Posts Tagged “sviluppo sostenibile”

Mercoledì 15 luglio la Camera dei deputati ha approvato due mozioni dell’UDC e del PdL che impegnano il governo a promuovere in sede ONU una risoluzione di condanna dell’uso dell’aborto come strumento di controllo demografico, con evidente riferimento a quei paesi in cui l’aborto è imposto alle donne per legge o è indotto con forti incentivazioni al fine di limitare il numero delle nascite. Contestualmente, sono state respinte tre mozioni del PD, dell’Italia dei Valori e dei Radicali, le quali formulavano la medesima richiesta ma sottolineavano anche, in forma e misura diverse, l’importanza della diffusione in tutti i paesi di una corretta informazione sessuale e dell’utilizzo dei metodi contraccettivi. Il PD ha scelto (con alcune eccezioni) di astenersi sulle due mozioni approvate. Francamente mi trovo d’accordo con l’articolo di Adriano Sofri su Repubblica di ieri (16 luglio), secondo cui sarebbe stato comunque preferibile un voto favorevole di PD e IdV sulle due mozioni, nonostante le loro evidenti lacune. In effetti, costringere una donna ad abortire costituisce una palese violazione dei suoi diritti e delle sue libertà e, soprattutto, un’orribile forma di violenza sul suo corpo, al di là di ciò che si può pensare sull’aborto e sul diritto alla vita del nascituro. Tale pratica è ancora più odiosa laddove viene usata in modo selettivo per favorire la nascita solo di bambini di sesso maschile. La battaglia contro ogni forma di costrizione all’aborto (da parte dello stato, della famiglia o di chiunque altro) rappresenta sicuramente una delle istanze migliori e più condivisibili dei movimenti cosiddetti “pro life”; su di essa si può senz’altro convergere. Lo stesso non si può dire, ovviamente, laddove tali movimenti pretendano che la libertà di procreare sia l’unica libertà concessa, negando ogni spazio all’autodeterminazione e alla libertà di scelta della donna (e men che meno laddove, su altro versante, essi pretendano che tutti debbano restare attaccati ad un sondino nasogastrico).

È però fuor di dubbio che, nei paesi a forte crescita demografica, il rifiuto dell’aborto come strumento di controllo delle nascite deve essere accompagnato da vaste campagne di diffusione e di promozione della contraccezione. Un aumento vertiginoso ed incontrollato della popolazione mondiale, come quello in atto, non è accettabile e non è sostenibile per un’ampia serie di ragioni, non ultimo il fatto che la terra non è in grado di produrre risorse illimitate e non è in grado di porre rimedio all’inquinamento generato da miliardi di esseri umani (emblematico è il caso di Cina e India, ma presto o tardi anche l’Africa potrebbe avviarsi sulla strada dello sviluppo). In passato la crescita della popolazione mondiale è stata tenuta a freno da un alto tasso di mortalità (dovuto a malattie, carestie e guerre) e da una minore speranza di vita; tuttavia nell’ultimo secolo, grazie soprattutto al progresso scientifico, queste “forme” di controllo demografico hanno via via diminuito la loro incidenza (e questo è senz’altro un bene). La condizione attuale dell’umanità è paragonabile a quella di una specie animale che, vedendo scomparire i propri predatori, inizia a moltiplicarsi senza limiti: la necessità di sfamarsi la porterà ad alterare e a distruggere il proprio ecosistema e, quindi, a mettere a rischio la propria sopravvivenza. Mi rendo conto che la soluzione di un simile stato di cose è piuttosto complessa e va affrontata con modalità diverse da paese a paese, con il mutare dei contesti economici, sociali, religiosi e culturali; essa tuttavia non può non passare anche attraverso una diffusione capillare della conoscenza e dell’uso dei metodi contraccettivi, pari a quella dei paesi più sviluppati. La via della castità, che alcuni propongono, sembra piuttosto ardua e difficile da percorrere.

Comments 7 Commenti »

In greed we trust

In greed we trust ;-)

Negli ultimi tempi sono alla disperata ricerca di qualche parola che mi ispiri un nuovo modello sociale, politico, economico e culturale. Ne ho disperatamente bisogno! Alcune le ho trovate in un articolo di Giorgio Ruffolo pubblicato su La Repubblica del 9 marzo di cui vi riporto la parte finale. Allego l’articolo completo.

È la logica della sterminatezza che sta alla base sia dei disastri ambientali che di quelli finanziari. E dovrebbe essere venuto il momento di opporre a questa logica dissennata l´etica dei limiti. Di combattere la vergogna criminale dei paradisi fiscali. Di limitare la «creatività» delle scommesse finanziarie. Di rallentare i movimenti di capitale speculativi. Di reintrodurre politiche dei redditi che proporzionino lavoro e produttività. Di introdurre misure di decenza nella sfrenata corsa delle rendite manageriali. Di osservare proporzioni programmatiche nella dinamica rispettiva dei consumi pubblici e di quelli privati.
Insomma, di realizzare una «moral reentry» dalla follia che ci ha condotto a questo passo. E che non riguarda solo l´economia, ma anche e soprattutto la politica. Vedete: quando dalla sommità della politica, si fa per dire, giunge un messaggio di comprensione dell´evasore fiscale, è lì che si misura il guasto arrecato all´etica del capitalismo. Quando io difendo le ragioni dell´antiberlusconismo non mi curo delle battute sulle donne (ciascuno ha i suoi gusti) ma dell´immoralità politica di quel messaggio (come di tanti altri dello stesso «tenore», nel doppio senso) e dell´insensibilità che insigni maestri di «liberalismo» dimostrano nell´accantonarlo.

Giorgio Ruffolo

Comments Nessun Commento »

images2Presentato a Roma sarà (si spera) un utile strumento di consultazione per gli operatori – pubblici e privati che si muovono nel mondo dell’energia e delle fonti rinnovabili, e svolgerà un duplice compito: da una parte fornirà dati e informazioni, dall’altra metterà in evidenza le criticità del sistema come ad esempio l’eccessivo ricorso ai tribunali amministrativi regionali per dirimere questioni legate alla politica energetica.

http://www.pubblicaamministrazione.net/governance/news/1480/presentato-a-roma-il-codice-delle-energie-rinnovabili.html

Comments Nessun Commento »

Obiettivi intermedi solo indicativi, non obbligatori…un modo di pensare ed agire non solo legato all’ambiente…in Italia.

Da sole24ore.com:
Ha avuto esito positivo, stamattina a Bruxelles, il negoziato a tre fra Europarlamento, presidenza di turno francese del Consiglio Ue e Commissione europea sulla direttiva per lo sviluppo delle fonti rinnovabili, uno dei pilastri del pacchetto su clima ed energia che sarà al centro delle discussioni al vertice dei capi di Stato e di governo di giovedì e venerdì prossimi. Lo riferiscono fonti del Parlamento europeo.
Il relatore dell’Europarlamento, il verde lussemburghese Claude Turmes, ha accettato l’inserimento nel testo di compromesso della clausola di revisione della direttiva al 2014, come chiedeva l’Italia,e non c’è stata opposizione da parte degli altri gruppi politici, secondo quanto riferiscono le agenzie di stampa. In altre parole, il testo negoziato con il Consiglio Ue dovrebbe essere ora facilmente approvato dalla Plenaria, durante la prossima sessione di Strasburgo, dal 15 al 18 dicembre. La direttiva prevede che entro il 2020 il consumo energetico finale dell’Ue nel suo insieme sia coperto al 20% dalle fonti rinnovabili, e prescrive 27 diversi sotto-obiettivi nazionali per ciascuno Stato membro (per l’Italia il traguardo da raggiungere sarà il 17%).
La clausola di revisione approvata ieri dai ministri e confermata oggi riguarda i meccanismi di cooperazione fra gli Stati membri (ovvero la possibilità di scambiare fra loro energia prodotta con fonti rinnovabili, contabilizzandola nello paese che l’acquista). Nel 2014 si valuterà se questi meccanismi funzionano bene, o se li si debba migliorare per aumentarne l’efficacia, sempre in vista del conseguimento dell’obiettivo europeo del 20%, e a condizione che gli Stati membri conservino il controllo sui loro sistemi nazionali di incentivazione e sostegno alle energie verdi prodotte sul proprio territorio. Secondo l’interpretazione della clausola di revisione che viene data dalla presidenza di turno dell’Ue (nel caso specifico rappresentata dal ministro francese dell’Ecologia, Jean-Louis Borloo) e dal relatore del Parlamento europeo, Claude Turmes, la clausola non potrà intaccare nè l’obiettivo europeo del 20%, nè i sotto-obiettivi nazionali assegnati a ciascuno Stato membro per il 2020 e giuridicamente vincolanti. Il testo di compromesso, tuttavia, come voleva l’Italia, prevede che gli obiettivi nazionali intermedi siano solo indicativi e non obbligatori.
L’associazione europea dell’industria eolica (Ewea) ha commentato entusiasticamente l’accordo, affermando in una nota da Bruxelles che «oggi è stato cambiato il futuro dell’energia dell’Europa», e che l’Ue «si conferma come leader della rivoluzione energetica di cui ha bisogno il mondo».
L’accordo con l’Europarlamento sulle rinnovabili rende ora un po’ più facile l’impresa in cui è impegnata la presidenza di turno francese, mirante a garantire un accordo politico dei Ventisette su tutto il pacchetto clima/energia entro la fine dell’anno, e possibilmente già durante il vertice dei capi di Stato e di governo che si terrà giovedì e venerdì a Bruxelles. Fra tutte le proposte sul clima, finora, oltre a questa direttiva solo un altro trilogo (negoziato a tre, ndr) con il Parlamento europeo è andato a buon fine, quello sul regolamento che limiterà le emissioni di CO2 dalle autovetture.
Restano, invece, diversi punti controversi nelle due direttive «Ets» ed «Effort Sharing» sulla riduzione obbligatoria delle emissioni di gas serra, riguardanti rispettivamente la nuova borsa dei diritti di emissione per i settori industriali, e gli obiettivi nazionali per gli altri settori (agricoltura, trasporti, servizi, turismo ed edifici). Difficile si preannuncia anche l’accordo fra Europarlamento e Consiglio Ue sul finanziamento pubblico dei 12 progetti pilota di installazioni per la cattura e lo stoccaggio geologico del CO2 (Carbon Capture and Storage, Ccs): gli Stati membri sembrano intenzionati ad accordare solo poco più di un quinto di quanto chiede l’Assemblea di Strasburgo.

Comments 3 Commenti »

Stamattina, non fidandomi delle incerte condizioni metereologiche, ho preferito rinunciare alla gita di Pasquetta e dedicare parte della mattinata ad una più attenta lettura del domenicale della Repubblica, in attesa di vedere in televisione la cerimonia di accensione della fiaccola da Olimpia.

 Ho trovato questo splendido articolo-recensione di Federico Rampini, che fornisce tanti preziosi spunti di riflessione sulla questione del Tibet, dei diritti, della democrazia, della globalizzazione: partendo da un punto di vista diverso ma non nuovo. Perchè dagli errori commessi nel passato – e dal loro pieno ed effettivo riconoscimento - c’è sempre molto da imparare.

La Cina e il suo Far West

di FEDERICO RAMPINI – LA DOMENICA DI REPUBBLICA, DOMENICA 23 MARZO 2008 – Nel colosso asiatico in pieno sviluppo è in corso il più vasto esodo umano della storia: ogni anno 15 milioni di contadini fuggono verso le città. Teatro di questa migrazione è l’autostrada 312, che attraversa il Paese da est a ovest. Un giornalista l’ha percorsa e racconta il suo viaggio straordinario  - Chi ha vissuto la tragedia del Tibet nel resto del mondo non può immaginare la percezione che ne hanno i cinesi. Dalle famigliole che si incontrano la sera nei ristoranti popolari di Pechino, ai giovani che si esprimono sui blog, si sente vibrare un’indignazione ben diversa dalla nostra. «I tibetani sono degli ingrati», è una delle frasi più moderate che ho sentito in questi giorni. Ingrati, perché i cinesi sono convinti di aver fatto molto per loro: prima li hanno liberati da una teocrazia feudale e parassitaria, poi gli hanno costruito ospedali, strade, aeroporti e ferrovie, li hanno alfabetizzati. A loro è stato perfino concesso un privilegio negato a quasi tutti i cinesi han: in quanto minoranza etnica i tibetani non sono tenuti a rispettare la regola del figlio unico. Come tutta risposta gli «ingrati» si scatenano nelle scene di violenza contro la popolazione cinese, riprese dalla tv di Stato nei giorni scorsi.A pensarla così non sono soltanto i cinesi che vivono dentro le frontiere della Repubblica popolare e quindi sono sotto l’influenza della propaganda, di un’informazione censurata e manipolata. So che perfino le comunità di studenti cinesi nelle università americane di fronte agli avvenimenti del Tibet si arroccano, si sentono circondate da un muro d’incomprensione. Sentono montare l’ostilità degli occidentali. Ascoltando le accuse rivolte a Pechino, si considerano le vittime di un linciaggio ideologico. Questi giovani cinesi che da anni vivono negli Stati Uniti hanno ricevuto le notizie recenti dal Tibet come le abbiamo avute noi; hanno sentito parlare il Dalai Lama; hanno letto e ascoltato i nostri commenti. Eppure anche nei campus universitari americani i cinesi condividono il pareredei loro connazionali su quegli «ingrati» dei tibetani. La verità è che molti cinesi del Ventunesimo secolo hanno verso una parte del proprio Paese un atteggiamento che evoca quello dei pionieri americani dell’Ottocento. I tibetani sono i loro indiani pellerossa: dei selvaggi, incapaci di adattarsi alla rivoluzione industriale. I cinesi si sentono portatori di una missione civilizzatrice. Considerano i tibetani un popolo inferiore.Chi non ha traversato per esteso la Cina non può rendersi conto di questo paradosso: la nazione più popolosa del pianeta è per lo più un territorio disabitato. I cinesi etnici o han stanno quasi tutti concentrati nelle regioni costiere dell’est e del sud, dove la densità della popolazione è altissima. Restano ancora semivuote le aree ben più vaste che sono la Mongolia interna, lo Xinjiang musulmano, il Tibet. Lì il viaggiatore può passare settimane intere senza incontrare una vera città; a volte senza imbattersi in un’anima viva. La Cina del Ventunesimo secolo è impegnata a “portare il progresso”, colonizzandole, in quelle immense regioni che rappresentano il suo Far West: la nuova frontiera dello sviluppo. In mezzo ai deserti, o nelle steppe mongole, o su altipiani himalayani sconfinati lavorano battaglioni di tecnici e operai cinesi per fare le autostrade e le ferrovie, i tralicci dell’elettricità e i ripetitori dei telefonini. Proprio come i loro antenati emigrati in America costruivano la grande ferrovia transcontinentale che doveva unire la East Coast al Pacifico. La nuova frontiera da conquistare, il Far West cinese, rappresenta anche la grande speranza per salvare da un futuro collasso Shanghai, Shenzhen e Canton: è là nelle immensità semidesertiche che i cinesi cercano il petrolio e il gas, l’acqua e i metalli per continuare ad alimentare la crescita delle zone costiere.A metà strada fra Pechino e il Far West sono sorte gigantesche metropoli che rappresentano le “teste di ponte” della colonizzazione. Per esempio Chongqing (30 milioni di abitanti), la mostruosa piovra industriale sullo Yangze: sembra una Chicago del primo Novecento Ingigantita dalla fantasia dello scenografo di Blade Runner. In quei crocevia nel cuore della Cina cozzano due flussi, quello della conquista coloniale verso ovest, e le migrazioni dei più poveri che dalle campagne arretrate fuggono per cercare lavoro in fabbrica.Bisogna aver visto questo movimento incessante per capire la Cina di oggi, anche la sua durezza, la sua crudeltà. È lo sforzo che ha fatto Rob Gifford, un giovane veterano tra i giornalisti occidentali in Cina, che frequenta questo Paese dal 1987 e vi è stato corrispondente della National Public Radio americana (l’unica radio pubblica, e di qualità, negli Stati Uniti). Quando ha saputo che stava per concludersi il suo incarico di corrispondente in Cina, Gifford ha deciso di attraversare il Paese on the road. Si è messo in viaggio lungo l’autostrada 312, che attraversa la Cina per quasi cinquemila chilometri da est a ovest, da Shanghai si lancia nel cuore agricolo e povero del Paese fino a raggiungere il deserto del Gobi, e da lì la vecchia Via della Seta.L’autostrada 312 è, letteralmente, uno spaccato della Repubblica popolare: la taglia longitudinalmente e soprattutto la viviseziona. Consente di fare un viaggio nello spazio e nel tempo, dalla Cina più ricca e avanzata alle zone che sono ancora Terzo mondo. La 312 stessa è un microcosmo perché la Cina di oggi è una nazione in eterno movimento. È il teatro del più vasto esodo umano mai accaduto nella storia: ogni anno 15 milioni di contadini fuggono dalle campagne verso le città. Le autostrade sono la versione contemporanea della ferrovia transcontinentale negli Stati Uniti dell’Ottocento, lì passano i pionieri in viaggio verso la nuova frontiera. La 312 è anche diventata un luogo di culto, un itinerario di moda per i giovani cittadini in cerca di emozioni, l’equivalente della leggendaria Route 66 americana. Lungo l’autostrada cinese avvengono due pellegrinaggi di natura molto diversa. Da un lato c’è un popolo in cerca di speranza che fugge come i contadini dell’Oklahoma degli anni Trenta descritti da John Steinbeck nel romanzo Furore, i poveri scacciati dalla siccità che emigravano verso la California. Nel senso inverso c’è una gioventù in cerca di emozioni e di avventure che parte da Shanghai con lo spirito di Jack Kerouac, dei beatnik e degli hippy americani negli anni Cinquanta e Sessanta. Vanno verso il deserto del Gobi a cercare la loro California.L’autostrada è il luogo migliore per intercettare lo spirito della Cina di oggi, il suo eterno movimento, la frenesia di spostare, trasferire, trasportare uomini e cose. Per capire che Paese diventerà questa Cina, Gifford ha provato a esplorarlo seguendo l’arteria principale: «La mia idea è di rispondere a queste domande viaggiando lungo la 312, tra camionisti e puttane, yuppy e artisti, agricoltori e venditori di telefonini». Ne è venuto fuori un libro singolare, China Road, che esce in Italia tra pochi giorni, pubblicato da Neri Pozza col titolo Cina. Viaggio nell’Impero del futuro.«Negli Stati Uniti», scrive Gifford, «ci sono nove città con più di un milione di abitanti. In Cina quarantanove. Può capitare di viaggiare per la Cina, arrivare in una città grande due volte Houston e pensare che quel posto non lo si è mai nemmeno sentito nominare. La nuova Route 312 ha contribuito al cambiamento, riducendo drasticamente la durata del viaggio per Nanchino, a Shanghai e verso la costa. Così come hanno contribuito l’espansione verso l’interno di fabbriche e società in cerca di costi più contenuti, e le rimesse dei lavoratori emigrati sulla costa».La grande traversata inizia proprio da Shanghai — «energia, atmosfera, speranza, possibilità, passato futuro: è tutto qui» — dove Gifford focalizza subito una differenza tra noi e loro. La coglie nel comportamento diverso di due gruppi di turisti che passeggiano sul Bund, il lungofiume di Shanghai che ospita i palazzi art déco del primo Novecento, e sull’altra sponda ha di fronte Pudong, la Manhattan dell’Asia con selve di grattacieli che svettano sempre più in alto. «Gli occidentali, come fa immancabilmente ognuno di loro a Shanghai, cercano di ricreare il passato scattando qualche foto ai vecchi palazzi coloniali. Anche i cinesi fanno quello che i cinesi fanno immancabilmente a Shanghai, cercano di sfuggire al vecchio scattando foto nella direzione opposta, lo sguardo perso oltre il fiume».Penetrando nella Cina profonda, nella provincia agricola dello Anhui lungo la 312, Gifford s’imbatte in un uomo in bicicletta con un bandierone rosso attaccato alla sella che garrisce al vento mentre pedala, e ha un grande cartello giallo attaccato alla ruota posteriore. Sul cartello c’è scritto «Viaggio attraverso la Cina contro la corruzione». L’uomo, Wang Yongkang, è stato rovinato da funzionari statali disonesti. «Tutte uguali le dinastie», commenta il ciclista-dissidente solitario, «partono bene ma poi si guastano. È per questo che abbiamo bisogno di una riforma politica. Altrimenti il partito e il Paese crolleranno entro una decina d’anni. In Occidente la gente ha un modello morale interiore. I cinesi no. Se non c’è qualcosa di esterno a frenarli, loro fanno quello che vogliono per se stessi, senza chiedersi se è giusto o sbagliato». Una serata con una prostituta in una squallida e remota città di provincia rivela i miracoli del karaoke: «Da giornalista radiofonico ho scoperto nel corso degli anni che convincere i cinesi a parlare con franchezza al microfono è una fatica improba. Per quanto nel Paese non circoli più la rigidità dell’era maoista, resta sempre una certa titubanza a esprimersi apertamente, soprattutto con uno straniero. Ma basta ficcare un microfono da karaoke in mano a un cinese e lui o lei non esiteranno a cantare. Il karaoke per gli asiatici è il mezzo socialmente accettabile per esprimere ciò che sentono nel profondo. (La prostituta) Wu Yan ha detto un sacco di cose a questa grande stanza vuota e a me».Unico straniero su una corriera di campagna diretta a Jinchang, il reporter americano s’imbatte in una ginecologa che fa il giro dei villaggi per costringere ad abortire le donne che hanno già figli. Ne esce un racconto orripilante, di aborti forzati all’ottavo mese sotto la pressione della polizia. «La dottoressa non si rende conto che sta rivelando cose molto delicate. Per lei è tutto logico e patriottico e giusto. “I cinesi sono troppi”, ripete. Quando le chiedo come si sente come madre a fare quelle cose non capisce nemmeno la domanda. I cinesi vedono il mondo occidentale, con tutte le gravidanze adolescenziali e le relative conseguenze, e si domandano cosa diavolo crediamo di fare, lasciando che tutto questo succeda quando potremmo risolvere il problema con una semplice procedura medica».Arrivato nel deserto del Gobi dove l’autostrada 312 indica 2.643 chilometri da Shanghai, nella cittadina di Zhangye Gifford s’imbatte nei manifesti di Brad Pitt e Angelina Jolie, la pubblicità del film Mr & Ms. Smith. S’imbatte anche nei rappresentanti locali della Amway, celebre multinazionale americana della “vendita diretta”, il marketing porta-a-porta di prodotti domestici. È uno dei quadretti più deliziosi del suo racconto di viaggio. Il gruppo dei venditori locali della Amway, ai confini del più vasto deserto dell’Asia centrale, è organizzato quasi come una setta religiosa. Hanno i loro raduni, in cui ascoltano il Verbo del marketing dal loro capo, per assorbire le tecniche di persuasione occulta con cui vendere i prodotti più inverosimili: deodorante per le ascelle in una landa desolata dove i clienti sono rozzi muratori dei cantieri; spray per profumare il fiato dopo i pasti a base di cibi piccanti e soffritti d’aglio. Quasi come in un miraggio fra le dune del deserto Gifford ha la visione del Sogno Cinese e del Sogno Americano che si fondono l’uno nell’altro.La 312 prosegue attraversando lo Xinjiang, l’ex Turkmenistan orientale popolato dagli uiguri di religione islamica. Ai tempi di Marco Polo lo solcavano le carovane dei cammelli, i mercanti lungo la Via della Seta facevano la spola tra l’Impero di Mezzo e Samarcanda, Buccara, la Persia, il Mediterraneo. Lo Xinjiang ha le dimensioni dell’Italia più la Francia, la Germania e la Spagna messe assieme. Se fosse una nazione sarebbe la sedicesima al mondo per superficie, eppure ha appena venti milioni di abitanti. È solcato dall’oleodotto che trasporta energia dall’Asia centrale. Stagno, alluminio, rame, ferro, oro: sotto la sabbia del deserto ci sono giacimenti di ricchezze immense. Il cellulare di Gifford vibra, come sempre succede in Cina quando si entra in una nuova provincia o regione. Il messaggio pubblicitario dice: «Benvenuto nello Xinjiang». Subito dopo gli arriva un altro sms: «Cerchi un regalo? La giada di Khotan è perfetta per ogni occasione. Chiama subito questo numero». IL LIBROSi intitola Cina. Viaggio nell’Impero del futuro il libro in cui Rob Gifford ricostruisce la sua esperienza on the road sulla Route 312, attraversando tutto il Paese Pubblicato da Neri Pozza (380 pagine, 20 euro), il volume sarà in libreria giovedì 27 marzo 

Comments 1 Commento »

ambienteservizi_page_34_foto_01_foto_w2.jpg

Altra puntata di Report esemplare, alla ricerca del “modello di sviluppo che non c’è” e delle “buone pratiche” già realizzate da diverse amministrazioni.

Tra gli altri l’esempio di Parma nella mobilità alternativa, città orograficamente favorevole- vi ricorsa qualcosa? – dai 5 parcheggi scambiatori ai bordi cittadini e dai servizi più che sviluppati… http://www.infomobility.pr.it/

A ciascuno di noi le proprie conclusioni e spunti di discussione.

A proposito, quante saranno le amministrazioni e le aziende umbre che hanno nominato in mobility manager ??? 

Comments 10 Commenti »