Posts Tagged “sviluppo”
Viene presentato oggi al pubblico della Camera la bozza definitiva del Ddl del PD: banda larga in tutta Italia entro il 2012, accesso aperto alla rete, libertà di software.
I firmatari del testo sono i senatori del PD Vincenzo Vita e Luigi Vimercati.
Sembra un buon testo e un buon punto di partenza.
Vincenzo Vita su Punto Democratico afferma che
“Questo testo va letto in controluce come una vera proposta alternativa di governo – spiega Vita – Un’alternativa alla linea antica e autoritaria che ritiene che quando un fenomeno nuovo risulta non controllabile sia meglio censurarlo”.
Per quanto riguarda il software open-source Vita usa uno slogan che condivido:
“Non è solo la solita questione di Linux contro Microsoft: se davvero il software è l’alfabeto del nuovo millennio deve essere aperto. Cosa accadrebbe se l’alfabeto italiano fosse coperto da royalty?”.
Interessante anche il modo in cui il testo e’ nato:
“Io e il mio collega Vimercati – spiega il senatore Vita – ci siamo buttati in questa avventura mesi addietro assieme ad un gruppo di giovani giuristi preparati: abbiamo fatto la scelta di mettere in Rete il testo prima di depositarlo, e stiamo raccogliendo numerose osservazioni sia positive che critiche”.
Il percorso parlamentare inizierà il 22 aprile, sono proprio curioso di vedere come il nostro parlamento affronterà un tema cosi’ complicato.
Maggiori informazioni su:
http://unaleggeperlarete.wordpress.com/
La Rete è sinonimo di libertà
Ci vuole una legge per la Rete
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Se una squadra di calcio perde un derby in casa per 1-0 iniziano le prime contestazioni.
Se si guarda ai risultati degli ultimi 15 anni e si vede che la squadra ha inanellato una sconfitta dietro l’altra, si decide inesorabilmente di fare piazza pulita: dall’allenatore, ai giocatori, fino ai massaggiatori, mettendo in discussione la struttura organizzativa e la filosofia di gioco.
Ebbene: come misurare il successo o l’insuccesso di una formazione politica di sinistra? Se per Bobbio la sinistra è contraddistinta dal perseguimento del valore dell’uguaglianza, possiamo dire che l’aumento dell’uguaglianza sociale è l’obiettivo primo di una formazione di sinistra. L’aumento delle diseguaglianze ne segna invece, irrimediabilmente, la sconfitta.
Secondo stime recenti, l’Italia è ad oggi il settimo Paese OCSE quanto a tasso di diseguaglianza tra ricchi e poveri. I ricchi in Italia guadagnano 12 volte più delle fasce basse di reddito. Il 10% degli italiani incassano il 28% del reddito. Dagli inizi degli anni ’90 (da quando siamo diventati liberisti: strana coincidenza…) la classe media italiana si è drasticamente impoverita. Insieme con la Gran Bretagna abbiamo il recordo dell’immobilismo sociale: la nostra posizione nella scala sociale è ancora molto influenzata da quella dei nostri genitori.
Bene: questi sono i risultati degli ultimi 15-20 anni. Un Paese con mille magagne, ma che poteva vantare una difesa sociale quasi scandinava, non ha recuperato quasi nessuno dei suoi difetti e sta ora sgretolando la classe media e impoverendo il lavoro salariato a vantaggio del profitto e, soprattutto, della rendita.
Che sia il caso di riflettere un po’ su questi dati?
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Spazio aperto di discussione per reinventare la città a partire dalla cultura dalle 15 alle 18 a Piazza della Repubblica
La tecnologia Open Space a Terni: spazio di discussione aperto a tutti riguardante il presente ed il futuro della città, le sue prospettive, le sue potenzialità. Ognuno può avanzare un argomento o partecipare alle discussioni proposte: le più interessanti diventeranno in maniera naturale le più partecipate. Un intero pomeriggio per parlare della città che vorremmo, per reinventarla attraverso le lenti della cultura.
http://www.openspaceworld.org/cgi/itwiki.cgi
p.s.: in caso di maltempo l’evento si svolgerà al Mercato coperto.
Contatto
3384585344
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TERNI 2020: INNOVAZIONE, CREATIVITA’, RICERCA. LE TRE DIRETTRICI DELLO SVILUPPO.
GIOVEDI’ 25 SETTEMBRE 2008, ORE 17.00
HOTEL MICHELANGELO, VIA DELLA STAZIONE,TERNI
Intervengono:
GIUSEPPE CROCE economista, docente universitario
ANTONIO ALUNNI imprenditore
MARIO GIOVANNETTI assessore regionale allo sviluppo economico
CATIUSCIA MARINI parlamentare europeo PD
Coordina:
GIANLUCA ROSSI presidente gruppo PD Consiglio regionale dell’Umbria
Conclude:
GIANNI CUPERLO deputato PD
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Riceviamo e pubblichiamo il lancio di es.terni 2008.
In particolare mi preme di sottolineare l’editoriale del sito di riferimento (www.exsiriterni.it), che condivido pienamente (anche se ci butterei dentro una rivolo di cinica valenza economica!).
Rischiamo tutto.
Scommettiamo su Terni, sulla sua comunità e sulle potenzialità di una città geneticamente contemporanea.
Scommettiamo su di noi, sui cervelli della nostra generazione, intelligenze ancora libere, menti avventurose.
Scommettiamo su una generazione di artisti giovani e determinati, ma anche disancorati e fragili.
Scommettiamo sul grado massimo di esposizione.
Scommettiamo sulla rete, sulla condivisione, sulla partecipazione dal basso.
Scommettiamo sul sincretismo artistico, sullo sguardo multiplo, sui fermenti scenici internazionali, sul coinvolgimento emotivo del pubblico.
Scommettiamo sul rito collettivo dell’arte.
Scommettiamo sulle idee e sull’immaginazione.
Scommettiamo sulla qualità.
Rischiamo il rinnovamento.
E vi invitiamo ad accompagnarci.
11 giorni e 30 artisti tra italiani ed internazionali, emergenti e affermati per l’appuntamento più importante in Umbria con la contemporaneità e la sperimentazione della scena teatrale.
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Una puntuale introduzione istituzionale del nuovo ministro Brunetta (non sono ironico, mi ha piuttosto convinto!) ha aperto ieri l’incontro su Creatività e Innovazione organizzato dal ForumPA, che ha offerto diversi spunti di riflessioni - e qualche monito io credo – per la classe dirigente economica e politica dell’Umbria.
Il dibattito ha preso le mosse a partire dai risultati presentati da Nando Pagnoncelli (IPSOS) in merito ad una ricerca su di un campione di giovani della classe di età dai 16 ai 35 anni: il 58% ritiene che la creatività sia un patrimonio di tutti, bisogna solo avere l’opportunità per alimentarla. L’Italia, però, secondo gli intervistati, non è un paese dove la creatività è diffusa (per il 45% è molto indietro rispetto agli altri paesi europei in termini di capacità di produrre creatività); i motivi inevitabilmente abbastanza scontati: non si creano i presupposti che privilegiano l’innovazione e la creatività né all’interno delle istituzioni (31%) né delle imprese (17%).
Pochissimi ritengono che l’Italia offra possibilità per sviluppare creatività, ovvero di realizzarsi in una professione che dia spazio alle caratteristiche personale di ingegno e fantasia: l’85% coloro che non vedono nel nostro paese spazio per la creatività. Un paese che fatti salvi alcuni settori oramai tradizionali quali la moda o il design è ben lontano, almeno in termini di percezione, dal dare spazio alle tendenze neo Bohème alla base della vitalità artistica e professionale tipica delle città del nordamericane e delle metropoli tedesche, inglesi o francesi. Un paese che non sta investendo nella classe creativa di oggi e futura e che rischia di trovarsi sempre più ai margini dell’economia della conoscenza.
In evidenza il fatto che:
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la creatività è percepita come qualcosa di molto personale e individualista (espressione della propria fantasia, della propria anima, della propria originalità)
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la creatività “made in Italy” ha generato nel passato oggetti universalmente riconosciuti come simboli, icone, oggetti intramontabili ma anche funzionali ed accessibili a tutti
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le principali ragioni dell’arretratezza italiana in campo creativo hanno carattere “collettivo” piuttosto che individuale (frutto più di inefficienza di sistema che del singolo)
L’autovalutazione degli intervistati restituisce una fotografia in cui la maggioranza mostra una sorta di appiattimento riguardo l’innovazione e la creatività; ciononostante l’aspirazione ad un lavoro altamente innovativo e creativo interessa la maggioranza del campione anche per coloro che, per propria ammissione, non avrebbero le qualità per poterlo svolgere.
La tavola rotonda ha coinvolto il Premio Nobel per l’economia Edward Prescott, il fondatore del Pensiero Laterale Edward De Bono, sostenitore di un “nuovo modo di pensare”, il guru del management Isaac Getz, considerato uno tra i primi esperti di executive education del mondo.
Secondo Prescott, nel secondo dopoguerra l’Italia ha vissuto un miracolo economico che l’ha vista passare da una produttività pari al 50% di quella statunitense nel 1955 ad una produttività equivalente nel 1990. Se non fosse per il notevole aumento nell’importo delle tasse lungo questo periodo di tempo, l’Italia sarebbe oggi allo stesso livello degli Stati Uniti in termini di standard di vita. Intorno al 1995 la situazione è cambiata. L’Italia ha iniziato a perdere terreno. Tra le cause le elevate aliquote fiscali marginali e politiche del mercato del lavoro che riducono le ore lavorative. …se venisse introdotto il sistema danese gli imprenditori italiani correrebbero rischi calcolati ed espanderebbero il loro business. In caso di successo – molti potrebbero contare sull’abbondanza del talento imprenditoriale italiano – tutti gli italiani ne trarrebbero beneficio.
De Bono ha sintetizzato così la sua posizione: efficienza e competenza sono oggi fattori indispensabili, ma non sufficienti. Diviene essenziale un terzo elemento: la creatività (non un optional, ma una necessità!). Occorre esplorare nuovi approcci, nuove alternative, nuovi concetti, che nascono da una corretta applicazione del pensiero creativo, non antagonista ma parallelo, costruttivo.
Il nostro “software cerebrale” va modificato dopo circa 2400 anni di storia.
La creatività ìn azienda può essere utilizzata in due direzioni:
- verso l’interno, cioè nel modo di gestire l’azienda: riduzione costi e tempi, aumento dell’efficienza, ricerca di nuovi e migliori processi ecc.
- verso l’esterno cioè su ciò che si offre al mercato: quali prodotti, quali servizi, quali valori, come migliorare la posizione sul mercato sfruttando nuovi concetti cui si é pervenuti grazie alla creatività.
Il Pensiero Laterale basato sui concetti e le tecniche di Edward de Bono, é una forma strutturata e “logica” di creatività, basata sul metodo dei “6 cappelli per pensare”: questa tecnica, utilizzabile sia in gruppo sia a livello individuale, aumenta l’efficienza e l’efficacia delle riunioni evitando nello stesso tempo sfasature e dispersioni.
Infine Getz ha offerto un’approfondita analisi delle principali organizzazioni innovatrici che ha avuto modo di osservare direttamente in 16 Paesi e 4 continenti e rivelato ai partecipanti alcuni principi fondamentali come ad esempio: una gestione aperta dell’innovazione al posto di una gestione ‘chiusa’ che si focalizza solo su un tipo di innovazione (per esempio, tecnologica) o che coinvolge solo impiegati che svolgono un unico servizio.
<< Se metti steccati intorno alle persone, ottieni delle pecore. Dai alle persone lo spazio di cui hanno bisogno >> (McKnight)
I veri innovatori ASCOLTANO per scovare le idee AI CONFINI delle organizzazioni,
perchè è stato dimostrato che oltre l’80% delle innovazioni nascono nella fascia di persone più periferica alla dirigenza.
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Il successo del PD a Terni è evidente (http://elezioni.comune.terni.it/RTResult.asp) ma per cementare e rilanciare questo trend positivo credo sia fondamentale non solo organizzare bene il partito (i congressi o come si chiameranno!) e prepare fin da adesso l’avventura delle prossime elezioni comunali.
Credo che il PD locale per non offrire il fianco a cordate improvvisate e puntare AD UN IMPRESCINDIBILE RINNOVAMENTO DEL CONSIGLIO COMUNALE debba iniziare a lavorare fin da ora (e non arrogantemente ridursi all’ultimo mese, tanto si vince…).
- Primarie per il candidato sindaco (vere, con tanto di dibatti e faccia a faccia)
- Un programma condiviso, sintetico, con priorità evidenti per la città (se poi fosse anche “misurabile”) ed uno staff del sindaco che sia veramente di supporto.
- Sostegno a candidature di trentenni (o giù di lì) competenti in vari campi e con “attributi” (basta yes guys) sia nel consiglio comunale che in qualche assessorato (ce la facciamo ad osare un po’? Sviluppo Ec./Innovazione, Cultura, Ambiente, Università richiedono “freschezza”, “rapporti non logori da anni di <<battaglie>>”,”capacità”… ricordo che possono essere nominati anche esterni se del caso…). Importante è anche ridurre il numero degli assessorati ed essere capaci di dar vita a delle politiche integrate, ad accogliere progettazioni del territorio sulla base di linee guida trasparenti che esaltino le competenze e il controllo dell’impatto sul territorio.
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Si possono reinventare le città?
Una domanda affascinante posta in una serie di Forum dall’Associazione culturale Indisciplinarte e dal Giornale dell’Umbria nell’ambito del progetto TERNI 2019 .
Ritengo che la risposta possibile (ed auspicabile) sia SI a patto di puntare sull’elemento trasversale ed aggregatore della cultura come infrastruttura del territorio e soprattutto che il livello politico – amministrativo coinvolga la comunità locale attraverso processi decisionali inclusivi.
La teoria economica più recente ci dimostra infatti che << le realtà urbane di medie e piccole dimensioni tornano a nuova vita grazie alla loro capacità di organizzare le relazioni a livello locale aprendosi al globale (sviluppo locale infatti non significa localismo autarchico!)…perché le idee ed i servizi si producono, processano, scambiano e vendono…>> (Arzeni, Oecd) e che il fuoco degli investimenti deve essere posto sia sulla valorizzazione degli aggregati di competenze originari di un territorio, sia sulla costruzione di un contesto attrattivo per il radicamento di quella c.d. “nuova classe creativa” di lavoratori che alimenta il processo di innovazione locale.
Tutti però devono sentirsi parte della produzione di conoscenza del territorio. Perché la libertà – partecipazione di Gaber dovrebbe tradursi anche in SVILUPPO.
Ma ciò può verificarsi solo se il nostro approccio con i vari problemi da affrontare superi una logica di tipo NIMBY – Not in my Back Yard (ossia il “Si faccia. Ma da qualche altra parte”) in favore di una logica PIMBY – Please in my Back Yard (Si faccia. A certe condizioni) salvaguardando in un colpo solo risultato dell’intervento, processo decisionale adottato e sostenibilità ambientale perseguita. Interessante a proposto l’intervista di forumpa.it a Patrizia Ravaioli Presidente dell’Associazione Pimby che ha stilato un vero e proprio Manifesto in merito.
L’operazione di audit della comunità locale può essere condotta con diverse tecniche (questo vale a maggior ragione all’interno dei vari soggetti organizzati come i partiti politici!), ognuna della quali adatta in relazione a particolari condizioni del contesto: Metaplan, OST, EASW, GOPP, Focus Group, Action Planning, Camminata di Quartiere, Brainstorming, Search Conference, Giurie dei Cittadini, bilancio partecipativo…tutte tecniche già entrate nella prassi comune all’estero (in particolare nel centro-nord Europa) ed in qualche caso testate nelle realtà più illuminate in Italia, dove i vari Consigli regionali – Toscana a parte – certo non si precipitano a scrivere leggi sulla partecipazione.
Una buona lettura in tal senso è “A più voci” di L.Bobbio Edizioni Scientifiche Italiane del 2004.
A più voci
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Per ossigenarci un po’ dalle diatribe da “primariette territoriali” e rimanere sui contenuti…
un interessante articolo tratto da punto-informatico.it di Gaia Bottà sulla messa on line di tutta la ricerca della prestigiosa Harvard.
Certo la tematica della ricerca universitaria e dell’innovazione presenta mille sfaccettature: dalla selezione dei docenti/ricercatori alla sempre in fieri costituzione di un’agenzia per la valutazione della didattica e della ricerca, dalla razionalizzazione dell’offerta didattica al marketing degli atenei, dall’attrazione dei talenti alle reali possibilità di stabilizzazione e creazione di percorsi per i ricercatori nel territorio, dal rapporto Università/Imprese alla politiche pubbliche ad hoc. Osservare che in una delle più blasonate (e costose) Università del mondo docenti e i ricercatori affideranno il frutto del loro lavoro ad un archivio online che sarà aperto a tutti, consultabile gratuitamente, affinchè la cultura fluisca anche al di fuori del circuito, fa riflettere veramente sul carattere globale della sfida e della necessità della conoscenza!
Avvertenze per la lettura: alla fine non effettuare ricognizioni sulle anagrafi della ricerca italiane, potreste ammalarvi di sconforto!
Permettetemi una suggestione (ogni tanto è terapeutico): e se a Terni si proponesse di realizzare un portale internet territoriale per dar voce ai ricercatori (pubblici e privati sia singolarmente che nei gruppi di ricerca) nella duplice prospettiva di spiegare alla comunità locale la direzione delle ricerche intraprese nel territorio e di agganciare le “reti lunghe” della ricerca internazionale?
Attualmente il Consorzio Universitario non ha un proprio sito (come neppure lo hanno – o non aggiornato e/o sfruttato al meglio – i maggiori gruppi di ricerca operanti nell’area di Terni).
“TerninRicerca”(chiamiamolo così va!) potrebbe colmare questa lacune ed essere strutturato in una parte istituzionale con una extranet riservata ai Soci con tutta la documentazione utile per le attività ufficiali ed in una totalmente riservata alla promozione della ricerca, alle opportunità del VII Programma Quadro, del distretto tecnologico.
Il sito dovrebbe consentire anche una parte di contributi multimediali (tipo www.scivee.tv nuova piattaforma per la condivisione delle ricerche scientifiche) al fine di consentire ai ricercatori l’introduzione sia di contenuti volti ad illustrare le ricerche in modo divulgativo che di papers o atti ufficiali. Il tutto potrebbe essere corredato da spazi informativi sulle opportunità dal mondo della Ricerca, Weblog, forum tematici e mailing list. Opportuna la traduzione in inglese, spagnolo e cinese del sito. E fondamentale una redazione, animazione territoriale….
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Dai Centri sociali all’ Hub, un club per innovatori sociali, un crocevia di persone, idee e risorse finanziare.
Dopo “Terni 2019” e “Le 3T e Terni” prosegue il tentativo provocatorio (mica poi così tanto!) di stimolare una riflessione sulle vie dello sviluppo della Conca anche esplorando sentieri innovativi, che in questo caso si snodano tra marketing urbano, attrazione dei talenti, riqualificazione edilizia, sviluppo economico responsabile. Tematiche che si possono anche finanziare attaverso bandi comunali integrati.
Tratto da Ventiquattro, Il magazine del Sole24Ore Venerdì 1 Febbraio- “Circolo Virtuoso”, di Carlotta Jesi
Immaginate di affittare un ufficio a tempo. Di pagarlo a minuti di utilizzo invece che a metri quadrati. E di non chiamarlo affatto ufficio, ma habitat. Perché è confortevole e a misura d’uomo come il salotto di casa vostra, però dotato dei migliori hardware e software sul mercato. Perché è studiato nei minimi ttagli per trasformarsi, ogni giorno, in un crocevia di persone, e, risorse finanziarie e contatti. Benvenuti a The Hub, Islington: mila metri quadrati ricavati da un ex magazzino nel cuore di Londra, riscaldati a energia pulita e arredati con mobili di design in materiale riciclato. Riservati a imprenditori e innovatori sociali con un’idea di business per migliorare il mondo. Un club per soli membri tipico della cultura british, ma con tariffe d’iscrizione flessibili e a portata di tutte le tasche, che funzionano come un abbonamento al cellulare: 10 sterline per 5 ore di utilizzo al mese, 65 per 25 ore e poi a salire fino a 295 per il contratto “Hub Unlimited” che garantisce accesso illimitato per tutto il mese, ventiquattro ore al giorno. Accesso alle postazioni di lavoro, ma, soprattutto, a cene, brunch, conferenze oganizzate in pausa pranzo e allo scambio di contatti, erienze e know how promosso da due host, o facilitatori, incarii della quotidiana impollinazione di idee fra i membri del club. Un pionieristico esempio di social networking? Viene da chiederselo considerato che The Hub ha aperto i battenti nel gennaio del 2005 quando MySpace e Facebook stavano ancora muovendo i primi si su Internet. Ma il suo fondatore, jonathan Robinson, classe 1979, preferisce parlare di «social networking promosso a un livello superiore. Il mio obiettivo non è solo connettere persone: punto a realizzare progetti, concreti, insieme ad altri individui». È una strategia che il giovane imprenditore ha sperimentato di persona lanciando l’Hub londinese con un rodato team di amici conosciuti all’Atlantic College, prestigiosa fucina di innovatori sociali. Fresco di laurea in antropologia, Robinson vive sulla propria pelle la frustrazione di tanti giovani decisi a inventarsi un nuovo modo di fare business: responsabile, al tempo stesso, economicamente sostenibile. «Bloccati nelle nostre stanze, pieni di idee ma privi di mezzi per realizzarle, abbiamo pensato di creare uno spazio che facilitasse l’accesso tempestivo ai tre ingredienti base per il successo di un’impresa sociale: conoscenza, capitale e network». Uno spazio in cui crescere, cambiare marcia e assumersi dei rischi che immagina a cavallo fra tre distinti segmenti di mercato – offerta di spazi, incubazione d’impresa e consulenza – e che crea combinando l’efficienza di uffici hi-tech, il calore di un caffè letterario e l’atmosfera eccitante degli happening culturali. Il tutto in un’ottica open source: invece di affidare il progetto a un architetto, il fondatore di The Hub chiama a raccolta una trentina di aspiranti imprenditori sociali armati di gessi bianchi con licenza di scarabocchiare su muri e pavimenti l’arredamento e gli spazi del loro ufficio ideale. Il risultato sono larghi tavoli ondulati realizzati con cartone riciclato che ruotano attorno a un perno come petali di un fiore, perfetti per lavorare da soli o in gruppo, grandi finestre con vista mozzafiato sui tetti di Londra e tanto, tantissimo, spazio vuoto. Da riempire di idee e di persone. Robinson sintetizza l’atmosfera dell’Hub con una parola: serendipity. «Abbiamo creato un ambiente caldo, familiare, professionale e invitante che facilita la creazione di due diversi tipi di connessione: scintille brevi e immediate, come quelle tra un avvocato e uno stilista di moda eticamente corretta che si ritrovano seduti per caso allo stesso tavolo e che si scambiano contatti utili, o intese durature tra individui che scoprono di avere gli stessi obiettivi e uniscono le rispettive forze su un unico progetto».
The Hub non è solo la rappresentazione fisica di un modo e lavorare in cui flessibilità e iniziativa personale stanno diventand la regola invece dell’eccezione. È la risposta al bisogno di senso significato anche nell’impegno professionale che, solo nel Regno Unito, genera un mercato etico di 29 miliardi di sterline. Robinson ha scommesso sul suo potenziale, e i numeri gli hanno dato ragione: l’Hub londinese, che conta oltre duecento membri e migliaia di visitatori occasionali, oggi è un’impresa sociale con 200mila sterline di fatturato (circa 260mila euro), che ha generato spin off in dieci città del mondo: da johannesburg a Rotterdam passando per San Paolo e Bruxelles. Ma guai a definire questo network un franchising etico. «È una partnership di cui sono proprietari tutti i fondatori degli Hub in giro per il mondo – precisa Robinson -. Gli Hub nascono per rispondere al stessa domanda di nuovi spazi lavorativi ed esistenziali, ma ciascuno ha un suo Dna perché nasce in un particolare contesto geografico sociale». L’identikit del cliente tipo? «Tracciarlo è impossibile – spie) il fondatore del primo Hub -. Sono studenti, laureati, professioni: nel mezzo della carriera, avvocati, designer, stilisti, attivisti ed espe’ di tecnologie. Il potere dell’Hub risiede proprio in questo mix di persone e di talenti che, incontrandosi, assistendosi reciprocamente, o qualità di tutor e studente, creano un valore aggiunto sia per il business sia per lo sviluppo personale di ciascun individuo».
Qualche dato statistico sui membri del club londinese: il sessanta per cento è costituito da piccole imprese sociali, il trenta per cento da freelance ed il cinque per cento da organizzazioni non governative del calibro di Amnesty International. Ma è curiosando nel suo blog che si scopre cosa cercano e trovano nell’Hub di Islington clienti diversi come Triodos Bank, la principale banca etica del Regno Unito, il brand equosolidale Café Direct, piccole imprese come Fun Fed che organizza eventi stimolanti e divertenti per adulti troppo concentrati sul lavoro. Piccia Neri, designer, confessa online che a rendere speciale la formula lavorativo-abitativa inventata da Robinson e compagni è l’atmosfera: «Hai l’impressione che la struttura appartenga a tutti e quindi viene naturale aiutare chi ti sta accanto». Indy Dohar, architetto, punta invece sullo scambio di conoscenze: «II vero valore aggiunto qui è la comunicazione informale che accade quando qualcuno ti suggerisce di leggere un libro o di contattare una determinata persona. Sono dritte senza prezzo che è inutile cercare su Google». Soft communication, la chiamano negli Hub. In quello d Londra, che in primavera traslocherà al South Bank in un edificio più grande adatto a ospitare anche un hotel e un lounge bar per innovatori sociali. O a Mumbai o Shanghai: nodi di un sistema che sfrutta la globalizzazione per creare il giusto mix tra capitale, conoscenza e risorse necessario al successo di imprenditori sociali. Mestiere che non s’impara a scuola, s’inventa: «Nel piccolo ufficio di casa mia senza capi, colleghi o maestri con cui confrontarmi, non facevo progressi», sintetizza un altro frequentatore del club di Islington. «Nell’Hub ho trovato un ambiente e uno spazio mentale diversi: ho capito che nel mondo del lavoro puoi anche prenderti del tempo per pensare, e per sbagliare».
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