distinguere un aoristo mediopassivo da un ferro da stiro.
Forse per questo motivo quando ho sentito che, ancora una volta, nell’anno del Signore 2009, si sarebbe aperta una sfida tra veltroniani e dalemiani per conquistare la segreteria del Pd ho avuto un mancamento. La massima gattopardesca può essere dunque rinnovata: i nomi dei partiti cambiano, per fare in modo che i cognomi dei dirigenti rimangano gli stessi.
Poi però ho capito che si può fare qualcosa. Anzi, ho capito che si deve fare qualcosa. E ho deciso di sostenere la candidatura di Ignazio Marino.
Qualcuno accusa Ignazio Marino di parlare solo di laicità: non è così, ma confesso che se anche fosse, sentire qualcuno che di questi tempi combatte per l’autodeterminazione dell’individuo e l’uguaglianza dei diritti è un piacere che disperavo di provare.
Ignazio Marino parla anche di meritocrazia e può farlo oltrepassando oltre ogni finta retorica, perché sa quanta fatica costi conquistarsi un ruolo di eccellenza nella propria professione, sudando sui libri e trovando il coraggio di trascorrere 20 anni all’estero, per tenere alto il nome della scienza italiana nelle più prestigiose università americane.
Parla di nuove generazioni e di precariato e lo fa insieme ad una squadra di giovani determinati che non si accontentano di un ruolo da mascotte, ma vogliono ridare voce ad una generazione costretta a sostenere in silenzio tutto il peso della crisi del nostro sistema di produzione e di consumo.
Ha il coraggio di dire, a costo di risultare impopolare, che in fatto di immigrazione e di respingimenti in mare le regole vanno rispettate, ma che la prima regola in un Paese civile è il rispetto profondo della persona umana, quale che sia il colore della sua pelle e il grado della sua disperazione.
Da uomo di scienza, conosce il valore degli studi di ricercatori come Carlo Rubbia sulle energie rinnovabili e sa che il ritorno al nucleare voluto dall’attuale Governo è una scelta miope che va contrastata con nettezza.
Se Silvio Berlusconi (parafrasando Gobetti) rappresenta l’autobiografia di una parte della nazione, Ignazio Marino, con il suo rigore, la sua etica, il suo temperamento riservato e deciso, rappresenta plasticamente l’altra parte dell’Italia, che oggi si sente quasi soffocare in un Paese che stenta a riconoscere.
Per questo è necessario fare un gesto di libertà e responsabilità, recandosi entro l’21 luglio nel circolo più vicino alla propria residenza per ritirare la tessera del PD.
Così sarà possibile partecipare al Congresso e consentire, con il proprio voto, ad Ignazio Marino di partecipare alle primarie. Dobbiamo essere in tanti per ottenere il cambiamento. Contiamoci per contare, diamoci una chance e sosteniamo una candidatura coraggiosa.
Debora Serracchiani ha sciolto le riserve, appoggiando quello stesso Franceschini sulla cui gestione fu assai critica nell suo primo intervento pubblico.
Comprendo il suo timore, anche se una sua candidatura (al di là delle possibilità di vittoria) avrebbe smosso positivamente le acque. Capisco assai meno l’endorsement per Franceschini e le critiche troppo velenose a Bersani. Il titolo del suo prossimo instant book (“Il coraggio che manca”) offre solo un pizzico di involontario sarcasmo a questa storia.
Qualcuno saprà interpretare la voglia di cambiamento, di chiarezza e di rigore che migliaia di simpatizzanti e militanti avrebbero riversato sulla Serracchiani?
Ignazio Marino, forte dei consensi derivanti dal suo bell’intervento al Lingotto, ci sta seriamente pensando, stando a quanto riferisce la sua pagina facebook.
Ritengo che sarebbe un ottimo candidato, capace di rappresentare “plasticamente” la parte migliore del Paese: speriamo che al dottor Marino non manchi il coraggio, di cui davvero abbiamo molto bisogno…
A volte basta poco per essere convincenti. Basta essere razionali e coerenti, appassionati senza troppa retorica e convinti delle proprie idee e delle proprie emozioni. Basta avere il coraggio di dire che chi non crede nell’uguaglianza dei diritti se ne può anche restare a casa. Basta avere la forza di dire che è una vergogna ricacciare dalle nostre cose navi cariche di disperati, senza avere pietà nemmeno per le giovani ragazze incinte che su quegli stessi barconi finiscono per morire nell’indifferenza generale.
Basta avere la voglia di ricordare che un partito di sinistra non può non farsi carico della vita infame a cui costringiamo migliaia di lavoratori precari (non solo giovani) e che insieme alla questione settentrionale bisognerebbe ricordarsi che un Paese civile non può obbligare migliaia di persone ogni anno ad attraversare la penisola verso nord per avere un’assistenza sanitaria decente.
Il futuro del PD non può prescindere da persone come Ignazio Marino, che rappresentano con grande dignità (parola assai rara in questi tempi cupi) la parte migliore dell’Italia.
Speriamo che il Congresso sia l’occasione per far emergere le migliori intelligenze che può vantare il PD: perché l’intelligenza tout court – non solo quella politica – dovrebbe tornare ad essere considerata un valore.
Sono convinto che un ticket con la Serracchiani darebbe davvero al PD la possibilità di rappresentare la parte migliore del Paese.