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di-girolamo-150x1501Università, innovazione, ricerca: le tre direttrici dello sviluppo. Questo il tema del programma televisivo “Terni Siamo Noi” promosso dall’associazione CittAperta. Al dibattito, coordinato dal giornalista Alberto Tomassi, intervengono Cecilia Cristofori, docente universitario facoltà Scienze Politiche, Andrea Terenzi, ingegnere, ricercatore Centro europeo per le nanotecnologie dei polimeri, sen. Leopoldo Di Girolamo, parlamentare del Partito Democratico. “Terni Siamo Noi” andrà in onda questa sera su Tele Galileo, venerdì 13 marzo, alle ore 22.30 e, in replica, domani alle 15.45 e alle 21.

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aulaVi segnalo questo articolo di Irene Tinagli pubblicato su Il Riformista il 17 febbraio scorso dal titolo “Meno iscritti all’università il vero segnale del declino”.

Ai tanti dati di segno negativo di questi ultimi tempi se n’è aggiunto un altro: il calo delle immatricolazioni universitarie. Un dato che forse fa meno notizia di un calo del Mibtel, dell’occupazione o dei prezzi delle case, ma che dà indicazioni molto preoccupanti sulla situazione in cui versa il nostro Paese e soprattutto sulle sue prospettive.
Secondo i dati recentemente diffusi dal ministero dell’Università gli iscritti nell’anno 2008-2009 sono diminuiti del 3,3 per cento rispetto all’anno precedente, il 4,4 per cento in meno rispetto a due anni fa e quasi l’8 per cento rispetto al 2003. Insomma, un trend che va avanti da anni e che si sta rapidamente aggravando.
Al di là dei soliti commenti sul fallimento della riforma del 2001, questo dato ci dice due cose.
Innanzitutto ci mostra che negli ultimi quindici anni mentre l’economia globale è diventata più esigente in termini di competenze e mentre molti paesi hanno quasi raddoppiato il livello di istruzione della popolazione, l’Italia è rimasta pressoché ferma.
Seconda cosa, ci dice che gli italiani non credono che questa tendenza si invertirà, non credono che l’economia e il mercato del lavoro in Italia si riqualificheranno. Quando c’è crisi nel mercato del lavoro per un diplomato dovrebbe essere più conveniente andare all’università che cercare lavoro: si tira fuori dal mercato quando è debole e vi rientra più formato quando questo ricomincia a crescere, ristrutturato e più esigente.
Il fatto che in Italia osserviamo il contrario ci dice sostanzialmente che gli italiani non hanno fiducia nella capacità di rinnovamento e riqualificazione del nostro mercato del lavoro.
Questo fenomeno preoccupa perché avrà ripercussioni negative sulla capacità innovativa del nostro Paese e sulla mobilità sociale, le due debolezze principali del nostro sistema socio-economico. È noto infatti che i primi a uscire o a non entrare nel sistema scolastico e universitario sono i giovani provenienti dai ceti medio-bassi, che non possono permettersi di investire anni importanti (gli anni della formazione professionale, in cui si può imparare un mestiere) in percorsi universitari che funzionano sempre meno da ascensori sociali. Non è un caso se, all’interno del dato nazionale sul calo degli immatricolati, si vedono enormi differenze tra atenei del Nord, che tengono bene (con Milano che vede un complessivo balzo in avanti) e atenei del Centro-Sud che subiscono i cali maggiori.
Ecco, questi sono i dati a cui dovremmo pensare quando vediamo le posizioni disastrose dell’Italia nelle classifiche sulla competitività, non all’Ici o all’imposta di successione.
Qualsiasi pacchetto o intervento “anticrisi” dovrebbe affrontare in modo serio questo problema ormai strutturale dell’Italia.
Un problema che con la crisi non farà altro che aggravarsi. Questo non significa investire in chissà quali alte tecnologie o presunti centri di eccellenza che producano qualche brevetto, ma in massicci interventi che aiutino i tanti ragazzi che a malapena finiscono le scuole dell’obbligo a completare le scuole superiori, e magari li portino all’università, e che riportino sui banchi di scuola o all’interno di percorsi formativi adeguati le migliaia di lavoratori scarsamente qualificati che corrono i maggiori
rischi di povertà e disoccupazione.
Purtroppo non si vede niente di tutto questo. Si parla di incentivi per le lavatrici, i mobili, le ristrutturazioni e le auto, evocando spesso i massicci aiuti varati dal nuovo governo americano.
Ma curiosamente ci si scorda che il pacchetto anticrisi di Obama non dispensa solo aiuti a grandi banche e aziende, ma include anche il più grande aumento di spesa in istruzione mai visto in America. Il budget del dipartimento per l’Educazione è passato dai 60 miliardi di dollari del 2008 a 135 miliardi di dollari per il 2009 e circa 146 miliardi per il 2010.

Altri 20 miliardi di dollari saranno allocati ad agenzie federali per supportare programmi collegati all’istruzione. Il provvedimento è molto variegato, include fondi per l’edilizia scolastica, borse di studio (quasi raddoppiate) e una serie misure per sostenere il mercato dei prestiti studenteschi.
Si può discutere sui metodi e i criteri di distribuzione di tali fondi, ma quello che l’Amministrazione
Obama sta dando è un segnale molto forte sull’importanza dell’istruzione, sulla volontà di investire nel futuro del Paese, e di fare sì che l’America, nonostante i suoi mille difetti, possa continuare a essere (o tornare a essere) un Paese in cui anche chi nasce in contesti meno favorevoli possa accedere alle risorse necessarie per crescere e realizzarsi.

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 Il 6 marzo è stata organizzata da Confindustria la Giornata della Ricerca e dell’Innovazione.

Il convegno ha concentrato l’attenzione sugli scenari di sviluppo dell’economia e della ricerca, sulle politiche e sui servizi per sostenere l’impegno del Paese verso una nuova crescita basata sulla conoscenza e sull’innovazione a 360°.

E’ emerso un quadro drammatico: sui 30 Paesi OCSE siamo 23esimi per spesa in ricerca sul PIL(l’1,1% !!! – con una spesa dell’industria in ricerca pari solo allo 0,2% - contro il 2,3% ed il 2,6% di Germania e Francia) ed abbiamo appena 2,8 ricercatori ogni 1000 abitanti generalmente pagati molto male e con percorsi di carriera “campati in aria”.

“Se gli altri Paesi hanno il raffreddore, noi abbiamo la polmonite” ha sentenziato Montezemolo che punta l’obiettivo di arrivare nel 2011 ad una spesa per innovazione al 2% e per il 2015 al 3%.

Confindustria rilancia quindi proponendo 5 misure:

1) credito di imposta dal 10% al 20% automatico per la ricerca svolta all’interno delle imprese

2) incentivi statali per 10 anni per la ricerca privata

3) ampliamento del credito di imposta automatico del 40% sulle commesse che le imprese danno agli istituti pubblici di ricerca e le università

4) aumento da 5 a 6 dei filoni strategici

5) aumento del 5% annuo dei finanziamenti alla ricerca pubblica

Strade percorribili ma a mio avviso mettendo mano seriamente anche ad una completa riforma dell’Università (basta con una ogni campanile) e della valutazione della ricerca e una governance della ricerca e sviluppo dall’architettura più semplice ed in grado di supportare più efficacemente le PMI italiane.

Suggestiva la suddivisione di stampo anglosassone proposta da Pombeni sul Messaggero in “Università di istruzione” ed “Università di ricerca” che salverebbe l’esigenza di moltiplicare le sedi difronte ad una domanda molto estesa di qualificazione a livello universitario senza però porre qualsiasi Ateneo sullo stesso piano per cui bisogna dargli gli stessi mezzi di quelli dove si fa una ricerca di qualità e di livello internazionale…

A proposito dello stato della ricerca in Italia segnalo l’interessante contributo del Prof. Battiston, docente di Fisica Generale dell’Università di Perugia, “Ricerca scientifica: alcune considerazioni sul caso italiano” pubblicato sull’ultimo numero di AUR&S del quale condivido sia la lucida analisi che le conclusioni (oltre il simpatico modo di affrontare il delicato argomento). Spesso però mi capita, approcciando il tema da un’ottica di sviluppo locale, di domandarmi (ed in questo mi scuso per la rozza banalizzazione volutamente provocatoria!!!) se tutta la ricerca di base abbia la stessa dignità di finanziamento e sostegno.

Brutalmente: una ricerca su Leopardi o sulle tradizioni culturali delle popolazioni dell’Appennino deve essere sostenuta quanto una su di una sperimentazione su di un polimero o su di una cellula staminale?

Non è il caso di cominciare a finanziare prevalentemente attività che abbiano una ricaduta potenzialmente spendibile (tornando all’esempio di prima una ricerca su Leopardi per la costruzione di un parco letterario che generi occupazione in un territorio)?

In questo modo però quale è il confine ammissibile tra ricerca di base “curiosity driven” e ricerca applicata in un contesto sempre più “a risorse zero”?

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Per ossigenarci un po’ dalle diatribe da “primariette territoriali” e rimanere sui contenuti…

un interessante articolo tratto da punto-informatico.it di Gaia Bottà sulla messa on line di tutta la ricerca della prestigiosa Harvard.

Certo la tematica della ricerca universitaria e dell’innovazione presenta mille sfaccettature: dalla selezione dei docenti/ricercatori alla sempre in fieri costituzione di un’agenzia per la valutazione della didattica e della ricerca, dalla razionalizzazione dell’offerta didattica al marketing degli atenei, dall’attrazione dei talenti alle reali possibilità di stabilizzazione e creazione di percorsi per i ricercatori nel territorio, dal rapporto Università/Imprese alla politiche pubbliche ad hoc. Osservare che in una delle più blasonate (e costose) Università del mondo docenti e i ricercatori affideranno il frutto del loro lavoro ad un archivio online che sarà aperto a tutti, consultabile gratuitamente, affinchè la cultura fluisca anche al di fuori del circuito, fa riflettere veramente sul carattere globale della sfida e della necessità della conoscenza!

Avvertenze per la lettura: alla fine non effettuare ricognizioni sulle anagrafi della ricerca italiane, potreste ammalarvi di sconforto!

Permettetemi una suggestione (ogni tanto è terapeutico): e se a Terni si proponesse di realizzare un portale internet territoriale per dar voce ai ricercatori (pubblici e privati sia singolarmente che nei gruppi di ricerca) nella duplice prospettiva di spiegare alla comunità locale la direzione delle ricerche intraprese nel territorio e di agganciare le “reti lunghe” della ricerca internazionale?

Attualmente il Consorzio Universitario non ha un proprio sito (come neppure lo hanno – o non aggiornato e/o sfruttato al meglio – i maggiori gruppi di ricerca operanti nell’area di Terni).

“TerninRicerca”(chiamiamolo così va!) potrebbe colmare questa lacune ed essere strutturato in una parte istituzionale con una extranet riservata ai Soci con tutta la documentazione utile per le attività ufficiali ed in una totalmente riservata alla promozione della ricerca, alle opportunità del VII Programma Quadro, del distretto tecnologico.

Il sito dovrebbe consentire anche una parte di contributi multimediali (tipo www.scivee.tv nuova piattaforma per la condivisione delle ricerche scientifiche) al fine di consentire ai ricercatori l’introduzione sia di contenuti volti ad illustrare le ricerche in modo divulgativo che di papers o atti ufficiali. Il tutto potrebbe essere corredato da spazi informativi sulle opportunità dal mondo della Ricerca, Weblog, forum tematici e mailing list. Opportuna la traduzione in inglese, spagnolo e cinese del sito. E fondamentale una redazione, animazione territoriale….

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