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Mercoledì 15 luglio la Camera dei deputati ha approvato due mozioni dell’UDC e del PdL che impegnano il governo a promuovere in sede ONU una risoluzione di condanna dell’uso dell’aborto come strumento di controllo demografico, con evidente riferimento a quei paesi in cui l’aborto è imposto alle donne per legge o è indotto con forti incentivazioni al fine di limitare il numero delle nascite. Contestualmente, sono state respinte tre mozioni del PD, dell’Italia dei Valori e dei Radicali, le quali formulavano la medesima richiesta ma sottolineavano anche, in forma e misura diverse, l’importanza della diffusione in tutti i paesi di una corretta informazione sessuale e dell’utilizzo dei metodi contraccettivi. Il PD ha scelto (con alcune eccezioni) di astenersi sulle due mozioni approvate. Francamente mi trovo d’accordo con l’articolo di Adriano Sofri su Repubblica di ieri (16 luglio), secondo cui sarebbe stato comunque preferibile un voto favorevole di PD e IdV sulle due mozioni, nonostante le loro evidenti lacune. In effetti, costringere una donna ad abortire costituisce una palese violazione dei suoi diritti e delle sue libertà e, soprattutto, un’orribile forma di violenza sul suo corpo, al di là di ciò che si può pensare sull’aborto e sul diritto alla vita del nascituro. Tale pratica è ancora più odiosa laddove viene usata in modo selettivo per favorire la nascita solo di bambini di sesso maschile. La battaglia contro ogni forma di costrizione all’aborto (da parte dello stato, della famiglia o di chiunque altro) rappresenta sicuramente una delle istanze migliori e più condivisibili dei movimenti cosiddetti “pro life”; su di essa si può senz’altro convergere. Lo stesso non si può dire, ovviamente, laddove tali movimenti pretendano che la libertà di procreare sia l’unica libertà concessa, negando ogni spazio all’autodeterminazione e alla libertà di scelta della donna (e men che meno laddove, su altro versante, essi pretendano che tutti debbano restare attaccati ad un sondino nasogastrico).

È però fuor di dubbio che, nei paesi a forte crescita demografica, il rifiuto dell’aborto come strumento di controllo delle nascite deve essere accompagnato da vaste campagne di diffusione e di promozione della contraccezione. Un aumento vertiginoso ed incontrollato della popolazione mondiale, come quello in atto, non è accettabile e non è sostenibile per un’ampia serie di ragioni, non ultimo il fatto che la terra non è in grado di produrre risorse illimitate e non è in grado di porre rimedio all’inquinamento generato da miliardi di esseri umani (emblematico è il caso di Cina e India, ma presto o tardi anche l’Africa potrebbe avviarsi sulla strada dello sviluppo). In passato la crescita della popolazione mondiale è stata tenuta a freno da un alto tasso di mortalità (dovuto a malattie, carestie e guerre) e da una minore speranza di vita; tuttavia nell’ultimo secolo, grazie soprattutto al progresso scientifico, queste “forme” di controllo demografico hanno via via diminuito la loro incidenza (e questo è senz’altro un bene). La condizione attuale dell’umanità è paragonabile a quella di una specie animale che, vedendo scomparire i propri predatori, inizia a moltiplicarsi senza limiti: la necessità di sfamarsi la porterà ad alterare e a distruggere il proprio ecosistema e, quindi, a mettere a rischio la propria sopravvivenza. Mi rendo conto che la soluzione di un simile stato di cose è piuttosto complessa e va affrontata con modalità diverse da paese a paese, con il mutare dei contesti economici, sociali, religiosi e culturali; essa tuttavia non può non passare anche attraverso una diffusione capillare della conoscenza e dell’uso dei metodi contraccettivi, pari a quella dei paesi più sviluppati. La via della castità, che alcuni propongono, sembra piuttosto ardua e difficile da percorrere.

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Obiettivi intermedi solo indicativi, non obbligatori…un modo di pensare ed agire non solo legato all’ambiente…in Italia.

Da sole24ore.com:
Ha avuto esito positivo, stamattina a Bruxelles, il negoziato a tre fra Europarlamento, presidenza di turno francese del Consiglio Ue e Commissione europea sulla direttiva per lo sviluppo delle fonti rinnovabili, uno dei pilastri del pacchetto su clima ed energia che sarà al centro delle discussioni al vertice dei capi di Stato e di governo di giovedì e venerdì prossimi. Lo riferiscono fonti del Parlamento europeo.
Il relatore dell’Europarlamento, il verde lussemburghese Claude Turmes, ha accettato l’inserimento nel testo di compromesso della clausola di revisione della direttiva al 2014, come chiedeva l’Italia,e non c’è stata opposizione da parte degli altri gruppi politici, secondo quanto riferiscono le agenzie di stampa. In altre parole, il testo negoziato con il Consiglio Ue dovrebbe essere ora facilmente approvato dalla Plenaria, durante la prossima sessione di Strasburgo, dal 15 al 18 dicembre. La direttiva prevede che entro il 2020 il consumo energetico finale dell’Ue nel suo insieme sia coperto al 20% dalle fonti rinnovabili, e prescrive 27 diversi sotto-obiettivi nazionali per ciascuno Stato membro (per l’Italia il traguardo da raggiungere sarà il 17%).
La clausola di revisione approvata ieri dai ministri e confermata oggi riguarda i meccanismi di cooperazione fra gli Stati membri (ovvero la possibilità di scambiare fra loro energia prodotta con fonti rinnovabili, contabilizzandola nello paese che l’acquista). Nel 2014 si valuterà se questi meccanismi funzionano bene, o se li si debba migliorare per aumentarne l’efficacia, sempre in vista del conseguimento dell’obiettivo europeo del 20%, e a condizione che gli Stati membri conservino il controllo sui loro sistemi nazionali di incentivazione e sostegno alle energie verdi prodotte sul proprio territorio. Secondo l’interpretazione della clausola di revisione che viene data dalla presidenza di turno dell’Ue (nel caso specifico rappresentata dal ministro francese dell’Ecologia, Jean-Louis Borloo) e dal relatore del Parlamento europeo, Claude Turmes, la clausola non potrà intaccare nè l’obiettivo europeo del 20%, nè i sotto-obiettivi nazionali assegnati a ciascuno Stato membro per il 2020 e giuridicamente vincolanti. Il testo di compromesso, tuttavia, come voleva l’Italia, prevede che gli obiettivi nazionali intermedi siano solo indicativi e non obbligatori.
L’associazione europea dell’industria eolica (Ewea) ha commentato entusiasticamente l’accordo, affermando in una nota da Bruxelles che «oggi è stato cambiato il futuro dell’energia dell’Europa», e che l’Ue «si conferma come leader della rivoluzione energetica di cui ha bisogno il mondo».
L’accordo con l’Europarlamento sulle rinnovabili rende ora un po’ più facile l’impresa in cui è impegnata la presidenza di turno francese, mirante a garantire un accordo politico dei Ventisette su tutto il pacchetto clima/energia entro la fine dell’anno, e possibilmente già durante il vertice dei capi di Stato e di governo che si terrà giovedì e venerdì a Bruxelles. Fra tutte le proposte sul clima, finora, oltre a questa direttiva solo un altro trilogo (negoziato a tre, ndr) con il Parlamento europeo è andato a buon fine, quello sul regolamento che limiterà le emissioni di CO2 dalle autovetture.
Restano, invece, diversi punti controversi nelle due direttive «Ets» ed «Effort Sharing» sulla riduzione obbligatoria delle emissioni di gas serra, riguardanti rispettivamente la nuova borsa dei diritti di emissione per i settori industriali, e gli obiettivi nazionali per gli altri settori (agricoltura, trasporti, servizi, turismo ed edifici). Difficile si preannuncia anche l’accordo fra Europarlamento e Consiglio Ue sul finanziamento pubblico dei 12 progetti pilota di installazioni per la cattura e lo stoccaggio geologico del CO2 (Carbon Capture and Storage, Ccs): gli Stati membri sembrano intenzionati ad accordare solo poco più di un quinto di quanto chiede l’Assemblea di Strasburgo.

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da Agenzia Umbria Notizie:

In Umbria si potranno presto acquistare detersivi alla spina e latte sfuso e ci si potrà rifornire di acqua frizzante alle fontanelle pubbliche. Sono le tre azioni che, per limitare l’impatto dei rifiuti sull’ambiente, propone il progetto “Percorsi innovativi di riduzione dei rifiuti alla fonte”, la cui promozione è al centro del protocollo d’intesa siglato oggi a Palazzo Donini tra Regione Umbria, Province di Perugia e Terni ed “Ecologos”, ente che svolge ricerca scientifica e ambientale a livello locale e internazionale. Hanno firmato l’accordo l’assessore regionale all’Ambiente e allo sviluppo sostenibile Lamberto Bottini, gli assessori provinciali all’Ambiente Sauro Cristofani (per la Provincia di Perugia) e Fabio Paparelli (per la Provincia di Terni), e la presidente di “Ecologos” Cinzia Vaccaneo.
“La Regione – ha detto l’assessore Bottini – è impegnata a dotare l’Umbria del nuovo Piano regionale dei rifiuti e, come già stabilito nel Documento preliminare per il nuovo Piano regionale dei rifiuti, ha individuato nella diminuzione della quantità dei rifiuti prodotti e nell’incremento del livello di raccolta differenziata, che dovrà raggiungere la quota del 65% entro il 2013, i cardini della propria politica di gestione. È indispensabile, non solo per adempiere alle direttive comunitarie – ha aggiunto – che si inverta il trend attualmente registrato in tutta Italia per la produzione dei rifiuti, in crescita annualmente in Umbria del 3-4 per cento. Nonostante la Regione non abbia strumenti normativi per incidere sulla limitazione degli imballaggi, con questo progetto vuol dare il suo contributo, promuovendo e attuando le buone pratiche proposte da ‘Ecologos’ e sperimentate, in parte, finora solo in Piemonte e Lazio”. Fondamentale il coinvolgimento dei cittadini: “Con l’intesa sottoscritta oggi – ha detto l’assessore Bottini – li invitiamo a compiere piccole e virtuose azioni, mettendo loro a disposizione sul territorio regionale ‘dispenser’ di detersivi fluidi di qualità, distributori di latte fresco e fontanelle che erogano acqua proveniente dagli acquedotti umbri, anche frizzante. Nuovi servizi resi possibili grazie alla disponibilità degli operatori della grande distribuzione, che non solo permetteranno di limitare l’impatto degli imballaggi, ma garantiranno anche un risparmio alle famiglie”.
In base all’accordo, la Regione Umbria coordinerà l’intero progetto e gestirà l’installazione delle fontanelle pubbliche di acqua frizzante, la Provincia di Perugia è impegnata per la vendita del detersivo alla spina (con otto distributori, 5 dislocati in provincia di Perugia e 3 in quella di Terni), la Provincia di Terni per la vendita del latte sfuso (con 3 distributori collocati nella provincia di Terni e 5 in quella di Perugia). Nei principali centri della regione, a luglio è previsto l’avvio della distribuzione di detersivi alla spina, mentre a dicembre si potranno acquistare latte sfuso e acqua frizzante dalle fontanelle pubbliche.
“Sono già stati attivati i primi tavoli di lavoro – ha sottolineato l’assessore provinciale di Perugia Sauro Cristofani – e l’adesione e la collaborazione offerta da parte della grande distribuzione è stata ottima. Con questo protocollo – ha proseguito – vogliamo svolgere anche una funzione educativa, diffondendo il messaggio che ognuno di noi può compiere buone azioni per il rispetto dell’ambiente, senza rinunciare ai consumi e alla qualità dei prodotti. Un progetto – ha concluso – che porta in Umbria le buone pratiche attuate, ad esempio, nei Paesi Scandinavi, attraverso azioni che non sono vissute come imposizioni da parte dell’Unione Europea, ma rientrano tra le abitudini quotidiane. Cominciamo da queste tre azioni – ha concluso – convinti che potranno dare frutti positivi, con la volontà di costruire nuovi progetti per la riduzione dei rifiuti”.
“Anche la Provincia di Terni è pronta ad avviare il progetto – ha detto l’assessore Fabio Paparelli – dopo l’adesione convinta alle linee strategiche del nuovo Piano regionale dei rifiuti che, nel nostro territorio, si è già cominciato ad applicare. Anche in Umbria – ha proseguito – va segnato l’avvio di quella rivoluzione culturale che la riduzione dei rifiuti alla fonte rappresenta, nello stesso tempo contribuendo ad assicurare gli aiuti al consumo alle famiglie, in risposta alle esigenze espresse dalle associazioni dei consumatori”.
“Il progetto a cui diamo attuazione – ha detto la presidente di ‘Ecologos’ Cinzia Vaccaneo – è un progetto innovativo, anche per la sua gestione amministrativa, che porta l’Umbria in Europa ed è stato molto apprezzato dai partner europei della rete di ricerca ambientale. Siamo certi – ha detto ancora – che darà grandi risultati, sia sul versante della quantità dei rifiuti prodotti, dell’educazione e della formazione dei cittadini, del sostegno a una gestione dei rifiuti sempre più innovativa”.
Sul piano pratico, ha concluso la presidente dell’ente di ricerca, oltre alla riduzione degli imballaggi, il progetto permetterà una riduzione dei costi per le famiglie, con prezzi previsti da 90 centesimi a 1,10 euro al litro per i detersivi alla spina, di 1 euro al litro per il latte, e di 5 centesimi al litro per l’acqua. “Offerte vantaggiose – ha rilevato – e, per quanto riguarda il latte, contribuiamo a valorizzare la produzione locale”.

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Pubblichiamo il contributo che ci ha inviato il Prof. Battiston estratto dalla conferenza che si è svolta in BCT Giovedì 15 sul ruolo dell’energia nella storia.

Cogliamo l’occasione ancora una volta per ringraziare Battiston per il bel rapporto con Punto Democratico!

“Questo mese parliamo di non di particelle elementari, ma di atomi e molecole, nonchè di leggi fisiche che hanno a che vedere non con le origini dell’ universo ma con la nostra sopravvivenza sulla terra. Nel fare l’ultima prenotazione di un volo aereo low cost mi sono imbattuto nella tassa (opzionale) di 3,04 € per rimborsare il costo della gestione dei 158 kg di C02 che il mio volo di 2000 km, Roma-Ginevra e ritorno, avrebbe immesso nell’ atmosfera. 158 kg, due volte il mio peso in gas, una sorta di scoreggia gigante in grado di riempire un un cubo di quasi 5 metri di lato, lascito perenne di una azione apparentemente innocua come un breve viaggio aereo. Lo confesso, è stato il mio primo vero impatto con la carbon tax, reso possibile grazie alla scarnificazione dei costi che solo una compagnia low cost puo’ fare e che mi ha fatto riflettere su quanto grande possa essere l’effetto di azioni individuali quotidiane. Il semplice misurare questo impatto in chili, metri cubi, euro mi ha fatto pensare a molte altre cose. Ad esempio alla catena di processi che portano a questi 158 kg. Al costo del petrolio che serve a trasportarmi e al costo degli effetti prodotti dalla sua combustione. A quanto questi costi siano o meno giustificati. Ad esempio un litro di benzina, depurata dalle tasse, costa all’incirca 0,7 €, come un litro di acqua minerale. Con una differenza sostanziale: l’acqua viene usata, ma poi viene inevitabilmente restituta all’ambiente, magari sporca, ma intatta nella sua struttura molecolare. Essa è riutilizzabile all’ infinito, se opportunamente purificata. Lo stesso è vero per la maggior parte delle materie prime che sono veramente tali, come gli elementi della tabella di Mendeleev e molti dei loro composti chimici. Un pezzo di ferro, una lattina di alluminio, un tubo di rame, finito il loro uso possono essere interamente recuperati per fare altri oggetti dello stesso materiale. Questo invece non è il caso di tutti i materiali da cui viene ricavata energia. Essi infatti hanno la caratteristica di avere al loro interno una quantità di energia, chimica o nucleare, che possono cedere a patto che la loro struttura venga distrutta. Per cui, inevitabilmente, se parto con un litro di petrolio, dopo averne ricavato energia nella forma di lavoro e calore, mi ritrovo con altri materiali che prima non c’erano ed il petrolio, invece, non c’è piu’. Non solo, ma uno dei principi fondamentali della fisica, il secondo principio della termodinamica, mi dice che per ogni unità di energia utilizzata produco anche un altro effetto, secondario, ma non meno importante. Ho prodotto disordine, nella forma di calore a bassa temperatura che si disperde nell’ambiente, scaldandolo.

Questo accade quando estraggo l’energia dai materiali in cui la natura la ha pazientemente accumulata. A torto chiamiamo il petrolio materia prima, dovremmo piuttosto chiamarlo serbatoio o pila primaria. Infatti cosi’ come una pila non ricaricabile dopo l’uso diventa un rifiuto da smaltire, dopo l’uso di un materiale da cui si ricava energia non abbiamo piu’ un serbatoio ma materali diversi che hanno perso l’unica caratteristica che li rendeva interessanti, quelli di contenere energia utilizzabile. E questo accade tutte le volte che usiamo energia da fonti non rinnovabili. Ma allora quale è il prezzo giusto per qualche cosa che non è recuperabile, il cui uso immette nell’ ambiente qualche cosa che prima non c’era, come scorie gettate in un grande immondezzaio ? E’ giusto che queste materie costino tanto quanto materie molto piu’ abbondanti e per di piu’ rinnovabili, il cui uso non lascia traccia nell’ ambiente ? Quando sento che il prezzo del petrolio supera i 123 $ al barile penso alle centinaia di milioni di anni che mi separano da quel bosco preistorico dove si sono fissati i legami tra carbonio ed idrogeno che sto bruciando in questo rapido volo sopra le Alpi. Davvero centinaia di milioni di anni di lenti processi chimici, metri e metri cubi di legname macerati e trasformati dalla natura, per non contare la trivellazione, il trasporto, la raffinazione, valgono solo 0,7 € al litro ? E davvero i miei 158 kg di CO2 che si aggiungono alle migliaia e migliaia di tonnellate di gas serra immessi in ogni istante nell’ atmosfera valgono solo 3,04 € di impatto ambientale?

Ne dubito fortemente.”

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Cittadini non solo come motori della raccolta, ma come testimonial per la campagna di comunicazione !

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